Flassbeck: Il libero commercio può esistere solo in assenza di grossi deficit e surplus

Sul sito Makroskop l’economista tedesco Heiner Flassbeck spiega con grande chiarezza le tesi sul commercio internazionale che fanno riferimento alla teoria classica e neoclassica, basata sul problematico riequilibrio dei saldi causato dai flussi dell’oro,  e il successivo passaggio al pensiero macroeconomico degli anni trenta, che permette di comprendere i problemi creati dai surplus e deficit nel mondo attuale.  Passando alla controrivoluzione neoliberista degli anni Settanta del secolo scorso, essa  ripropone una visione degli scambi internazionali che non tiene conto degli argomenti macroeconomici e appare basata sull’illusione teorica, ma smentita dai fatti, di un impiego efficiente dei capitali. Visione che si potrebbe definire ingenua, se non fosse foraggiata da lobby sufficientemente potenti. 

 

di Heiner Flassbeck, 3 febbraio 2017

Traduzione di Beppe Vandai

Tutti coloro che deplorano il nuovo protezionismo americano senza condannare il mercantilismo tedesco dimostrano solamente di non aver capito il principio del libero commercio.

Il protezionismo conclamato di Donald Trump mette a nudo questo fatto. Il libero commercio viene completamente frainteso. Se così non fosse, non sarebbero così in tanti a diffondere tante assurdità. Se Volker Kauder, il capogruppo in Parlamento della CDU/CSU, dichiara pubblicamente che l’Europa, come reazione al protezionismo americano, potrebbe anche alzare i dazi, dimostra con ciò di non aver capito il commercio. Se Stefan Kooths, specialista in economia globale all’ Istituto di Kiel afferma che la Germania mette capitali a disposizione del resto del mondo, e che in questo non c’è nulla di riprovevole (vedi articolo sulla FAZ Frankfurter Allgemeine Zeitung), allora questo può essere interpretato solo come dimostrazione che a Kiel la teoria del libero commercio non appartiene più al repertorio di ricerca.

Se la FAZ in una “carrellata“ riporta cinque motivi, usciti dalla testa degli economisti, per cui gli Stati fanno isolazionismo, ma “dimentica” proprio i saldi nel commercio internazionale, mostra soltanto che tale giornale, e con esso tutti gli economisti, non hanno afferrato il nocciolo della discussione (vedi link). Se l’Handelsblatt [il corrispettivo tedesco del sole24ore, ndt] – nella rubrica “capo economista” – crede bene di scrivere che l’economia non è un gioco a somma zero (vedi link), allora combatte contro un’ovvietà, ma non capisce affatto il nocciolo del discorso. Se Ulrike Herrmann [giornalista economica della TAZ, corrispettivo tedesco de “Il manifesto”, ndt] trova che il pensiero economico di Trump sia sbagliato perché questi crede che, se si importa di più di quanto si esporta, si danneggia la propria economia, mostra anche lei di non aver capito il libero commercio (vedi link).

La FAZ, la punta avanzata del mainstream neo-classico in questo paese, nell’edizione cartacea del 30.01.17, a pag. 16, teme che con Trump, e particolarmente nella persona di Peter Navarro, un outsider dell’accademia economica, venga portata avanti una “politicizzazione della bilancia commerciale”. Ovviamente si considera questo come una pericolosissima tendenza. Tuttavia non è più possibile negare (o mettere sotto silenzio) che la Germania nell’insieme faccia registrare un forte surplus e che anche nei rapporti bilaterali con gli USA si registrino rilevanti surplus.

Questa sequela la si potrebbe proseguire all’infinito. Allora è certamente importante spiegare, da un’altra visuale, perché un libero commercio che voglia essere vantaggioso per tutti deve essere a saldi nulli o quasi, cioè non compatibile né con surplus continui, né, specularmente, con deficit continui.

Prendendo in considerazione le radici della teoria del libero commercio, fu sempre chiaro agli studiosi competenti che grossi squilibri nei saldi [surplus o deficit, ndt] sono gravidi di forti conflitti politici. Anche nell’analisi macroeconomica keynesiana i saldi sono assai problematici. Dunque fu solo la “depoliticizzazione delle bilance commerciali”, fattasi largo con la controrivoluzione neo-classica degli ultimi 30 anni, a dare in generale l’impressione che non esisterebbero limiti ai surplus e ai deficit, poiché in fondo sarebbero i “liberi flussi dei capitali” a fornire un equilibrio compensativo. Ma questo non è avvenuto;  ragion per cui ci la “re-politicizzazione dei saldi” era ed è coerente e ce la dovevamo aspettare.

Nella teoria classica del libero commercio ci si affidava al fatto che surplus o deficit problematici spariscono automaticamente o addirittura non si formano. Se un deficit ha raggiunto una dimensione critica in un Paese, cioè una dimensione che fa dubitare della solvibilità del Paese, allora i creditori non sarebbero più incondizionatamente disposti a far credito per l’acquisto di beni, ma invece pretenderebbero il pagamento immediato di merci con il mezzo di pagamento universale di quel tempo: in oro. Un accresciuto deflusso di oro da quel Paese innescherebbe una pressione deflattiva (oppure porterebbe ad una svalutazione di quella moneta nazionale nei confronti dell’oro), poiché meno oro significherebbe anche meno crediti. Questo fatto avrebbe (dal punto di vista monetaristico) ridotto la dinamica dei prezzi o imposto la deflazione. Conseguentemente, il deprezzamento della moneta e/o il calo indotto dei prezzi migliorerebbe la competitività del paese in deficit. Con ciò la parte critica del deficit (la parte causata dall’inferiore competitività) sarebbe eliminata. [Flassbeck non lo dice, ma questa teoria risale nientemeno che al filosofo D. Hume, ndt].

Non entro nel merito se le connessioni teoriche siano corrette in dettaglio. L’idea di fondo era solida, in quanto si comprese che lo scambio tra gli Stati “nel lungo periodo” (o nello stato di equilibrio) avviene sempre e solo in termini di beni contro beni. Infatti uno Stato estero, innanzitutto, della moneta nazionale di un altro Paese non sapeva che farsene, a meno che non fosse scambiabile nella moneta internazionale, cioè in oro. Ma per poter pagare beni con beni si doveva mantenere la propria competitività. Chi non poteva più pagare con beni, dunque doveva pagare con un bene universale, cioè in oro.

Il deflusso di oro era però un problema, soprattutto poiché riduceva in modo decisivo la possibilità del Paese di fare la guerra. Infatti, per pagare eserciti mercenari e materiali bellici era necessario possedere oro. Di conseguenza si stava attenti a che non ci fossero importanti deflussi aurei e ci si dava pena che i deficit commerciali non diventassero troppo grandi. Paesi in surplus che stoccavano oro per motivi mercantilistici erano di per sé pericolosi.

In ogni caso tutta la teoria classica del libero commercio era costruita in modo tale che non ci fossero surplus e deficit duraturi (vedi link). Solo sulla base di questa premessa ha senso parlare propriamente della dottrina del libero commercio quale norma per la cooperazione tra gli Stati. Se con questo la teoria sia di per sé corretta, è un’altra questione (vedi link) [circa un contributo di Flassbeck sul TTIP, ndt]. Che l’assenza di saldi [positivi o negativi, ndt] sia una delle premesse imprescindibili per estrarre dal cassetto le riflessioni dei classici, dovrebbe essere una cosa assodata per tutti.

Con il passaggio al pensiero macroeconomico degli anni trenta del secolo scorso si incominciò a capire meglio in che modo i paesi in surplus potessero danneggiare, anche senza flussi aurei, i Paesi in deficit. Da allora il risparmio dei settori economici e delle economie nazionali nel loro insieme – cioè la realizzazione di entrate maggiori delle uscite – venne identificato come un problema della politica macroeconomica perché, nel caso di un surplus di risparmio, la domanda aggregata diventa strutturalmente troppo scarsa rispetto all’offerta aggregata. Perciò si capì – così come noi qui [su Makroskop, ndt] sempre mostriamo – che per compensare delle sacche di risparmio sono necessari dei debitori. D’altro canto non esiste nessun automatismo che trasformi il risparmio in investimenti. Le idee dei neo-classici a questo riguardo (l’aumento del risparmio fa scendere i tassi d’interesse, la qual cosa stimola gli investimenti) si sono dimostrate sbagliate (vedi link).

Anche nel mondo attuale i Paesi in surplus creano un problema per i paesi in deficit poiché aggravano sistematicamente il problema di colmare il vuoto di domanda aggregata sorto dal risparmio dei paesi in surplus, cosa che fanno mediante investimenti e indebitandosi. Particolarmente problematici sono i surplus che si verificano quando i paesi in surplus accrescono la propria competitività ad esempio con il dumping salariale e/o con monete sottovalutate. In conseguenza di ciò indeboliscono i paesi in deficit in modo sistematico. D’altro canto essi accettano che i paesi indeboliti a seguito della perdita di competitività si indebitino sempre di più.

Chi sottrae ad altri paesi quote di mercato con salari e prezzi bassi, e con ciò genera dei surplus, produce beni e servizi che altrimenti sarebbero stati prodotti nei paesi in deficit. Ciò non significa altro che questo: il “vincitore nella gara delle nazioni” si procura reddito e posti di lavoro a spese di altri paesi, cioè esporta disoccupazione. Chi poi sostiene che invero si mette a disposizione degli altri paesi del capitale e che dunque non deve scusarsi di questo, dimostra solo di non aver capito nulla di nulla. Non si mettono a disposizione dei capitali, bensì si offrono i crediti con cui il paese in deficit può acquistare quei beni del paese in surplus che non può pagare con merci proprie. I crediti che il paese in surplus concede al paese in deficit sono in realtà lo strumento con cui l’esportazione della disoccupazione viene resa possibile.

Solo la controrivoluzione neo-liberista degli anni settanta del secolo scorso ha aperto la strada ad una visione estremamente ingenua con cui, anche dal punto di vista del commercio internazionale, si ritornò al tradizionale modello di risparmio, a dir poco semplicistico, precedente all’affermarsi del pensiero macroeconomico. Tutta l’esportazione di capitale di un paese (che dal punto di vista della meccanica dei saldi deve appartenere al surplus della bilancia commerciale) fu interpretato come “risparmio“ del Paese; gli fu poi attribuito un ruolo propulsore nel processo dello sviluppo economico.

Così però gli argomenti della macroeconomia non furono nemmeno sfiorati, tanto meno ci si confrontò con essi.  Nell’ economia quale “scienza” una cosa simile è possibile; basta che dietro a una tale “rivoluzione scientifica” ci siano lobby sufficientemente potenti (vedi in modo particolare il nostro confronto con Hans–Werner Sinn).

Le cose stanno ancora peggio se si pensa che gli sviluppi più recenti del risparmio nei paesi industrializzati non vengono nemmeno afferrati. Il dato incontrovertibile che nel frattempo in molti paesi le imprese nel loro insieme sono divenute risparmiatori netti ribalta completamente la visione del mondo dei neo-classici. Il grafico mostra i dati che riguardano gli USA. Lo Stato deve indebitarsi in grande stile di anno in anno, visto che le imprese non pensano a indebitarsi nemmeno a tassi d’interesse nulli e non adempiono al ruolo che la teoria neo-classica attribuisce loro, quello di essere dei debitori.

Saldi finanziari settoriali negli USA.  Ausland = Estero, Unternehmen = Imprese Private, Haushalte = Famiglie, Staat = Stato.

Infatti, se non sono le imprese a tramutare i risparmi delle famiglie in investimenti, chi altro dovrebbe – nel mondo dei neo-classici – assumersi questo compito? Lo Stato, per carità!, non può farlo, poiché il suo indebitarsi viene da loro dichiarato un tabù assoluto. Allora resta solo l’estero quale debitore. Ma questa, logicamente, non è una soluzione per il mondo preso nel suo insieme. Proprio a questo punto la teoria neo-classica fa bancarotta, poiché, chi non riesce a spiegare come – a livello globale – si giunga alla trasformazione del risparmio in investimento, non è in grado di spiegare proprio nulla.

Una posizione intelligentemente neoliberale e neo-classica che non compia errori così marchiani, deve dunque ammettere che, nell’ambito di una circolazione internazionale dei capitali funzionante, se un paese si costruisce una condizione fortemente competitiva, cioè se tenta di aumentare la propria competitività con una svalutazione in termini reali, va a scontrarsi con impedimenti cruciali. Tutte le versioni da manuale della teoria neo-classica danno per scontato che una riduzione relativa del costo del lavoro per unità di prodotto ed il sorgere di un surplus nel conto delle partite correnti porti ad una reazione in senso contrario, tramite i mercati dei capitali, che si concretizza in una rivalutazione della moneta del paese in surplus. Una reazione che, a livello monetario internazionale, neutralizza il vantaggio da prezzo e rende impossibile la formazione di surplus che durino a lungo. Se ciò non accade (ad esempio per via della speculazione internazionale sulle valute) si deve concludere che il modello neo-classico non funziona e che gli Stati devono avere la possibilità di far sì, con altri mezzi, che ci sia un riequilibrio della (propria, ndt) competitività.

Ma persino questa banale intuizione è scomparsa nella follia tedesca del “noi siamo i più capaci”. Che politici cadano in tali deliri proprio non fa meraviglia. Che invece delle persone, le quali possono lavorare con grande libertà in istituzioni pagate dallo Stato, si facciano sistematicamente soggiogare in questa cosa, è un’amara verità. Ora è d’altronde assolutamente chiaro che il più grande errore di molti paesi europei sia stato quello di entrare in un’unione monetaria con un paese la cui opinione pubblica e la cui classe politica tanto agilmente si sbarazzano di quanto è ben noto in materia di collaborazione internazionale.

Categories Autori Didattica Fonti Voci dall'estero