In una situazione dove gli sconfitti del neoliberismo e della globalizzazione minacciano la rivolta, perfino sui media mainstream, come Project Syndicate, inizia a diffondersi la proposta di un compromesso: alzare i salari più bassi per evitare le rivolte e per spingere i consumi. Possiamo solo sperare che le voci più ragionevoli di chi non vuole tirare troppo la corda e distruggere il sistema vengano ascoltate, finché si è ancora in tempo.

 

di Bill Emmott, 10 maggio 2017

 

I governi dei paesi occidentali sono paralizzati. Dopo un lungo periodo di dolorosa recessione, la crescita economica rimane bassa, rendendo gli elettori insoddisfatti e facendo crescere il consenso verso i populisti.

Ma gli strumenti a disposizione dei governi per risolvere il problema non funzionano. La politica fiscale è resa politicamente impossibile a causa del debito. La politica monetaria si è spinta ormai troppo in là e, comunque, l’inflazione si sta ripresentando.

Pertanto ho una proposta che metterà in allarme i sostenitori del mercato libero, e sorprenderà gli altri: i governi dovrebbero intervenire direttamente sul mercato del lavoro. Voglio che alzino decisamente il salario minimo.

In assenza di un intervento di questo tipo, rimarremo bloccati. La disuguaglianza economica crescerà e, con essa, crescerà la percezione di impotenza in politica e la perdita di speranza per il futuro. La spinta verso soluzioni allettanti ma dannose, come chiudere le frontiere e la propria mente  attraverso il protezionismo e lo sciovinismo nazionale, diverrà irresistibile.

Mi aspetto senz’altro che la gente mi consideri pazzo. Forse non sono consapevole che alzare il salario minimo rischia di provocare disoccupazione? Non ho forse notizia dell’”arrivo dei robot” e di tutti i modi in cui l’automazione dovrebbe distruggere i posti di lavoro? Non credo forse nelle soluzioni di mercato?

Certamente sono consapevole di tutto questo. Ma, come ha detto Keynes una volta, quando i fatti cambiano, devo cambiare il mio modo di pensare.

La principale ragione per cui i governi esitano a intervenire sul mercato del lavoro (salvo quando c’è da colpire i lavoratori, per esempio col jobs act e la loi travail, NdVdE) sono i brutti ricordi dei  tentativi falliti di controllare i salari e i prezzi negli anni ’70, caratterizzati da un’alta inflazione. Ma una seconda ragione più attuale è che ovunque il mondo delle imprese fa pressione sui governi perché non intervengano, sostenendo che la competitività dipende dal lavoro a basso costo.

Ma è tempo di ignorare i lobbisti e avere coraggio. Alcune volte, alzare il salario minimo rischia davvero di uccidere l’occupazione. Ma oggi questa possibilità sembra remota, per lo meno nei paesi dove i tassi di disoccupazione sono bassi. E abbiamo bisogno di più, non meno,  investimenti in nuove tecnologie per aumentare la produttività. Alzare il salario minimo aiuterebbe a stimolare questi investimenti, e contemporaneamente ad aumentare la domanda dei consumatori.

Il Giappone aveva un famoso piano per “raddoppiare i redditi” negli anni ’60. Tenendo a mente questo esempio di successo, perché non introdurre un piano per “raddoppiare i salari minimi”, da attuare nell’arco di alcuni anni, in modo da dare  alle imprese il tempo di adeguarvisi?

E’ per caso interessato, Presidente Trump?