Zero Hedge rilancia un articolo sul disastro economico dell’Italia, commentando le parole dell’investitore francese Charles Gave. Mentre tutti gli occhi sono puntati sull’imminente fallimento di Monte dei Paschi e il conseguente collasso del sistema bancario, l’articolo nota una semplice verità: tutto questo è l’ovvio sintomo di un’economia la cui competitività è stata distrutta da un tasso di cambio artificialmente fisso (l’euro). Un investitore avveduto non punterebbe nulla sull’Italia in questo momento. Eppure, prima della moneta unica e per decenni ininterrotti, l’economia italiana aveva saputo correre ben più di quella tedesca.

 

di John Mauldin, via Zero Hedge, 20 dicembre 2016

Quando Charles Gave, il “pater familias” di Gavekal, decide di esprimere il suo scontento per un certo andamento economico, una categoria di investimento o quel che volete, non usa tanti mezzi termini. Se vi trovate nella stanza con lui in quel momento, può darvi un po’ l’impressione della voce del Padreterno che scende dall’alto, e con la sua lunga, fluente chioma bianca appare come l’attore protagonista che prende la scena.

Oggi Charles si è espresso sull’Italia. Per prima cosa ci ha ricordato che, quando l’Italia ha adottato l’euro nel 1999, lui stesso aveva sostenuto che si sarebbe trasformata da un’economia con un’alta probabilità di ricorrere spesso alla svalutazione, a un’economia con la certezza di finire in bancarotta. Ora, dice, il momento fatale non è lontano.

Ci mostra un paio di grafici “prima e dopo”. Prima del marzo 1999 e dopo di allora fino ad oggi. Ha confrontato la produzione industriale italiana e tedesca e le condizioni dei rispettivi mercati azionari. Ha notato che dal 1979 al 1998 la produzione industriale italiana cresceva più di quella tedesca per oltre il 10 percento, e le azioni italiane superavano le equivalenti tedesche di oltre il 16 percento. Tutto ciò tenendo conto delle svalutazioni. L’Italia del nord è una vera e propria centrale energetica di produttività. O meglio, lo era…

Poi è venuto l’euro. Dal 1999 le azioni italiane hanno fatto peggio di quelle tedesche del 65 percento, e dal 2003 la produzione industriale italiana è rimasta indietro rispetto a quella tedesca per oltre il 40 percento. Quindi, riassume Charles in breve :

La diagnosi è semplicemente che l’Italia ha spaventosamente perso competitività, e di conseguenza è diventata insolvente. Tutto ciò è chiaro dalle condizioni pericolanti del suo sistema bancario, ed è sempre questo il risultato, quando le banche prestano credito a imprese che sono state rese non competitive a causa di qualche incosciente banchiere centrale…

Si tratta della bancarotta nazionale meglio prevista e descritta, e ora inevitabile, che io abbia visto nei miei 45 anni di carriera.

 

di Charles Gave

Matteo Renzi si è aggiunto alla lunga lista dei primi ministri italiani che non sono riusciti a “riformare” il loro paese. Questo è un altro modo per dire che Renzi non è stato capace di usare la bacchetta magica per rendere d’improvviso l’Italia competitiva rispetto alla Germania. La triste realtà è che nessun leader italiano ha mai avuto la benché minima possibilità di cambiare il suo paese, dal momento stesso in cui è stata presa la nefasta decisione di agganciare il tasso di cambio alla Germania. Nel momento in cui l’euro è stato lanciato, nel 1999, ho sostenuto che il profilo di rischio dell’Italia sarebbe cambiato da quello di un’economia dove c’era un’elevata probabilità di frequenti svalutazioni della moneta, a un’economia con la probabilità certa di una bancarotta finale. Purtroppo quel momento sta arrivando.

Il grafico qui sotto vi racconta la storia economica recente dell’Italia in due parti, e cioè (i) dal marzo 1979 al marzo 1999, e (ii) dal marzo 1999 a oggi. L’Italia si è unita al Sistema Monetario Europeo nel 1979 con un tasso di cambio di 443 lire per marco tedesco, ma nel 1990, a causa delle frequenti svalutazioni, il cambio con la Germania era a 750 lire per marco tedesco. All’inizio degli anni ’90, la Bundesbank stava supervisionando il sistema monetario tedesco recentemente unificato, e aveva alzato il tasso d’interesse reale al 7 percento con l’obiettivo di limitare l’inflazione. Nel settembre 1992 le tensioni nel sistema portarono la Gran Bretagna, la Svezia e l’Italia a uscire dal sistema monetario europeo, e di conseguenza a una nuova massiccia svalutazione, che ha portato la lira a 1250 sul marco tedesco. Questo ha portato però anche a un grande boom del turismo.

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Inoltre, dal 1979 al 1998 la produzione industriale italiana superava quella tedesca di oltre il 10 percento, mentre le azioni italiane crescevano più di quelle tedesche per oltre il 16 percento (questo indica che le imprese italiane avevano profitti maggiori, a parità di capitale investito, rispetto a quelle tedesche).

Poi è venuto l’euro. Nel 2003 è diventato chiaro che l’Italia aveva perso competitività e, di conseguenza, le azioni italiane sono calate, a confronto di quelle tedesche, del 65 percento, rovesciando così il rapporto che si era mantenuto per il precedente mezzo secolo, quando le azioni italiane superavano quelle tedesche in termini di dividendi. Allo stesso modo, dal 2003 la produzione industriale italiana è rimasta indietro rispetto a quella tedesca per oltre il 40 percento.

La diagnosi è semplicemente che l’Italia ha perso competitività in modo drammatico e di conseguenza è ormai insolvente. Tutto ciò è chiaro dalle condizioni pericolanti del sistema bancario, ed è sempre così che va a finire quando le banche prestano credito a imprese che sono state rese non competitive a causa di qualche incosciente banchiere centrale. A meno di imporre la schiavitù (sul modello della Grecia) in Italia, non ci sono molte speranze di risolvere il problema, ma dubito anche che l’elettorato italiano sarà così paziente come lo è stato il suo vicino dall’altra parte del Mar Ionio.

Di conseguenza, la relazione tra Italia e Germania è radicalmente diversa da quella che si era vista nel periodo 1945-1999, quando si poteva rientrare in equilibrio in modo naturale con il riallineamento del tasso di cambio. L’unica eventualità possibile, data la traiettoria attuale, è che l’economia italiana e quella tedesca continuino a divergere, ed è il motivo per il quale non si potrà avere una soluzione “normale”.

A questo punto, un default di qualche genere sul debito pubblico italiano è praticamente una certezza. Se una banca centrale può affrontare il problema di liquidità, non può risolvere il problema di solvibilità, specialmente se è un problema grande come l’Italia. L’unica azione possibile ora, come rimedio, è di rimpiazzare un po’ di moneta cattiva con moneta buona, ed è esattamente ciò che ci si aspetta da Mario Draghi, specialmente da quando gioca un ruolo così importante come facilitatore della permanenza dell’Italia nel sistema euro. Tali azioni – che potrebbero essere annunciate giovedì dalla Banca Centrale Europea – possono certamente posticipare  un po’ il giorno del giudizio, ma non risolveranno nulla.

L’approccio razionale per gli investitori è di evitare qualsiasi asset finanziario italiano, tipo titoli bancari o titoli pubblici, fino a che il tasso di cambio non sarà nuovamente stabilito a prezzi di mercato. Questa si profila come la bancarotta nazionale meglio prevista, e ormai inevitabile, che io abbia visto nei miei 45 anni di carriera. Non c’è alcun motivo di farsi trascinare sotto il rullo compressore, dato che ci sono tanti altri mercati e asset finanziari su cui puntare.