Ted Malloch e Giulio Tremonti: “L’Unione europea si è persa per strada”

In occasione della celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma,  Ted Malloch e Giulio Tremonti – l’uno probabile prossimo ambasciatore statunitense presso l’Unione Europea e suo feroce critico, e l’altro ex ministro italiano dell’economia sotto i governi Berlusconi – hanno pubblicato su Politico.eu un articolo scritto a quattro mani in cui affermano che il progetto della UE si è spinto troppo oltre e propongono il ritorno all’originario disegno confederale di mercato comune e di cooperazione su poche questioni essenziali,  lasciando tutto il resto alle sovranità nazionali.

 

di Ted Malloch e Giulio Tremonti, 25 marzo 2017

Nella splendida giornata primaverile del 25 marzo 1957, presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, a Roma, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest firmarono un trattato che ha segnato la nascita di una nuova istituzione, un’unione doganale che sarebbe stata conosciuta come mercato comune.

Oggi, ogni democrazia liberale – dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda – ha motivo di celebrare i successi del Trattato di Roma. Abbattendo le barriere commerciali e incoraggiando uno sviluppo pacifico, ha posto le basi per un’era di crescente prosperità.

Eppure, oggi, due diverse idee di Europa sono entrate in conflitto. Una è in linea con l’idea originaria alla base del Trattato di Roma. L’altra se ne discosta, e richiede una centralizzazione del potere a Bruxelles.

Il ragionamento politico che ispirava il trattato era una combinazione di due principi: sovranità e sussidiarietà. Il trattato è stato firmato da paesi che hanno fatto concessioni sulla loro sovranità soltanto quando era assolutamente necessario. Si trattava di integrare le entità nazionali in modo lieve, calibrato e meditato, non di tentar di delegare competenze a istituzioni sovranazionali.

Secondo questa idea, il Mercato Comune Europeo non è stato progettato per spingersi troppo oltre le sovranità nazionali. Bruxelles, la prima di quelle che avrebbero dovuto essere delle sedi a rotazione delle istituzioni comunitarie, era stata concepita come depositaria di un potere minimale di coordinamento, e non sarebbe mai dovuta diventare la capitale permanente di una nuova Unione Europea, tanto meno di un’unione allargata.

Nel celebrare il suo anniversario, questo documento fondamentale dovrebbe essere visto per quello che era: un progetto confederale designato a favorire soluzioni di mercato per problemi di vita quotidiana, in particolare nel campo del commercio. Il compromesso sulla sovranità era minimo, in cambio di importanti vantaggi.

Il trattato era basato su due pilastri, di pace e di prosperità – un mandato ben meditato e necessario che faceva seguito a decenni di guerra che avevano lacerato il continente – non un mandato elitario calato dall’alto per creare un’entità sovranazionale.

Oggi, la versione più recente dell’unione ha seguito un impulso dirigista e centralizzatore. A poco a poco, dagli anni ’80 e ’90 fino ad oggi, questo impulso ha rovesciato la solida architettura di base del Trattato di Roma. Questo processo non ha avuto un carattere democratico ed è stato bocciato dalle urne – inclusi i referendum nei quali i cittadini hanno respinto l’anonimo processo decisionale dell’Unione Europea.

Ciò nonostante, questo processo è andato avanti senza sosta. I centralizzatori hanno sempre più esercitato la loro volontà sul popolo, con scarsa considerazione del suo consenso. Improvvisamente è stata introdotta la moneta unica. Improvvisamente l’Unione Europea ha raddoppiato il numero dei suoi membri. Improvvisamente si è affermato un esteso socialismo manageriale.

Nel 2016, la normativa europea ammonta a più di 30.000 pagine – un totale di 151 chilometri di carta. Oggi è rimasto poco su cui Bruxelles non abbia messo le mani.

Nel corso degli ultimi 20 anni, l’Unione Europea non è riuscita a comprendere e gestire i più importanti fenomeni politici ed economici, poiché è andata avanti col suo piano di trasformare un’organizzazione interamente economica in un organismo politico.

In primo luogo, Bruxelles ha perso l’occasione di gestire la globalizzazione. E’ stata colta impreparata, troppo occupata a perfezionare un mercato interno per competere con economie di diverso tipo. Prima una crisi finanziaria, poi una crisi economica, e, infine, una crisi politica. Ognuna di esse ha reso evidente un calo di fiducia nel progetto, e ha lasciato gli europei sempre più preoccupati.

Il progetto europeo ha anche fatto l’errore di cedere alla nostalgia e al romanticismo. La politica odierna forse può essere meglio compresa come un desiderio ardente di un ordine passato e di un ripristino dei valori simbolici perduti, mentre la società si disintegra e i legami civici, religiosi e familiari che hanno tenuto insieme gli europei si sono scollati – da un lato un individualismo atomistico radicale, e dall’altro uno statalismo Bruxelles-centrico.

In questo processo, le istituzioni intermedie, in cui la gente ha effettivamente vissuto la propria vita e ha prosperato in passato, sono state gettate nella proverbiale spazzatura della storia. Nel frattempo, l’immigrazione ha trasformato le nazioni europee e la definizione stessa di identità europea.

Oggi, l’Unione Europea si trova in una profonda crisi. Sì, il trattato di Roma è stata una tappa importante. Ma nei successivi 60 anni l’unione ha in gran parte ignorato i suoi valori. Ora si trova ad un bivio: lasciare che il progetto si disintegri o centralizzare ancora di più. Nessuna delle due opzioni è attraente.

Naturalmente, l’ipotesi di tornare a singoli Stati nazionali europei è in sé stessa arcaica e pericolosa. I paesi non sono più isolati e sono vulnerabili ai poteri finanziari globali che sono per definizione transnazionali.

Tuttavia, c’è una valida alternativa.

L’Europa potrebbe tornare al trattato di Roma originario, allo stesso apprezzabile modello di confederazione di 60 anni fa. Unendosi solo su questioni essenziali, come la difesa, la sicurezza e la cooperazione in un’area doganale comune, tutto il resto rimarrebbe agli stati membri.

Mentre celebriamo il trattato di Roma, l’Unione Europea ed i suoi alleati dovrebbero aspirare ad un ritorno alla saggezza e alla legittimazione di quel trattato originario e alla sua visione dell’Europa.

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