Dopo aver correttamente previsto la crisi economica del 2008, la vittoria della Brexit, le elezioni presidenziali americane ed altri eventi, Nassim Nicholas Taleb, autore della collana “Incerto” sulle incognite globali, che include “Il Cigno Nero. Come l’improbabile governa la nostra vita“, è considerato una sorta di oracolo dissidente. L’economista-matematico è anche stato criticato per aver auspicato una “semplificazione” del sistema economico, e per le sue argomentazioni a favore del Presidente USA Donald Trump e dei movimenti populistici globali. In un’intervista al quotidiano The Indu, Taleb spiega perché ritiene che nel mondo sia in atto una “rivolta globale contro gli psuedo-esperti”.

Di Suhasini Haidar, 29 gennaio 2017

Traduzione di Margherita Russo

L’economista-matematico Nassim Nicholas Taleb sostiene che sia in atto una rivolta contro gli pseudo-esperti

Per iniziare, vorrei chiederle del suo prossimo libro, Skin in the Game, quinto volume della collana Incerto. Lei ha una strana abitudine con i suoi libri: prima della loro uscita, pubblica alcuni capitoli sul suo sito. Perché lo fa?

Mettere online il mio lavoro mi stimola ad andare più a fondo su un argomento. Quando pubblico online, il mio pensiero inizia a strutturarsi. L’unico modo per giudicare un libro è sulla base di quella cosa chiamata effetto Lindy, ossia dalla sua sopravvivenza. I miei libri tendono a sopravvivere. Ho notato che The Black Swan ha avuto successo perché è stato subito captato online, molto prima di essere pubblicato. Inoltre preferisco i social alle interviste nei media convenzionali, perché molti giornalisti non fanno bene il loro lavoro, e fanno passare per giornalismo quelle che sono liste di Top Ten dello ‘zeitgeist’.

I media però non sono un’organizzazione unica ad entità monolitica.

Be’, mi riferisco agli Stati Uniti, dove leggo notizie più credibili nei social che nei media mainstream. Sono però positivamente colpito dai media indiani, che presentano entrambi i lati della storia. Negli USA si leggono solo le versioni ufficiali, governative o accademiche.

In Skin in the Game sembra partire da alcune riflessioni contenute in The Black Swan che suggeriscono brutti presagi per l’economia mondiale. Lei prevede un’altra crisi?

Oh, assolutamente! L’ultima crisi [2008] non è ancora finita perché è stata solo rimandata. [Barack] Obama è un attore. Fa la sua bella figura, sa crescere i figli, è una persona perbene. Ma non ha risolto i problemi del sistema economico, ci ha solo iniettato della novocaina [un anestetico locale]. Ha rimandato il problema alleandosi con i banchieri, che invece avrebbe dovuto perseguire. Ed è solo raddoppiando il deficit in rapporto al PIL che si sono creati sei milioni di posti di lavoro, con un debito enorme ed un sistema non risanato. I tassi d’interesse sono stati mantenuti a zero, e non è servito. In pratica negli USA il problema è stato trasferito dalle imprese private allo Stato. Quindi il sistema resta molto vulnerabile.

Secondo lei Obama avrebbe anestetizzato il sistema. L’amministrazione Trump ce la farà a fare fronte a ciò?

Certo. Ha ricevuto il mandato proprio perché ha capito il problema economico. Non salta subito all’occhio come Obama abbia creato ineguaglianze quando ha distorto il sistema. [Oggi] si può arricchire solo chi già dispone di capitali. Trump mette nel sistema un certo senso degli affari. Non c’è bisogno di essere dei geni per capire cosa c’è che non funziona. Se Trump non fosse stato eletto, e al suo posto avessimo il proprietario di una bottega del souk [bazaar] di un quartiere di Aleppo, questi avrebbe fatto le stesse cose che Trump sta facendo. Come ad esempio telefonare alla Boeing per chiedere perché stiamo pagando così tanto.

Lei è considerato una specie di oracolo, ha anticipato il tracollo economico, ha previsto il voto sulla Brexit, gli esiti della crisi siriana. Ha affermato che lo Stato Islamico avrebbe beneficiato dall’estromissione di Bashar al-Assad ed ha previsto la vittoria di Trump. Come lo spiega?

Non lo Stato Islamico, a quel tempo c’era al-Qaeda, ed io ho detto che l’amministrazione USA li stava aiutando finanziariamente. Vede, bisogna avere il coraggio di dire certe cose che altri non dicono. Nella vita ho avuto fortuna finanziariamente, non ho avuto bisogno di lavorare per vivere e posso passare il tempo a pensare. Quando Trump si è candidato alla presidenza, ho detto che il suo programma è chiaro e comprensibile per un bottegaio. Perché il bottegaio può dire se Trump sbaglia, dato che può capire dove sbaglia. Ma con Obama non si capisce nulla di quello che dice, per cui il bottegaio non sa dov’è lo sbaglio.

La scelta è allora tra semplificazione e sovra-intellettualizzazione?

Esattamente. Trump non si è mai candidato ad essere un arcivescovo, quindi non lo si è mai visto comportarsi come un santo, e va bene così. Obama invece si comportava come l’Arcivescovo di Canterbury, e prometteva di fare miracoli, ma la gente non ha visto alcun miglioramento. Come dicevo, un negoziante di Aleppo, o un pizzicagnolo di Mumbai, alla gente sarebbero piaciuti come Trump. Lui dice parole di buonsenso, quando chiede perché paghiamo così tanto per questa spazzatura o perché la tassazione deve essere così complessa, o perché dovremmo avere le lobby fra i piedi. Il linguaggio diretto di Trump può piacere o no. Ma neanche il modo in cui gli intellettuali trattano chi non è d’accordo con loro è tanto bello. Mi viene in mente un mio amico accademico che era a favore della Brexit, e che mi diceva di sentirsi come un lebbroso in UK. Lo stesso è successo negli USA a chi era a favore di Trump

Ma ci sono anche validi motivi per essere preoccupati da Trump.

Mah, ad esempio ad un imprenditore quello che dice Trump non darebbe fastidio. La classe degli intellettuali, composta in America da non più di 200.000 persone, non è rappresentativa di tutti quelli che ce l’hanno con Trump. La vera questione è il ‘problema dei falsi esperti’, quelli che non sanno di non sapere, e presumono di sapere quello che pensa la gente. Un elettricista non ha questo problema.

L’elezione di Trump fa parte di un fenomeno globale? Lei ha evidenziato le similitudini con l’elezione di Narendra Modi in India.

Be’, [nei casi di] Trump, Modi, Brexit, e adesso della Francia, questi paesi presentano problemi simili. Ciò che è evidente è che la gente è stufa delle classi dirigenti. Non è fascismo. Non ha niente a che vedere col fascismo. Ha a che fare con il problema dei falsi esperti, di un mondo con troppi esperti. Se avessimo delle élite diverse, il problema non sussisterebbe.

Ci sono altre similitudini, per citare gli studi fatti sui movimenti populistici a livello globale: questi leader sono maggioritari, sfruttano il risentimento, utilizzano i social media per avere un contatto diretto con gli elettori, e sono in grado di prendere decisioni drastiche.

Ho detto spesso che un matematico pensa con i numeri, un giurista con le leggi, ed un idiota con le parole. Le parole non significano niente. Credo che si debba trarre la conclusione che c’è una rivolta globale contro gli pseudo-esperti. L’ho vista con la Brexit, e Nigel Farage [leader dell’UK Independence Party], che ha lavorato come trader per 15 anni, ha detto che il problema dei politici è che nessuno di loro ha mai lavorato. Fare il burocrate non è un vero lavoro.

Come imprenditore ha certamente ragione riguardo agli esperti e pseudo-esperti che definisce ‘di sinistra’. Come spiega però le altre componenti non economiche del fenomeno: xenofobia, islamofobia, misoginia, ecc.?

Non capisco come una persona di sinistra possa difendere il salafismo, o l’estremismo religioso. In democrazia si può permettere a chiunque di avere un’opinione, ma non di propugnare il messaggio di distruggere la democrazia. Perché qualcuno dovrebbe portare in occidente il messaggio di distruggere l’occidente? Qui il ragionamento va in tilt. Dunque in Yemen, l’intervento [saudita] va bene, mentre l’intervento [della Russia] ad Aleppo non può essere consentito. Non credo che Trump abbia detto che i criminali messicani non dovrebbero essere lasciati entrare negli USA per razzismo; si riferiva ai criminali. Essere nazifobico non significa essere anti-tedesco. Opporsi al salafismo non è islamofobia.  Anche Obama ha deportato messicani e si è rifiutato di accettare immigrati.

L’anti-globalizzazione è una parte di questo pensiero?

Non sono contro la globalizzazione, ma sono contro le grandi multinazionali globali. Una delle ragioni è il loro costo. Oggigiorno tutti i progetti hanno dei costi aggiuntivi perché devono tener conto anche dei rischi globali. In natura esiste ‘l’effetto isola’.  Il numero delle specie presenti su un’isola diminuisce sensibilmente [se le si porta] sul continente. In modo analogo, quando le piccole economie si aprono, perdono parte della loro etnicità e diversità. Gli artigiani sono soppiantati dalla globalizzazione. Basti pensare a quanti di loro hanno perso il lavoro perché la gente compra camicie anti-piega e telefonini a basso costo. Io sono un localista.  Il problema è che la globalizzazione passa attraverso grandi multinazionali che sono per natura predatorie, quindi è necessario contrastarne gli effetti negativi.

In che direzione vede il mondo muoversi adesso? Più a destra, o ritornerà verso il centro?

Non penso che andrà né destra né a sinistra, e non posso dire niente sul breve periodo. Ma credo che nel lungo periodo, il mondo potrà sopravvivere solo avvicinandosi a  un modo di vivere naturale. Molte piccole comunità autonome, e un insieme di mega isole con delle frontiere, un processo decisionale rapido, ed una messa in atto trasparente. Un insieme di Svizzere, ecco di cosa c’è bisogno. Non c’è bisogno di leader, non ci servono. Serve solo che chi sta al vertice non faccia danni.