Flassbeck: L’SPD e la falsa narrazione della storia

Come già fatto in varie occasioni in Italia da Alberto Bagnai (ad esempio qui), anche Heiner Flassbeck denuncia su Makroskop come la stampa mainstream tedesca contribuisca a diffondere una narrazione non corretta della storia economica del proprio paese. In questo caso è Der Spiegel – rivista vicina al partito socialdemocratico – a scegliere di ignorare il ruolo evidente che l’Agenda 2010 dell’SPD ha avuto nella esplosione dell’export tedesco.

 

di Heiner Flassbeck, 30.01.2016

Traduzione di Stefano Solaro

Uno sguardo leggermente torbido è di certo utile se si scrive per un mezzo d’informazione come lo Spiegel Online, che ciarla spesso e volentieri di verità, ma che alcune cose preferisce ignorarle del tutto. Un articolo di Thomas Fricke fornisce una conferma empirica di questa tesi.

Non si può far a meno di pensare che scrivere per lo Spiegel finisca per causare problemi alla vista. Anche persone che un tempo avevano uno sguardo acuto, dopo essere entrati nelle fila degli autori di questa rivista sembrano ritrovarsi improvvisamente con una visione confusa delle cose. Chissà, forse hanno ricevuto in dono degli occhiali dalle lenti appannate, così che tutto gli appare un tantino sfocato. Questo strano fenomeno è osservabile in Thomas Fricke, che improvvisamente ha qualche difficoltà a vedere come l’Agenda 2010 dell’SPD abbia regalato alla Germania il boom dell’export, la riduzione della disoccupazione e la conseguente ripresa a scapito dei suoi partner europei.

L’agenda politica (dice candidamente qui), non ha poi avuto un peso così rilevante.

 “L’errore è che, a ben guardare, non è così chiaro se sia stata l’Agenda 2010 a svolgere un ruolo chiave nella significativa diminuzione della disoccupazione a partire dal 2006, e nel temporaneo rafforzamento dell’economia, qui più che altrove; gli esperti infatti hanno grandi difficoltà nel confermarlo empiricamente.
La virata forse è stata più forte perché a un certo punto determinati problemi strutturali sono stati smaltiti, l’industria delle costruzioni non riscontrava capacità in eccesso, l’economia globale iniziava il proprio boom e il governo ha limitato le riforme, i tagli, e smesso di togliere a chi già aveva poco. Un’ottima congiuntura”.

Quella che è stata raccontata dopo il 2006 è quindi solo una bella storiella e poi –puuf– era già ripresa economica. La conclusione estremante accurata di Fricke è, in definitiva, che l’SPD ha bisogno solo di una nuova narrazione per essere rieleggibile. Sì, è davvero pazzesco.
Ci si domanda a quali esperti si riferisca il buon Fricke, quando dice che non sono in grado di confermare empiricamente che dalla metà degli anni 2000 la Germania ha avuto un boom di esportazioni. Ma si sa, con gli esperti di economia funziona così. Proprio per questo motivo non è male dare un’occhiata ai numeri con i propri occhi.


Se si confronta lo sviluppo dell’export tra Germania e gli altri principali paesi industrializzati (figura 1) è evidente la velocità e la misura in cui la Germania si è sollevata e discostata dagli altri. Ciò è forse dipeso dal fatto che l’economia mondiale si stava muovendo verso il boom, che il governo tedesco non stava più tagliando la spesa pubblica e che l’SPD ci stava raccontando una bella storia? Casualmente proprio in quel periodo la Germania aveva migliorato la propria competitività comprimendo i salari (processo iniziato ancora prima dell’Agenda politica) ed effettuando una svalutazione reale della valuta grazie all’euro.
Ma se si ascolta Fricke ciò non ha avuto una reale importanza, anzi ce lo si sarebbe addirittura potuto risparmiare.

Il ruolo del dumping salariale è chiaramente dimostrabile ma è anche necessario essere disposti a riconoscerlo (figure 2 e 3). Non si può che definire estrema la dinamica manifestata dalla Germania dal 1999 in poi in relazione a esportazioni e a domanda interna, qui rappresentata dal consumo privato. Mentre le esportazioni sono esplose, i consumi privati sono rimasti quasi del tutto a terra.


Questo punto dovrebbe essere spiegato se si pretende di essere presi sul serio. Come può un paese fallire totalmente al proprio interno e rinascere come una fenice dalla sue ceneri all’estero?
L’unica spiegazione possibile si chiama dumping salariale in un’unione monetaria, vale a dire la relativa riduzione dei salari senza l’apprezzamento di una valuta nazionale che bilanci l’effetto dei salari verso l’estero.

Se si vuole notare ancora di più il contrasto, prendiamo l’esempio di un paese “normale” come la Francia, dove è possibile osservare le stesse variabili con esattamente la stessa scala.


Si nota come un paese “normale”, con uno sviluppo salariale “normale”, può avere comunque successo nelle esportazioni. In questo caso viene mantenuto sempre un certo equilibrio tra export e lo sviluppo del mercato interno, che è anche il motivo per cui la quota delle esportazioni (del PIL) nei paesi normali non è variata di molto nel tempo. Solo un paese mercantilista come la Germania è stato in grado di aumentare la propria quota di esportazione in quindici anni dal 30 a quasi il 50%.

Naturalmente è inutile guardare i dati se il messaggio deve rimanere oscuro, specialmente se si lavora per un media la cui lente di ingrandimento sulle questioni più critiche sembra offuscata. In fondo l’SPD farebbe bene a prendere in seria considerazione il consiglio di Fricke: condurre una campagna elettorale, dopotutto, vuol dire saper navigare in acque torbide. Il partito potrebbe dare vita a una nuova storia, che pare sia già molto popolare in alcuni ambienti e per la quale è già stato trovato un numero sufficiente di “esperti”. Basterà dire che l’intera agenda politica non ha avuto alcun ruolo, che il tutto è stato solo un grande buco nell’acqua, Le imprese tedesche all’epoca erano così efficienti che non avevano alcun bisogno di abbassare i salari rispetto ai paesi vicini. Le imprese tedesche sono in grado di dare uno slancio all’economica in qualsiasi momento, basta raccontar loro una bella favola.
L’SPD farà quindi in modo che i salari in Germania finalmente si alzino e, contemporaneamente, racconterà alle aziende nazionali che sono talmente produttive, che un aumento dei salari non dovrebbe essere per loro fonte di alcuna preoccupazione.

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