Nella terza puntata dell’inchiesta investigativa di Cory Morningstar sulle organizzazioni non governative, l’argomento viene trattato in veste filosofica per offrire una chiave di lettura e di riflessione alle prossime due puntate,  più descrittive. Viene qui evidenziato come il problema abbia radici molto antiche, e come già agli inizi delle lotte contro il razzismo e il pregiudizio culturale esistessero voci, come quella di Malcom X, che avevano ben compreso i pericoli e i rischi di cooptazione derivanti dalla supina accettazione di soluzioni riformiste, parziali e solo cosmetiche, ai problemi globali, la cui portata va ben al di là delle divisioni etniche e di classe.  Alla luce di ciò, vengono esaminate le prospettive filosofiche, sorprendentemente profetiche, del filosofo francese Étienne de La Boétie.  Si tratta di un cambiamento di prospettiva notevole, forse scomodo, ma assolutamente indispensabile, e oggi quanto mai urgente.

 

di Cory Morningstar, 10 settembre 2012

Traduzione di Margherita Russo

 

Asservimento, plagio e pregiudizio razziale

 

 

 

Se il caffè è scuro al punto da essere troppo forte per me, lo allungo aggiungendo del latte. Lo integro con il latte. Se continuo ad aggiungere più latte, ben presto l’aroma del caffè cambia; è la natura stessa del caffè a cambiare. Aggiungendo ancora più latte, alla fine non si distinguerà più neanche la presenza di caffè nella tazza. Una cosa analoga è accaduta con la marcia su Washington. I bianchi non erano lì per integrarla, ma per infiltrarvisi. I bianchi sono entrati a farne parte; l’hanno sommersa; ne sono divenuti parte integrante al punto da farle perdere significato. Non era più una marcia di neri; non era più militante; non era più arrabbiata; non era più impaziente. A tutti gli effetti, non era più una marcia.” – Malcolm X

 

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]

Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.”

— Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

Oggi, in confronto, il movimento Occupy Wall Street è costituito da giovani influenzabili, ingenui, benintenzionati, che non possono ancora contare su un’esperienza di vita che consenta loro di comprendere la profondità e gravità della nostra disastrosa situazione e le stesse cause cruciali e profonde che sottostanno a gran parte delle attuali numerose e crescenti crisi – il razzismo, l’imperialismo, il capitalismo industriale e il militarismo. Il fatto stesso che tanti giovani siano assetati di verità non adulterate rende ancor più cruciale per i poteri egemoni che di tali verità non si parli affatto. Ed è qui che entrano in gioco le ONG e le élite di potere. Occupy svolge molte funzioni per le élite di potere: come valvola di sfogo per calmare la crescente intolleranza e frustrazione accumulata; per indottrinare con un’ideologia pacifista che protegga lo status quo togliendo autonomia e addomesticando le masse; per distogliere l’attenzione dai problemi del capitalismo e concentrarla sulle “riforme”; per puntare sul processo elettorale come soluzione di tutto invece di smascherarlo come una distrazione; l’assenza intenzionale di qualsiasi analisi dell’illusorio sistema monetario, del razzismo, dello specismo, della servitù volontaria e obbedienza auto-inflitta verso lo stato e l’apparato militare (che sia finalizzata a sconfiggerli). (Ed è ovviamente vietato accennare ai finanziamenti delle grandi società alle fondazioni.) Perché continuare a foraggiare questa macchina omicida con tasse (soprattutto imposte sul reddito), mutui, investimenti e risparmi – quando tutto questo sta distruggendo le specie viventi e il pianeta? Perché continuare ad investire sulla nostra auto-distruzione? Occupy riesce a creare l’ingenua illusione di un passaggio di potere dall’ambito politico istituzionale o dall’oligarchia verso “il popolo” nonostante, nella realtà, non vi sia alcun passaggio di potere. Infine, Occupy offre all’oligarchia che lo finanzia una visione d’insieme delle dinamiche interne alla prossima generazione, destinata ad essere socialmente programmata per facilitare la globalizzazione e l’asservimento.

L’abitudine ben presto consolida ciò che altri principi della natura umana avevano creato in modo incompleto; e gli uomini, una volta abituati all’obbedienza, non pensano mai a lasciare il sentiero incessantemente battuto da loro stessi e dai loro antenati.” — David Hume, Of the Origin of Government

Basti considerare che economisti come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Milton Friedman sono laureati in prestigiose università, eppure insegnano e parlano di un’economia a risorse illimitate, quando anche un bambino di cinque anni capisce che in un mondo finito le risorse non possono che essere limitate (almeno finché il bambino non viene indottrinato dalla nostra cultura). Per questo il movimento Occupy è illusorio quanto la differenza tra Democratici e Repubblicani, liberali e conservatori. Semplicemente, i militanti non riescono a comprendere minimamente a quale grado di corruzione porti la ricerca del potere. L’industria del non-profit assicura che non lo capiscano mai. Così, le classi privilegiate continuano ad applaudire e adulare dei burattini come McKibben, che non chiedono di meglio se non di perpetuare la favoletta che per risolvere le molteplici crisi che ci affliggono basti l’”economia verde”, invece di ammettere semplicemente la verità: che si dovrebbe imparare a vivere consumando meno.  In palese contrasto con la realtà attuale, come il collasso dell’ecosistema, gli attivisti di Occupy mirano solo a ritagliarsi una fetta più grande della stessa torta. Indottrinati dagli istituti d’insegnamento (anch’essi plasmati, influenzati e finanziati da personaggi come Rockefeller e altri membri dell’oligarchia), sono solo capaci di vedere i problemi globali in prospettiva, tipicamente occidentale, socio-economica, nella falsa convinzione che le crisi attuali, molteplici e in costante aggravamento, si possano risolvere con le cosiddette riforme, attuabili con un paio di provvedimenti legislativi – esattamente come lo credevano i partecipanti alla tavola rotonda con Malcom X quarant’anni fa.

Ma non è possibile riformare un abominio come l’attuale sistema capitalistico industriale. Nonostante questo, oggi, una plebe efficacemente indottrinata, decisa a negare la realtà e avvolta in una nebbia di dissonanza cognitiva, continua a sostenere falsi “leader” e illusioni, e ad ingoiare ogni tipo di frottole come fossero caramelle. Il riformismo rimane la via più facile, perché la via effettiva verso una società autenticamente rivoluzionaria, sempre che una cosa del genere esista, richiederebbe duro lavoro, creatività, forte disciplina e il rifiuto senza mezzi termini del consumismo attorno a cui ruota lo stile di vita occidentale, che glorifica avidità e individualismo – qualcosa che la nostra società non è disposta a fare. Le riforme sono dei palliativi attuati sotto gli auspici del capitale, finalizzati solo alla cura dei sintomi dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’ingiustizia, mentre lasciano inalterata la malattia di fondo – il capitalismo.

Ma addentriamoci ancora di più nel subconscio degli atteggiamenti mentali prevalenti. Se si abbandona lo stile di vita occidentale, che fin dalla rivoluzione industriale ha ammaliato gran parte della società (uno stile di vita imperniato sul carbone) un’inesprimibile domanda sorge spontanea: cosa significa allora l’Occidente? La perdita dell’orientamento psicologico dell’essenza “occidentale” è qualcosa di cui “fantocci” come quelli che fanno parte di Avaaz non colgono la gravità – anche quando si confrontano con il muro di apatia dei cittadini occidentali a proposito dei cambiamenti climatici.

Il principe” William, Tuvalu, 2012. È difficile immaginare l’umiliazione che questi tuvaluani devono aver provato nell’essere assoggettati ad ulteriore sfruttamento coloniale/imperialistico razziale che, lungi dall’essere stato eradicato, continua a dilagare nel 21° secolo.

 

La realtà è che senza emissioni di carbonio, l’Occidente perde significato. E inconsciamente, gran parte delle persone considerate socialmente nobili, come il climatologo senza peli sulla lingua James Hansen, hanno vissuto nel privilegio razziale per così tanto tempo da non poterne fare a meno. Non possono rischiare di perdere il loro status. Non conoscono altro modo di vivere. Offrono dunque false soluzioni riformiste a piccoli incrementi, pur sapendo sotto sotto che è troppo poco, troppo tardi. Leggende, come quella che la riforma del capitalismo industriale sia la soluzione alla crisi perpetuata ed istituzionalizzata nella nostra cultura, sono talmente radicate che è più facile per un uomo in buona fede come Hansen immaginare lastre di ghiaccio alte 100 piedi, o persino l’annientamento della vita sulla Terra, restando allo stesso tempo assolutamente incapace di immaginare un mondo in cui la società civile riesca a eradicare sia il rapace sistema capitalista industriale che l’ossessione per la crescita. In una cultura in cui l’occidentalità, il privilegio, l’avidità e gli eccessi sono stati idealizzati, dire la verità, ossia che nessun cambiamento incrementale simbolico potrà mai iniziare a scongiurare il disastro che abbiamo causato noi stessi, equivale non solo a sputare nel piatto in cui si mangia, ma addirittura a romperlo del tutto.

Bisogna inoltre mantenere un atteggiamento critico rispetto a molti altri pezzi del movimento Occupy – non per quello che quello che pretendono di rappresentare, ma per il tacito consenso ipocrita alle élite tramite la palese cooperazione con la polizia e l’FBI. Indubbiamente il movimento Occupy ha messo in luce una forte ipocrisia – quella del suo legame diretto con il Partito Democratico. (Un legame diretto esplicitato con quello di MoveOn.org, che, insieme a Res Publica, è promotore di Avaaz.)

Comunque si guardano bene dal menzionare – almeno finora – il punto debole intrinseco alle campagne di Occupy organizzate dai liberal di sinistra negli Stati Uniti. Occupazioni che non occupano praticamente nulla; codici di comportamento per gli attivisti di Occupy che vietano qualsiasi forma di auto-difesa; e strategie di autoregolamentazione in base alle quali ai manifestanti si chiede di cooperare con le autorità e, a tutti gli effetti, di denunciarsi vicendevolmente alle stesse.

La complessa rete di ONG, inclusi i comparti dei media alternativi, viene utilizzata dalle élite corporative per plasmare e manipolare i movimenti di protesta….

Non è certo una teoria speculativa che le rivolte in Medio Oriente siano state parte di un’immensa campagna geopolitica concepita in Occidente e svolta tramite i suoi surrogati con l’aiuto di fondazioni, organizzazioni, e della scuderia di ONG in malafede tenute in piedi in tutto il mondo. Come vedremo, i preparativi per le “primavere arabe” e la campagna globale che attualmente invade la Russia e la Cina, come previsto in “The Middle East & then the World” del febbraio 2011, non sono iniziati quando i disordini erano già in corso, ma anni prima che fosse stato alzato il primo “pugno”, e non all’interno dello stesso mondo arabo ma piuttosto in stanze di seminari a Washington e New York, oppure in strutture d’addestramento patrocinate dagli USA in Serbia, e campi tenuti nei paesi limitrofi….

Il fine non è la repressione del dissenso, al contrario, forgiare e plasmare il movimento di protesta, fissare i limiti del dissenso.” — Michel Chossudovsky

[In questo discorso, il Dr. William Rees, noto per aver co-inventato l’“impatto ecologico,” approfondisce i miti biologici e culturali. Se questi miti continuano ad essere negati, invece di essere fronteggiati, questo diniego collettivo sarà strumentale alla nostra distruzione: http://vimeo.com/25059671#at=0]

Il 5 ottobre 2011, Enaemaehkiw Túpac Keshena ha pubblicato nell’articolo Watching the Petty Bourgeoisie in Motion questa citazione di Omali Yeshitela:

 

La piccola borghesia è spesso radicalizzata – a prescindere dal colore. Vedere una forza piccolo-borghese che parla di rivoluzione non è necessariamente la stessa cosa che vedere una forza rivoluzionaria in azione. La piccola borghesia è radicalizzata proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio perché in quanto classe sociale è in via di estinzione, e spesso le contraddizioni dell’imperialismo ne accelerano la disgregazione. La sua fine imminente diventa evidente e la spinge verso l’azione. — Omali Yeshitela, 30 giugno 1984

 

5 ottobre 2011, OWS, New York, U.S: “Il circo della piccola borghesia in piazza”

Ottobre 2011, Libia: il portavoce del governo libico Dr. Moussa Ibrahim ha confermato la presenza di donne nella resistenza libica della Sirte e Bani Walid come combattenti a pieno titolo. (Qui non ci sono palloncini o altre sciocchezze)

 

 

Agenzia Pan African News sulla Resistenza del Fronte di Liberazione Libico (LLF, creato per contrastare il regime fantoccio USA-NATO), 8 novembre 2011:

Un portavoce del LLF avrebbe affermato che il movimento sta per lanciare una serie di attentati ai danni di 500 alti funzionari ed agenti del regime NTC. La Resistenza sottolinea che ‘Siamo pronti a sferrare un attacco per eliminare tutti i leader del National Transitional Council, assassinandoli uno ad uno. Questa è solo il primo degli elenchi che intendiamo stilare. Qui sono i nomi di tutti i traditori condannati a morte.’”

La differenza tra il Fronte di Liberazione Libico (e molti altri eserciti di liberazione ovunque nel mondo) e i cosiddetti movimenti rivoluzionari americani ed europei celebrati dalla sinistra dominante è che i libici vengono ammazzati tutti i giorni e lottano per la sopravvivenza. Il paradosso è che anche noi veniamo sterminati, ma a un ritmo molto più lento, più metodico, più confortevole, tanto da passare inosservato. Per di più, il nostro lento declino è in realtà un suicidio. I capitalisti non riescono neanche ad immaginare di dover utilizzare le armi per difendersi,  invece giurano di far valere le “virtù” del pacifismo e stigmatizzano chi si difende dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla tirannia. È molto più comodo così. E poi, chi trova il tempo per impegnarsi a fare la rivoluzione quando ogni sera alle 9 danno il suo programma preferito? La triste verità è che in Occidente la rivoluzione interessa solo se accompagnata da una busta di popcorn e una Coca-Cola.

 

Il fondatore di Avaaz e MoveOn.org annunciano la “primavera” americana

100,000 americani saranno addestrati all’obbedienza passiva nella finta primavera americana, finanziata generosamente da Rockefeller e Soros

 

Perché le cose cambino, bisogna rendersi conto fino a che punto le fondamenta della tirannia affondano nella vasta rete di persone corrotte che hanno tutto l’interesse a mantenere in vita la tirannia.” — Étienne de La Boétie, The Politics of Obedience, in The Discourse of Voluntary Servitude

 

E mentre i lacchè del liberalismo si accaloravano perché una ragazza era stata molestata da un idiota di nome Limbaugh, esigendo che Obama se ne occupasse di persona, la “sinistra” non spendeva una parola su questioni rilevanti – come le invasioni illegali di stati sovrani, che altro non sono che crimini contro l’umanità. La sinistra di professione si è occupata piuttosto di prepararsi per la propria finta primavera, con un’ipocrisia così dichiaratamente palese, e un’assurdità talmente esagerata che viene da chiedersi quanto ancora si possano ingannare persone ben intenzionate. L’ipocrisia: da quando l’incredibilmente sospetto Occupy Wall Street ha avuto inizio, il dogma pacifista “non-violento” predicato alle masse ha assunto le forme di un totale indottrinamento. Ma mentre dalle torri d’avorio della Giustizia si predica come danneggiare la proprietà privata sia un atto violento (e come tale intollerabile per i leader), le stesse torri d’avorio convincono i loro sostenitori che gli interventi esteri (bombe, invasioni, guerre) siano in realtà “umanitari.” Questo dà tutto un altro significato alla parola “addestramento”. Ebbene sì, la guerra è pace. E Orwell si starà rigirando nella tomba.

L’industria del non-profit è stata e continua a essere strumento essenziale di politica estera, soprattutto per gli USA. Quando coercizione o tangenti non sono sufficienti ad assicurare l’attuazione della politica estera americana su stati sovrani, soprattutto attraverso il National Endowment for Democracy, Freedom House e ICI, diventa necessario usare la forza militare. Per evitare di essere messi sotto esame ed essere soggetti a ripercussioni negative da parte di una popolazione indignata, gli stati Uniti sono riusciti a reclutare ONG come Avaaz, Human Rights Watch ed Amnesty International come rivenditori, o spacciatori, di guerre – in pratica, come dei magnaccia. Solo loro riescono a impacchettarlo così bene, con video che giocano scaltramente con le emozioni. “Provalo, ti piacerà. Con noi ti sentirai meglio.”

Il complesso industriale non-profit si rivolge ai ceti privilegiati, borghesi e prevalentemente bianchi difensori dello status quo, che si rispecchiano nell’elitismo ben rappresentato da tale complesso. È dimostrato che questa fascia demografica preferisce il compromesso e l’azione simbolica che non inciti al vero cambiamento. Fra questi si ritrova la stragrande maggioranza dei sedicenti “attivisti”. Per loro, superficiale è bello. Meglio evitare la scomoda realtà. Mai fu dissonanza cognitiva più preziosa. Mai furono le narrazioni in supporto del frame, fornite da Avaaz e compagnia, più indispensabili per soffocare le coscienze (sporche?) ed allo stesso tempo rimanere convinti che l’ignoranza sia la forza, e la guerra sia la pace.

E mentre il messaggio fondamentale di “azione diretta non-violenta” propugnato da Occupy è stato inculcato nella sinistra come un dogma religioso dai “sinistri di professione”, ci stiamo adesso addentrando in un’epoca in cui la possibilità di difendere noi stessi con ogni mezzo, di proteggere il futuro dei nostri figli ad ogni costo, è una finestra che si sta inesorabilmente chiudendo. Perché molto presto ogni singola nostra mossa sarà monitorata. Non ci sarà più tolleranza per il dissenso. Il movimento Occupy, ben lungi dal mobilitare le forze per distruggere il sistema che mira a schiacciarci, lo ha rafforzato. Lo stesso movimento, saturato da sinistri di professione, è riuscito a sedare il dissenso, e quindi a proteggere lo status quo, nel momento in cui venivano eliminati i diritti civili – e mentre l’imperialismo espandeva le sue brame di potere e la sua cupidigia per le ultime risorse rimaste sulla terra.

Gli attivisti all’interno dei “movimenti” esistenti fanno la voce grossa contro il controllo dei poteri corporativi, ma alla fine della fiera sono sempre in ginocchio con le palme tese nella speranza che l’oligarchia li reputi degni di altre elemosine. Le cose stanno così: se si prende davvero coscienza del fatto che il dominio delle multinazionali e il capitalismo industriale stanno annientando collettivamente l’umanità, l’unica cosa da fare è imparare a vivere al di fuori di questo sistema – l’uno esclude l’altro. Prima lo si fa, meglio è. Finché le “rivoluzioni” fatte in nostro nome sono amorevolmente finanziate, gestite e controllate da interessi del capitale, non sarà mai possibile un’emancipazione dal sistema economico industriale che sta esaurendo gran parte delle limitate risorse del pianeta.

Una strategia di sopravvivenza deve includere una teologia della liberazione – una filosofia/cosmologia se si preferisce – altrimenti l’umanità continuerà semplicemente a escogitare maniere più efficienti per sfruttare ciò da cui è attratta. Se questi processi persistono indisturbati ed immutati alla base dell’ideologia colonialista, la nostra specie non si libererà mai dall’innegabile dato di fatto che viviamo in un pianeta dalle risorse limitate, e prima o poi l’ambiente sarà sfruttato al punto di superare la sua capacità di auto-rinnovamento. — John Mohawk, Scholar of the Haudenosaunee, 1977

 

Gli attivisti che avevano autenticamente come obiettivo una rivoluzionaria trasformazione hanno dunque dovuto prendere il controllo di Occupy. Fin dall’inizio si è assistito alla secessione di coloro che sceglievano di occuparsi del problema alla sua radice dai gruppi guidati ed infiltrati dalla sinistra liberale. I bisogni delle popolazioni locali e delle minoranza etniche sono stati ignorati, e la mancanza di attenzione e grave incomprensione delle cause profonde alla base dei problemi più critici che fronteggiano l’umanità è ormai quasi intollerabile. Al contrario, la preoccupazione principale che trova eco nelle stanze del movimento ruota intorno all’accumulazione e distribuzione di ricchezza monetaria – derivata in gran parte dall’industria estrattiva e dal complesso industriale militare.

La marginalizzazione delle popolazioni locali è ben illustrata in un articolo del 31 maggio 2012 intitolato Decolonizing Occupy, scritto da Jay Taber:

 

Parallelamente all’evoluzione di Occupy in strutture politiche organizzate al fine di realizzare le istanze espresse nelle sue mobilitazioni ed assemblee, sarebbe auspicabile includere un dibattito con i leader del movimento di liberazione dei popoli indigeni. Come uno dei settori di popolazione più istruiti, organizzati ed attivi al giorno d’oggi, le popolazioni indigene del pianeta hanno conosciuto bene coloro che Occupy dice di combattere. I paesi del Quarto Mondo — così come le entità politiche autoctone europee — sono in testa alla battaglia contro il neoliberalismo, così come lo erano contro il colonialismo… Mentre si assiste alla confluenza di interessi tra le battaglie di liberazione del Quarto Mondo ed Occupy, la questione della governabilità è sicuramente prioritaria tra le rimostranze dei partecipanti, ma perché questi diversi movimenti possano coalizzarsi nel perseguire un rinnovamento democratico, sarebbe opportuno che Occupy faccia un resoconto delle prospettive locali in materie come sovranità, autonomia e autodeterminazione.

9 marzo 2012, “OCCUPY IMPERIALISM: Crisis, Resistance, Solidarity” – Conferenza Nazionale, 9-10 giugno [l’intera dichiarazione si trova qui]:

Con migliaia di attivisti bianchi, il movimento allargato Occupy mira teoricamente ad incriminare le banche e le grandi società, ma preferisce ignorare la violenza perpetrata con l’appoggio di Wall Street contro africani e messicani qui da noi [negli Stati Uniti], e contro i popoli oppressi in tutti i continenti.

Nel rispondere precipuamente agli effetti della crisi dell’imperialismo sulla borghesia bianca, Occupy non rimette fondamentalmente in questione la rilevanza di Wall Street e del capitalismo per la maggioranza della popolazione del pianeta…

Troviamo preoccupante che mentre in Africa, in Messico e ovunque le popolazioni indigene mettono quotidianamente in atto azioni di protesta in una resistenza organizzata o spontanea contro il pugno di ferro sempre più duro dello stato di polizia loro imposto, queste sembrano essere questioni secondarie per un movimento più interessato a tasse universitarie, mutui e pensioni e ai diritti della borghesia.

Troviamo preoccupante che non faccia scalpore l’intensificarsi della violenza perpetrata dall’amministrazione Obama, con il sostegno di Wall Street, contro i cittadini di Afghanistan, Pakistan, Libia, Siria, Iran, Congo, Uganda, Somalia e ovunque in Africa, oltre che in America Centrale e Meridionale, così come gli sforzi di un capitalismo sempre più disperato di reprimere i movimenti e i governi popolari anti-imperialisti.”

AVAAZ

 

Ci si deve rendere conto che ci troviamo davanti ad una potente macchina di potere e di sfruttamento, e che quindi, come minimo, un’informazione libera al pubblico deve includere una denuncia di tale sfruttamento, e degli interessi economici e degli apologeti intellettuali che traggono vantaggio dal governo delle élite. Limitandosi ad analizzarne le presunte ‘incongruenze’ intellettuali, gli antagonisti dell’intervento governativo si sono resi inefficaci. Da un lato, la loro contro-propaganda è stato indirizzata ad un pubblico che manca sia dei mezzi che dell’interesse per seguire complesse analisi ragionate, e che quindi può essere facilmente fuorviato di nuovo dai cosiddetti esperti al servizio del potere. Sono questi stessi esperti a dover essere delegittimati, ed ancora una volta è La Boétie a sottolineare la necessità di questa delegittimazione. In un’epoca come la nostra, pensatori come Étienne de La Boétie sono divenuti di gran lunga più pertinenti, più autenticamente moderni, di quanto non lo siano mai stati per oltre un secolo. — Murray N. Rothbard, in Ending Tyranny Without Violence

Alla guida del complesso industriale non-profit troviamo le ONG che costituiscono la rete dei Soros. E alla guida di tutto questo meccanismo troviamo Avaaz, l’organizzazione che presiede l’intero complesso, mentre altri soggetti chiave replicano la loro ideologia su tutto il meccanismo globale. Avaaz si è trasformata in uno dei gatekeeper dell’oligarchia. Nel seguito di questa indagine investigativa saranno analizzati dati e collegamenti dei principali gatekeeper che costituiscono Avaaz, oltre alle molte organizzazioni omologhe ed affiliate di Avaaz; la storia e i motivi dietro la loro fondazione; Res Publica, GetUp e MoveOn, le nuove emergenti Purpose, Globalhood e SumOfUs. Si accennerà anche alle indispensabili Movements.org, Amnesty International, Human Rights Watch ed altre che, insieme ad Avaaz, contribuiscono ad avverare i sogni imperialistici. Più in là nella serie, l’indagine si occuperà della nuova tendenza emergente di collaborazioni tra grandi media e ONG, di cui Avaaz può essere considerato il prototipo.

Prima parte

Seconda parte