Handelsblatt: Surplus d’Invidia

L’Handelsblatt, prestigioso quotidiano economico tedesco, ospita un lungo articolo sul dibattito che si è aperto in Germania a proposito del surplus commerciale tedesco, a seguito dell’insediamento di Trump. Ne emergono i diversi punti di vista all’interno dell’establishment tedesco: la visione dominante è quella secondo la quale il surplus è figlio della superiorità qualitativa dei beni tedeschi e della competitività dell’economia, con annesso il tentativo di Schäuble di  scaricare le responsabilità sulla BCE. D’altra parte, cresce anche la preoccupazione e la consapevolezza che il vantato surplus stia diventando il tallone d’Achille tedesco, a causa sia della mancanza di investimenti in patria che della declinante solvibilità dei paesi importatori.

 

della redazione di Handelsblatt, 10 febbraio 2017

Il surplus commerciale della Germania non piace a Donald Trump, che ha minacciato tariffe punitive e protezionismo. Ma il presidente degli Stati Uniti non è il solo a pensarla così – nella stessa Germania un coro crescente di esperti afferma che è giunto il momento di affrontare il tema del surplus di 253 miliardi di euro.

Wolfgang Schäuble è più che il Ministro delle Finanze tedesco. E’ un anziano uomo di stato e senza dubbio uno dei politici più potenti della maggiore economia europea. Inoltre non si è mai ritirato da una lotta – anche se quella lotta è con il Presidente degli Stati Uniti.

Dopo che Peter Navarro, il Consigliere al commercio di Donald Trump, ha accusato la Germania di continuare “a sfruttare gli altri paesi della UE nonché gli USA”  grazie all’euro debole, Schäuble non ha potuto trattenersi dal replicare. Sembra, ha dichiarato, che qualcuno debba spiegare ai consiglieri di Trump che la Germania in realtà non è responsabile della politica monetaria nella zona euro.

Il Ministero delle Finanze tedesco ha anche fatto seguire alle sue dichiarazioni una difesa scritta delle politiche commerciali del paese, in cui si afferma che sono la conseguenza di un ambiente imprenditoriale sano, favorito da valide politiche fiscali e da un mercato del lavoro flessibile e qualificato.

Sarebbe bizzarro accusare un paese che ha affrontato queste sfide e trae vantaggio dalla forte competitività delle sue imprese“, si legge nel documento.

Il messaggio è stato chiaro: la Germania non deve dare spiegazioni a nessuno per il proprio enorme surplus commerciale.

Schäuble non è rimasto solo nella sua difesa del fatto che la Germania esporti molto più di quanto importi. Ingo Kramer, il presidente della Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, ha detto che una delle maggiori ragioni del notevole surplus commerciale tedesco è l’alta qualità dei prodotti fabbricati in Germania.

Questo fatto di tanto in tanto va anche ricordato“, ha detto Kramer.

Eric Schweitzer, il presidente dell’Associazione delle Camere di Commercio e dell’Industria tedesche (l’equivalente dell’italiana Confindustria, ndt), è d’accordo: “Il surplus delle esportazione tedesche è un segno della competitività dell’economia del paese”.

In sostanza le risposte da parte tedesca giungono alla seguente conclusione: non possiamo farci niente se i nostri prodotti sono migliori di quelli di tutti gli altri e se tutti li vogliono.

Ma è proprio questo atteggiamento che ha portato il governo tedesco e le sue associazioni economiche di categoria a ignorare le crescenti critiche allo squilibrio commerciale, o avanzo delle partite correnti, sempre in aumento.

Naturalmente, gli squilibri commerciali non sono sempre una brutta cosa. Nel caso della Germania, il Fondo monetario internazionale(FMI) ha calcolato che un surplus tra il 2,5% e il 5,5% del suo prodotto interno lordo complessivo sarebbe accettabile.

L’Unione europea ha imposto un limite massimo del 6%, anche se la Germania lo ha frantumato già molto tempo fa. Nel 2016, la dimensione dello squilibrio commerciale della Germania è stata pari al 9% del suo Pil, con le esportazioni tedesche che hanno raggiunto un altro picco.  Destatis, l’agenzia di statistica del paese, giovedì ha annunciato che le aziende tedesche hanno venduto all’estero beni per un valore di 1.200 miliardi di euro, il che significa che la bilancia commerciale del paese vanta un surplus record, prossimo ai 253 miliardi di euro.

Chiaramente le ragioni di questo tipo di surplus – e di squilibrio – hanno a che fare con qualcos’altro che non la semplice superiorità delle merci prodotte in Germania. Normalmente, se un paese esporta molto più di quanto non importi, la sua moneta schizzerebbe alle stelle, rendendo più difficile vendere la sua merce all’estero. La domanda in calo, a sua volta, porterebbe il rapporto import-export più vicino all’equilibrio.

Ma dato che la Germania è parte della zona euro, non c’è alcun meccanismo di auto-correzione degli squilibri. Prima di tutto, non c’è nessun tasso di cambio che può fluttuare quando la Germania commercia con gli altri paesi all’interno della zona euro, che assorbono circa il 40% delle sue esportazioni. Tutti usano la stessa moneta. Inoltre, il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro non può riflettere correttamente la forza dell’economia tedesca, perché riflette anche la mancanza di competitività di molti altri paesi della zona euro.

Ci sarà una guerra commerciale? Il commercio estero della Germania, in milardi – in rosso le esportazioni e in nero le importazioni

Il surplus commerciale della Germania viene poi utilizzato per fornire sostegno finanziario alle altre nazioni della zona euro, e permettere ai loro cittadini di continuare a comprare le merci tedesche. Ancora una volta, non c’è alcun meccanismo di equilibrio e questo danneggia tutti coloro che prendono parte al ciclo – a parte il settore delle esportazioni tedesco. Fino ad ora, le critiche verso la Germania e verso questo  questo ciclo sono state deboli. Fino ad ora – perché gli attacchi dalla nuova amministrazione USA hanno cambiato le cose.

Per comprendere il motivo per cui il surplus commerciale della Germania infastidisce così tanto gli Stati Uniti e perché la Germania, insieme a Cina e Messico, ha suscitato le ire della Casa Bianca di Trump, basta guardare allo squilibrio della bilancia commerciale degli Stati Uniti. La più grande economia del mondo importa merci dalla Germania per un valore di quasi 100 miliardi di euro. In termini assoluti, gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più grande deficit commerciale al mondo: un’enorme cifra di 430 miliardi di euro. La Germania contribuisce al deficit per 45 miliardi di euro.

E se Trump ha dimostrato qualcosa nelle sue prime, turbolenti settimane dall’entrata in carica, è che è più che felice di agire in linea con le sue promesse elettorali. Come portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer ha detto recentemente che l’amministrazione Trump vuole aumentare le tasse sulle importazioni da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un deficit di commercio estero.

Si è parlato di una tariffa del 20 per cento sulle importazioni da grandi paesi esportatori come la Cina e la Germania. La nuova tassa sarebbe mirata a rendere più costose le importazioni da questi paesi, mentre allo stesso tempo le esportazioni dagli Stati Uniti sarebbero facilitate grazie ad incentivi fiscali per le imprese esportatrici.

Se gli Stati Uniti tengono fede alle loro promesse, e se la Germania resta ferma sulle proprie idee, allora potrebbe scoppiare una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, con nuove barriere all’importazione da un lato e possibili misure di ritorsione dall’altro.

In questo momento, il governo tedesco non ha un parere unanime su come affrontare la politica di “America First” (Prima l’America, ndt) di Trump.

Brigitte Zypries, nuovo Ministro tedesco per l’economia e l’energia, ha suggerito che si potrebbero convincere i governatori dei singoli stati USA ad opporsi al protezionismo di Trump.

Andremo negli Stati Uniti e stabiliremo contatti con i governi statali”, ha detto la Zypries. “Il governatore della Carolina del Sud, per esempio, non ha alcun interesse nel veder tagliati nel suo stato i posti di lavori della BMW“.

Negli ultimi anni, BMW, Daimler e Volkswagen hanno tutte aperto grandi fabbriche negli Stati Uniti, creando posti di lavoro per più di 30.000 persone, contrastando il declino dell’industria automobilistica americana. Se a questi si aggiungono i posti di lavoro indirettamente collegati agli impianti di produzione tedeschi, come quelli dei fornitori di componenti, allora  quei 30.000 posti di lavoro si avvicinano rapidamente a 250.000 famiglie i cui redditi dipendono direttamente o indirettamente dagli impianti di produzione tedeschi.

Ancora, secondo Automotive News, una pubblicazione del settore, mentre la VW produce più di 70.000 veicoli ogni anno negli Stati Uniti, vende nel paese più di mezzo milione di vetture. Per compensare la differenza, importa una grande quantità di veicoli dal Messico, dove si producono fino a 390.000 unità di automobili all’anno. VW spedisce automobili anche dalla Germania.

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È per questo che VW è passata all’attacco alla grande. La casa automobilistica ha commissionato uno studio all’agenzia di consulenza direzionale EY per analizzare il beneficio economico che la sua presenza porta all’economia degli Stati Uniti. Il risultato: VW contribuisce per 25 miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti attraverso la produzione, i fornitori e i distributori e provvede alla creazione di circa 120.000 posti di lavoro.

C’è anche il fatto che alcune delle case automobilistiche tedesche esportano in altri paesi una parte di ciò che producono negli Stati Uniti. Prendiamo la BMW, per esempio: l’anno scorso, la società con sede a Monaco ha assemblato 400.000 veicoli negli Stati Uniti, ma ne ha venduti solo 366.000 negli USA. Il suo stabilimento di Spartanburg, dove sono realizzati quasi tutte i modelli della serie X, attualmente è il più grande impianto di produzione della società in tutto il mondo, Germania inclusa.

Se Trump dovesse imporre una tassa punitiva su tutte le auto importate dal Messico, l’economia americana ne soffrirebbe di conseguenza. Perché attraverso il confine non arrivano soltanto veicoli finiti. I produttori americani di auto guadagnano dalla mancanza di barriere commerciali quando importano pompe di iniezione, alternatori e sistemi idraulici dal vicino al sud degli Stati Uniti. Lo stesso vale per le più piccole imprese di componentistica per le auto tedesche.

Le ultime statistiche – esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti fino a novembre 2015 – mostrano che i produttori di auto e i fornitori di componenti auto rappresentano la quota maggiore del venduto negli Stati Uniti, per un valore di 37 miliardi di euro l’anno. Al secondo posto, con 17 miliardi di euro, ci sono i costruttori di macchine industriali con le loro trasmissioni, ventilatori, pompe, compressori e viti – che spesso anche loro vendono all’industria automobilistica.

Spesso forniscono componenti indispensabili, come il rivestimento interno di una vettura che viene prodotta negli Stati Uniti“, ha dichiarato Peter Fuss, un socio di EY. “Chiunque produca viti e le esporti verso gli Stati Uniti è improbabile che costruisca un impianto in America. Il costo sarebbe superiore alla resa.”

Naturalmente in Germania c’è preoccupazione per il protezionismo degli Stati Uniti. Ma c’è anche realismo.

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Un buon esempio dell’atteggiamento di un imprenditore tedesco è quello di Martin Herrenknecht, che si potrebbe dire personifichi un aspetto del boom delle esportazioni tedesche. La sua azienda omonima nel sud della Germania, Herrenknecht, è leader mondiale nella tecnologia di tunneling con un fatturato annuo pari a 1,3 miliardi di euro. Produce teste perforatrici per le enormi macchine utilizzate per scavare giganteschi tunnel attraverso le Alpi svizzere, sotto il Bosforo e anche sotto le città.

Ma Herrenknecht non è solo un brillante esempio di ingegneria tedesca. E’ anche responsabile di una parte dello squilibrio commerciale del paese, poiché esporta il 95% delle macchine che produce.

Queste macchine uniche sono assemblate presso la sede della società a Schwanau, in Germania, e l’assemblaggio richiede tra i sei e i 14 mesi. Ogni macchina è unica, costruita sulle specifiche del cliente, poi smontata e spedita in un altro paese, dove viene ricomposta e messa in funzione.

Quando gli è stato chiesto cosa pensa sulla minaccia di Trump di imporre tasse punitive sulle importazioni, Herrenknecht ha scrollato le spalle: “L’anno scorso, l’ultimo produttore americano di grandi trivellatori per tunnel è stato venduto ai cinesi. Sta diventando piuttosto difficile comprare americano“.

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Ancora, si deve anche notare che le critiche al surplus commerciale della Germania non sono venute solo dagli USA. Il Ministero dell’Economia tedesco, per esempio, è più preoccupato del surplus commerciale della Germania rispetto al Ministero delle Finanze. E  un’inaspettata  coalizione, formata da persone apertamente critiche, si è schierata all’opposizione. La loro opposizione ha poco a che fare con il fatto che questo surplus sia un male per gli altri paesi. Piuttosto, si preoccupano che il surplus nel lungo periodo potrebbe essere gravemente dannoso per la Germania.

Dopo tutto, uno squilibrio commerciale è una lama a doppio taglio: si potrebbe pensare che è bello avere più esportazioni che importazioni, perché questo significa che entrano più soldi di quanti ne escano, non è vero?

In realtà, è vero il contrario. Un surplus nella bilancia commerciale di un paese si manifesta sempre con un relativo deflusso di capitali. Mandare una grande quantità di beni e capitali all’estero non può solo rafforzare la Germania, può anche indebolirla.

La Germania presta denaro ai paesi a cui vende più merci di quante ne importi. Ogni giorno in più di squilibrio commerciale a favore della Germania, vuol dire una maggior quantità di denaro che gli è dovuta dai suoi partner commerciali. Allo stesso modo, cresce la rivendicazione della Germania su una quota crescente della produzione futura dell’economia globale.

Questo è molto bello – a patto che quei debiti verso la Germania siano onorati. Ma è esattamente questo il problema, secondo alcuni economisti. Hans-Werner Sinn, ex direttore dell’Istituto per la ricerca economica Ifo, ha sollevato dubbi al riguardo.

I surplus non sono nel miglior interesse della Germania, poiché continuiamo ad accumulare cambiali che non saremo mai in grado di incassare“, ha dichiarato Sinn, riferendosi ai cosiddetti saldi Target, abbreviazione di Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System [sistema automatico espresso di trasferimento in tempo reale dei pagamenti lordi trans-europei, ndt]. Nel mese di gennaio, i saldi Target della tedesca Bundesbank hanno raggiunto un livello record di quasi 800 miliardi di euro, mentre l’Italia e la Spagna avevano ciascuna debiti per oltre 300 miliardi di euro.

Le banche centrali nel sistema dell’euro usano il sistema Target per calcolare i pagamenti transfrontalieri e ora metà delle attività nette della Germania – la quantità di denaro che i suoi partner commerciali le devono per i beni ricevuti – è composta da questi crediti Target.

E ‘improbabile che i tedeschi potranno mai fare uso di questa fortuna”, ha detto Sinn. “Molte delle automobili e delle macchine utensili che abbiamo esportato sono state semplicemente date via”.

Thomas Mayer, direttore della ricerca presso il Flossbach von Storch Research Institute, ha quantificato queste potenziali perdite. Dal 1999 la somma della bilancia commerciale annuale della Germania supera del 44% l’ammontare della crescita dei suoi impieghi netti all’estero. In altre parole: “Per ogni euro generato dal surplus, all’incirca 30 centesimi vanno persi“, ha detto Mayer.

Quello è un capitale che sarebbe necessario a casa. Perderlo ha un peso sul potenziale di crescita e quindi sulla prosperità di tutta la Germania.

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Gli investimenti in infrastrutture e altre opere all’interno del paese, così come salari più alti,  sono visti come un modo per frenare gli eccessi del surplus commerciale. Entrambe queste cose possono dar luogo a una maggiore domanda in Germania, suggerisce Marcel Fratzscher, che dirige l’istituto di ricerca economica DIW Berlin con sede a Berlino e che precedentemente è stato direttore delle analisi di politica internazionale presso la Banca Centrale Europea. I lavoratori tedeschi potranno permettersi più beni di consumo e gli investimenti necessitano macchinari, cemento e altre attrezzature – tutto questo richiederebbe maggiori importazioni e appiattirebbe il surplus commerciale della Germania.

Nel passato c’è anche un altro esempio di come potrebbe funzionare. Negli anni ’90 la bilancia commerciale della Germania è scivolata in territorio negativo – la nazione esportatrice era divenuta un importatore – a causa della quantità di investimenti in infrastrutture necessarie dopo la riunificazione del paese. Ci sono voluti investimenti importanti per modernizzare le aziende in quella che un tempo era la Germania dell’est e i consumatori della Germania orientale si sono dati ad un’orgia di acquisti, potendo comprare beni a cui prima non avevano accesso.

Tuttavia è importante ricordare che in questo momento il governo non può essere certo di quanto i cittadini vorranno spendere in importazioni. Né si può fare molto per gli investimenti che non riguardano il settore pubblico. Infatti, circa il 90 per cento degli investimenti in nuovi progetti in Germania proviene dal settore privato. E in questo momento il settore privato è estremamente prudente sull’investire in nuove fabbriche e impianti. Tra gli altri problemi, si lamentano della mancanza di manodopera qualificata e delle tariffe volatili ad esempio per l’energia, .

E quest’ultimo punto – rendere di nuovo la Germania più attraente per gli investimenti privati – è certamente un problema sul quale i politici potrebbero iniziare a lavorare per risolverlo. Ma lo faranno? Soprattutto dato che gli eventuali successi saranno visibili solo dopo diversi anni, non in tempo per la prossima campagna elettorale. Una cosa però è chiara: più il preoccupante surplus commerciale del paese diviene oggetto di dibattito, più diventa evidente che non si tratta solo di essere cortesi con gli altri paesi, o di fare guerre commerciali, o della leggendaria efficienza tedesca. E’ un problema che la Germania stessa ha bisogno di affrontare, e presto.

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