Le promesse tradite della globalizzazione: come la finanziarizzazione dell’economia è andata fuori controllo

Sull’Huffington post viene pubblicata una critica esplicita al globalismo, rappresentato anche dall’embrione di “ente multinazionale” che è l’Unione Europea. Mentre le élite si accaparrano le ricchezze del pianeta a discapito delle classi medie e basse, nessuno osa ricordare che quando i ricchi si impossessano di porzioni sempre più grandi dei beni mondiali, fino a doversi scontrare coi limiti fisici delle risorse del pianeta, il risultato finale è una guerra globale che lascia tutti sconfitti.

 

Di Timothy J. Barnett, 13 febbraio 2017

Le élite finanziarie, insieme agli economisti che le difendono, continuano a sostenere il globalismo, l’inflazione sponsorizzata dalla Banca Centrale e la finanziarizzazione del mondo. Gli apologeti dell’elitismo non si preoccupano della situazione dei lavoratori e della classe media americana. Agitando false bandiere, giustificano le ingiustizie e i pericoli dei sistemi di sfruttamento che hanno contribuito a concepire. Le “salvifiche” riforme che propongono non portano ad altro che ad una continuazione della terribili miserie attuali: crescita economica insostenibile, continui stimoli finanziari e trasferimento degli oneri per la preservazione dell’ambiente globale dalle multinazionali, che registrano profitti mai visti, ai consumatori duramente colpiti della classe operaia.

Gli economisti del capitalismo si concentrano eccessivamente nella crescita economica a breve termine e nella massimizzazione del profitto aziendale. In tal modo compromettono le prospettive della qualità di vita per gli americani comuni. Gonfiando l’economia globale nel contesto di un ambiente con risorse naturali limitate, queste tendenze al saccheggio portano il mondo sempre più vicino al conflitto globale. Eppure, vogliono credere che un mondo imbrigliato dal commercio globale, dall’interdipendenza finanziaria, dalle istituzioni democratiche e dall’immigrazione illimitata sia inattaccabile da disastri giganteschi. Dimenticano che coloro che posseggono immense ricchezze hanno sempre spinto il mondo verso la guerra nel momento in cui la loro incalcolabile ricchezza viene minacciata da risorse limitate. Il costo della prossima guerra mondiale in termini di vite umane dimostrerà che la ricchezza concentrata senza vero merito porta alla corruzione, al conflitto e a uno svilimento del bene pubblico.

Perché la disuguaglianza

I difensori di questa nuova versione del  capitalismo globale rifiutano sistemi economici alternativi  a causa del loro attaccamento all’architettura estremamente iniqua di distribuzione della ricchezza del mercato. Gli Economisti d’élite, sia neoconservatori sia neoliberali, hanno abbandonato molto tempo fa la definizione di merito finanziario, che collega responsabilmente la dimensione e la natura dei premi con i reali contributi dati al bene pubblico. Le élite si aspettano di vedere una connessione stretta e logica tra i contributi dei lavoratori e i loro stipendi, ma cambiano completamente il metro di giudizio con parametri gonfiati in maniera astronomica quando si parla di alti dirigenti, investitori e celebrità. Tuttavia, remunerazioni enormemente gonfiate non sono indispensabili per ottenere grandi risultati: possiamo vederlo in milioni di lavoratori che eccellono nel loro mestiere quotidiano. In questo contesto la disuguaglianza di ricchezza nelle nazioni sviluppate e in via di sviluppo dovrebbe ridursi, non allargarsi.

Un problema essenziale nell’attuale sistema è che gli obiettivi economici hanno in pratica sostituito i valori importanti. I difensori del sistema attuale aborrono qualsiasi deviazione dalla massimizzazione dei profitti, che potrebbe mettere a rischio il valore di decine di migliaia di miliardi di asset: obbligazioni, azioni, proprietà e ricchezza posseduta che si apprezza grazie alle aspettative positive di crescita. Tuttavia, minacce alla sicurezza emergono spesso quando i sistemi economici sono sostenuti da pilastri quali il pervasivo debito istituzionalizzato e la rivalutazione degli asset.

Il debito invita l’inflazione controllata a rendere le obbligazioni più attraenti. I prezzi inflazionati stimolano nuovo debito e così la domanda dell’economia può essere sostenuta. La ricchezza costruita sul possesso dell’altrui debito cartolarizzato richiede la crescita per ridurre il rischio di rimborso del debito. La crescita, a sua volta, invita la tendenza all’acquisizione di ricchezza perché la crescita sfrutta il valore del capitale rispetto all’ingegnosità sul posto di lavoro. La crescita stimola le crisi e le calamità quando i piani di crescita non tengono adeguatamente conto dei vincoli delle risorse finite di un pianeta.

 

Distruggere l’imperativo alla crescita

E’ comunemente accettato che circa un terzo dell’umanità gode di un tenore di vita soddisfacente, materialmente parlando. A causa dei vincoli di risorse naturali limitate e di altre dinamiche, due terzi della popolazione mondiale possiede enormemente meno della media dei vicini europei. Eppure, l’Europa ha ma un moderato tenore di vita in termini di consumo energetico, di servizi di alloggio e opzioni di trasporto. In breve, non c’è alcuna soluzione sostenibile che potrebbe fornire giustizia sociale globale per quanto riguarda il benessere materiale. La popolazione umana del mondo è già troppo grande per sostenere una versione globale della bella vita europea. Tuttavia, i sostenitori dell’architettura economica mondiale attuale vogliono più crescita e più stimoli. Qual è la logica di un tale imperativo di crescita, se non la difesa del privilegio a scapito di eque possibilità di benessere? Infatti, ogni anno che passa ci sono più persone che abbandonano di quelle che accedono allo stile di vita borghese.

La popolazione mondiale sta crescendo ad un tasso netto di 80 milioni di persone ogni anno, una crescita fortemente sbilanciata verso i paesi più poveri. Questo preoccupa i globalisti? Solitamente no. L’emigrazione dai paesi poveri diventa un aumento dei nuovi lavoratori per le società multinazionali. Una volta posizionati dietro le macchine moderne, la produttività di questi lavoratori cresce enormemente, così come la loro capacità di creare domanda di beni e servizi. Il risultato è una maggiore produzione economica e una maggiore domanda, che si traducono in maggiore crescita e maggiori profitti aziendali.

Il sistema moderno è molto più efficiente di quanto fosse la schiavitù istituzionalizzata nei secoli precedenti. Le macchine sfruttano le competenze dei lavoratori, mentre la concorrenza richiede prestazioni sempre elevate. La libertà accentua il consumismo che deriva dal reddito del lavoratore. Tutto quello che serve allora è assicurare che i lavoratori, servi volontari, siano sufficientemente competenti, adeguatamente nutriti, adeguatamente alloggiati, ben intrattenuti dai media e sufficientemente ubriacati o drogati secondo quanto necessario. Questa è la ricetta per la prosperità delle élite globali.

I globalisti e i loro guru economici desiderano frontiere relativamente aperte per soldi e persone. Frontiere relativamente aperte significano un costante flusso di manodopera a basso costo in paesi sviluppati dai paesi in via di sviluppo e dai paesi sottosviluppati a quelli in via di sviluppo. Le pressioni salariali tengono a bada l’inflazione CPI, permettendo così alla politica monetaria di essere più aggressiva, cosa che consente l’apprezzamento degli asset. Nel frattempo, le pressioni salariali sui luoghi di lavoro aumentano i profitti per i possessori di capitale, permettendo così l’arricchimento ulteriore dei dirigenti e degli investitori.

 

Conclusione

La svolta drammatica verso il populismo in Europa e negli Stati Uniti sta inviando un segnale politico alle élite finanziarie: esse hanno spinto la loro quota di reddito nazionale al limite della sopportazione dell’elettorato democratico nelle circostanze attuali. I social media e i blog di internet hanno fornito canali alternativi con cui gli elettori scontenti possono organizzarsi. Tuttavia, la complessità dell’economia globale rischia di limitare l’efficacia degli sforzi degli elettori nel chiedere conto alla élite della crescente disparità di ricchezza negli Stati Uniti e in Europa. La finanziarizzazione dell’economia rischia di continuare, con gli eccessi limitati solo per quel che riguarda dettagli insignificanti.

La globalizzazione ha il vento in poppa: la sua inerzia favorisce gli scopi perseguiti dalle élite rispetto a quelli dei populisti. Le nomine presidenziali importanti continueranno a garantire che gli obiettivi del settore finanziario siano sovvenzionati, dato che la mentalità generale dei senatori degli Stati Uniti è così orientata. I sogni dei populisti di una ridistribuzione delle opportunità e della ricchezza in America non saranno realizzati fino a quando il populismo non svilupperà un robusto movimento intellettuale che capisca il merito moralmente misurato, l’economia sostenibile e mezzi politicamente percorribili di fissare gli obiettivi corretti.

 

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