Come riportato dall’economista Bill Mitchell sul suo Blog, “l’11 maggio 2017, la Banca centrale europea (BCE) ha pubblicato il suo terzo Bollettino Economico dell’anno, bollettino che esce sempre due settimane dopo le riunioni di politica monetaria. Nel numero 3, ci sono alcune interessanti analisi sullo stato della disoccupazione giovanile e sulla frenata del mercato del lavoro nella zona euro. Nonostante le ripetute affermazioni sulla ripresa dell’eurozona, il documento non dipinge un quadro molto roseo. La realtà è che mentre il tasso ufficiale di disoccupazione è già abbastanza alto (ancora al di sopra del livello pre-crisi e attestato a circa il 9,5 per cento), misurazioni più ampie indicano che circa il 18,5 per cento (almeno) delle risorse produttive del lavoro nell’Eurozona si trovano inattive, in ​​una forma o nell’altra. La grande frenata del mercato del lavoro è aumentata durante la crisi nella maggior parte delle nazioni – in particolare la sottoccupazione. In altre parole, l’area dell’euro si trova in una forma molto peggiore di quanto alcune statistiche ufficiali potrebbero far credere. E siamo quasi a dieci anni di crisi (e questa sarebbe la cosiddetta “ripresa”).”

 

di Bill Mitchell, 24 Maggio 2017

 

 

Disoccupazione giovanile

 

Parlerò di questo argomento in particolare in un altro post perché la Corte dei conti europea ha recentemente pubblicato una valutazione abbastanza completa della disoccupazione giovanile nell’ambito del programma Garanzia Giovani introdotto per combattere l’alta disoccupazione della fascia di età 15-24 anni. L’Audit è piuttosto negativo e ne sto ancora metabolizzando i contenuti.

 

Ma il Bollettino Economico della BCE rileva che:

 

1. “il tasso di disoccupazione giovanile è diminuito più rapidamente del tasso di disoccupazione totale e si è attestato intorno al 21% nel 2016, circa 6 punti percentuali in più rispetto al 2007.”

2. La disoccupazione giovanile persistente, del tipo che l’eurozona ha sperimentato, produce “effetti permanenti” sui giovani lavoratori, il che comporta un “aumento dei rischi di disoccupazione futura, perdite di capitale umano e minori redditi. I tassi di disoccupazione giovanile sono normalmente superiori ai tassi di disoccupazione totale”.

3. “La disoccupazione giovanile nell’area dell’euro rimane al di sopra del suo livello pre-crisi, ma il rapporto tra la disoccupazione giovanile e la disoccupazione totale non è cambiato”.

 

 

Ciò significa che “la disoccupazione giovanile si è spostata in linea con la disoccupazione totale” e quindi le politiche dal lato dell’offerta che cercano di considerare il problema come un problema specifico di una particolare fascia di età sono sbagliate. Il problema non è che i giovani non cercano lavoro con abbastanza tenacia, o che hanno caratteristiche inadeguate, o “costano” troppo ai datori di lavoro – i dogmi neoliberisti standard – ma, piuttosto, che c’è una carenza sistemica di posti di lavoro che impatta su tutti i lavoratori – giovani e anziani.

 

Ma le soluzioni della BCE sono tutte dal lato dell’offerta:

 

(1) migliorare la qualità dell’istruzione garantendone l’adeguatezza al mercato del lavoro, attraverso sistemi di apprendistato ben sviluppati; (2) garantire un sistema di determinazione dei salari efficace e responsabile, anche nello stabilire i salari minimi;

(3) rafforzare il ruolo dei servizi pubblici per l’impiego e politiche attive del mercato del lavoro al fine di sostenere i disoccupati durante la mobilità nel mercato del lavoro e aumentare la loro occupabilità; (4) aumentare la flessibilità del tempo di lavoro per agevolare una combinazione di lavoro e istruzione e facilitare la transizione dall’istruzione all’occupazione nel mercato del lavoro.

 

 

E tra tutte quelle “politiche” non c’è un lavoro in vista!

 

La valutazione del rallentamento del mercato del lavoro

 

L’altra tematica particolare del Bollettino numero 3 è stata la corrispondenza tra i dati ufficiali del mercato del lavoro (tasso di disoccupazione, ecc.) e il sottostante livello di rallentamento del mercato del lavoro nella zona euro. La breve conclusione è stata che i dati ufficiali sottostimano pesantemente la gravità della situazione nell’unione monetaria per i lavoratori e le loro famiglie. Anche il Financial Times ha commentato questa analisi (10 maggio 2017) – La piaga della disoccupazione dell’eurozona è risultata peggiore di quanto mostrano i dati ufficiali. Il 23 maggio 2017, la pubblicazione di Eurostat news – 9,5 milioni di lavoratori a tempo parziale nell’UE preferirebbero lavorare di più – entra nel dibattito.

 

Apprendiamo che il rapporto del lavoro part-time (sull’occupazione totale) nell’area dell’euro è al 20 per cento – ma di questi lavoratori:

 

.. 45,3 milioni di persone che lavorano a tempo parziale, 9,5 milioni sono sottoccupati, vale a dire che vorrebbero lavorare più ore e sono disponibili a farlo. Praticamente un quinto (20,9%) di tutti i lavoratori part-time e il 4,2% degli occupati totali nell’UE nel 2016.

 

Si tratta di un tasso di sottoccupazione molto elevato.

 

Non sorprenderà che la “quota più alta di lavoratori part time … [si trova] … in Grecia“. Quindi non solo la disoccupazione ufficiale totale in Grecia è dannatamente elevata, ma il 74,1 per cento dei suoi lavoratori part-time è sottoccupato. Il rapporto a Cipro è del 63,7 per cento, in Spagna del 50,7 per cento e in Portogallo del 45,1 per cento. Il tasso di sottoccupazione (percentuale di sottoccupati nella forza lavoro) è anche aumentato dal 2008. Nel 2016, nella fascia di 15-74 anni, era al 3,9 per cento, rispetto al 3,2 per cento del 2008. Nella fascia di età adulta da 25 a 54 anni, per i 28 paesi dell’Unione europea la sottoccupazione era al 3,8 per cento, rispetto al 3,1 per cento del 2008. In rapporto all’occupazione totale, la sottoccupazione nell’UE per la fascia di età 15-74 anni è salita dal 3,5% al ​​4,2%. Il rapporto per l’età adulta è arrivato al 4,1 per cento nel 2016, passando dal 3,3 per cento del 2008.

 

La specifica scheda del Bollettino della BCE riconosce queste tendenze e presenta una nuova misurazione del calo del mercato del lavoro. Essa rileva che:

 

Nonostante i grandi miglioramenti nei mercati del lavoro dell’area dell’euro sin dall’inizio della ripresa e il notevole calo dei tassi di disoccupazione in molte economie dell’area dell’euro, la crescita salariale rimane bassa, suggerendo che vi sia ancora un notevole grado di disoccupazione del mercato del lavoro.

 

La BCE osserva che “il tasso di disoccupazione si basa su una definizione piuttosto ristretta di sottoutilizzazione del lavoro“. Alla BCE notano che il tasso ufficiale di disoccupazione è calcolato utilizzando metodi approvati da convenzioni internazionali. Questo inquadramento della forza lavoro costituisce il fondamento per i confronti tra i mercati del lavoro dei diversi paesi e viene reso operativo attraverso l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e la sua International Conference of Labour Statisticians (ICLS). Queste conferenze e riunioni di esperti sviluppano linee guida o regole che fanno da quadro di riferimento per i dati nazionali sulla forza lavoro.

 

Le regole contenute nel quadro generale hanno generalmente le seguenti caratteristiche:

 

– Un concetto di attività che viene utilizzato per classificare la popolazione in una delle tre categorie fondamentali in cui è inquadrata la forza lavoro: occupazione, disoccupazione, popolazione non attiva;

– Un insieme di criteri di priorità che assicurano che ciascuna persona sia classificata in una sola delle tre categorie fondamentali del quadro della forza lavoro;

– Un periodo di riferimento breve che rifletta in un momento dato la situazione dell’offerta di lavoro – di solito quella che viene definita la “settimana di riferimento” (la settimana dell’indagine).

 

Il sistema dei criteri di priorità assicura che la forza lavoro attiva abbia la precedenza sulla popolazione non attiva e che lavorare o avere un posto di lavoro (occupazione) abbia la precedenza sulla ricerca del lavoro (disoccupazione). Come per la maggior parte delle misurazioni statistiche del lavoro, il lavoro sommerso non rientra nell’ambito di misurazione. Le attività retribuite hanno la precedenza sulle attività non retribuite. Ad esempio, le “persone che lavorano a casa” a titolo non retribuito, sono classificate come non attive, mentre quelle che sono pagate per questa attività rientrano nella forza lavoro in quanto occupate. Analogamente, le persone che intraprendono un lavoro volontario non retribuito non sono nella forza lavoro, anche se le loro attività possono essere simili a quelle svolte dagli occupati.

 

Per quanto riguarda coloro che sono fuori dal mercato del lavoro, ma collegati ad esso in maniera marginale, l’ILO ritiene che le persone legate marginalmente alla forza lavoro siano non economicamente attive in base alle definizioni standard dell’occupazione e della disoccupazione, ma che, se si modificassero le definizioni standard dell’occupazione o della disoccupazione, sarebbero riclassificate come economicamente attive. Ad esempio, dei cambiamenti nei criteri utilizzati per definire la disponibilità al lavoro (definiti in relazione a questa settimana, alle prossime 4 settimane, ecc.) cambierebbero il numero di persone classificate in ciascun gruppo. La sottoutilizzazione è un termine generale che descrive lo spreco di risorse lavorative disponibili. Essa nasce da una serie di ragioni diverse che possono essere suddivise in due ampie categorie funzionali.

 

In primo luogo, c’è una categoria che riguarda la disoccupazione o il suo quasi equivalente.

 

In questo gruppo includiamo i disoccupati ufficiali ai sensi dei criteri dell’ILO e quelli che sono classificati come inattivi in base ai criteri di ricerca (lavoratori scoraggiati), ai criteri di disponibilità (altri lavoratori marginali) e in senso ancora più ampio, coloro che prendono pensioni di invalidità o altri tipi di pensioni in alternativa alla disoccupazione (pensionati obbligati). Questi lavoratori condividono la caratteristica di essere senza lavoro e di essere disponibili a lavorare se trovassero un lavoro. Essi sono tuttavia distinti dalla statistica per altri motivi. In secondo luogo, possiamo definire una categoria che riguarda rapporti di lavoro non ottimali. I lavoratori di questa categoria soddisfano i criteri dell’ILO per essere classificati come occupati ma soffrono di “sottoccupazione temporale”.Ad esempio, i lavoratori a tempo pieno che lavorano attualmente meno di 35 ore per motivi economici o lavoratori a tempo parziale che preferirebbero lavorare più a lungo ma sono vincolati dalla domanda di lavoro. L’occupazione non ottimale può anche derivare da “situazioni di occupazione inadeguate” in cui le competenze vengono sprecate, le possibilità di reddito negate e / o dove i lavoratori sono costretti a lavorare più a lungo di quanto desiderino.

 

Disoccupazione

 

Secondo i concetti dell’ILO, una persona è disoccupata se supera un’età particolare, non ha lavoro, ma è attualmente disponibile al lavoro e cerca attivamente lavoro. La disoccupazione è definita come la differenza tra la popolazione economicamente attiva (forza lavoro civile) e l’occupazione. L’inferenza è che l’economia sta sprecando risorse e sacrificando redditi perché i disoccupati restano fuori dalle attività produttive. Ci sono, tuttavia, altri modi di sprecare le risorse del lavoro che non sono compresi nel tasso di disoccupazione così come definito. Le persone rappresentate in questi altri percorsi di spreco di risorse possono essere dentro o fuori dalla forza lavoro.

 

Sottoccupazione

 

La sottoccupazione può essere legata al tempo, riferendosi ai lavoratori occupati che sono costretti dalla domanda di lavoro a lavorare meno ore di quanto desiderato o ai lavoratori in situazioni di occupazione inadeguate, non corrispondenti alle loro competenze. Se la società investe risorse nell’istruzione, allora le competenze sviluppate dovrebbero essere utilizzate in modo appropriato. Tuttavia, è molto difficile quantificare questo spreco. La sottoccupazione temporale è definita in termini di un individuo che vuole lavorare più ore, è disponibile a lavorare più ore, ma non è in grado di trovare le ore extra desiderate.

 

Un’economia con una sottooccupazione crescente è meno efficiente di un’economia che soddisfa le preferenze del lavoro e dell’orario di lavoro. A questo proposito, i lavoratori a tempo parziale involontari condividono le caratteristiche dei disoccupati. Una parte di un lavoratore sottoccupato è occupata e l’altra parte è disoccupata, anche se il lavoratore in sé è classificato tra gli occupati.

 

Lavoratori collegati in modo marginale e altri al di fuori della forza lavoro

 

Secondo l’Ufficio statistico australiano, che opera secondo lo stesso quadro di riferimento di Eurostat:

 

Le persone non attive sono considerate collegate alla forza lavoro in modo marginale se:

Volevano lavorare e stavano attivamente cercando lavoro ma non erano disponibili a iniziare a lavorare nella settimana di riferimento …

Volevano lavorare e non erano attivamente alla ricerca di lavoro ma erano disponibili a iniziare a lavorare entro quattro settimane …

 

Da un punto di vista statistico, i lavoratori scoraggiati (chiamati anche disoccupati nascosti) sono classificati come non attivi. Le linee guida internazionali dell’OIL, però, suggeriscono che per le persone non attive sia misurata la relativa forza di attaccamento al mercato del lavoro. Dal punto di vista della sottoutilizzazione, la questione è che chi è classificato come fuori dalla forza lavoro ha caratteristiche simili a quelli classificati come lavoratori ma disoccupati. È chiaro che i lavoratori scoraggiati sono un sottogruppo di quelli che sono marginalmente collegati. Vogliono lavorare e sono disponibili al lavoro (seguendo gli stessi criteri dei disoccupati), ma ritengono che l’attività di ricerca sia inutile a causa del mercato del lavoro depresso.

 

Il lavoratore scoraggiato è quindi più simile al lavoratore disoccupato che, ad esempio, a un pensionato o a uno studente. Inoltre, se estendessimo la nostra definizione del periodo di tempo rilevante a quattro settimane invece che alla settimana corrente, l’immagine cambierebbe piuttosto drasticamente. Aumenterebbe notevolmente il numero di lavoratori marginali che condividono le caratteristiche essenziali (desiderosi di lavorare, disponibili a lavorare) dei disoccupati.L’analisi della BCE riconosce che, per valutare con precisione il rallentamento del mercato del lavoro, le “più ampie definizioni” di sottoutilizzazione, come illustrato in precedenza, sono essenziali.

 

Alla BCE considerano la misura in cui i lavoratori sono classificati come inattivi ma probabilmente rientrerebbero nel mercato del lavoro se migliorasse la crescita dell’occupazione. In questa categoria, osservano che “il 31/32% della popolazione in età lavorativa dell’eurozona è legata marginalmente alla forza lavoro, vale a dire classificata come inattiva ma semplicemente meno attiva nella ricerca sul mercato del lavoro“. Questi lavoratori includono i lavoratori scoraggiati – che riflettono la scarsa crescita dell’occupazione e la necessità di preservare l’autostima rinunciando alla ricerca di un lavoro che non c’è.

 

La BCE nota che i lavoratori scoraggiati:

… possono essere relativamente rapidi a rientrare nella forza lavoro se le condizioni del mercato del lavoro migliorano.

 

Notano inoltre che “un ulteriore 3% della popolazione in età lavorativa è attualmente sottoccupata (vale a dire, lavorano meno ore di quanto vorrebbero)“. Abbiamo già discusso di questa categoria. Allora la domanda è: quale sarebbe il tasso di sottoutilizzazione del mercato del lavoro se queste cause di rallentamento venissero aggiunte al tasso di disoccupazione ufficiale?

 

La BCE fornisce il seguente grafico (la loro tabella C) per mostrare i movimenti della serie temporale nelle quattro categorie di sottoutilizzazione (disoccupato, disponibile, ma non in cerca di lavoro, alla ricerca di lavoro. ma non disponibile e sottoccupato).

 

 

 

Ciò che colpisce è che anche prima della grande crisi finanziaria, il sottodimensionamento del lavoro complessivo era di circa il 15 per cento nell’area dell’euro, indicando che l’unione monetaria anche nei tempi buoni non è un sistema funzionale. La BCE conclude che:

 

Combinando le stime dei disoccupati e dei sottoccupati con le misure più ampie della disoccupazione, risulta che il rallentamento del mercato del lavoro attualmente influenza circa il 18% dell’intera forza lavoro dell’area dell’euro … Questo livello di sottoutilizzazione è quasi il doppio del tasso di disoccupazione, che ora è stimato al 9,5%Oltre a suggerire una stima molto più elevata della frenata del mercato del lavoro nell’area dell’euro rispetto a quanto evidenziato dal tasso di disoccupazione, queste misure più ampie hanno anche registrato un calo piuttosto moderato nel corso della ripresa rispetto alle riduzioni registrate nel tasso di disoccupazione.

 

In altre parole, la situazione è molto peggiore di quanto indicato dal tasso di disoccupazione ufficiale.

 

E la “ripresa” non riesce a intaccare queste misurazioni più ampie.

 

La BCE osserva che nella maggior parte delle nazioni dell’area euro la sottoutilizzazione nel mercato del lavoro è aumentata durante la ripresa (contro un declino in Germania).

 

Notano che:

 

in Francia e in Italia, le misurazioni più ampie della debolezza del mercato del lavoro hanno continuato ad aumentare durante la ripresa, mentre in Spagna e nelle altre economie dell’area dell’euro hanno registrato alcuni recenti diminuzioni, ma sono ben al di sopra dei livelli pre-crisi.

 

Mentre si tratta di unmodo nuovo di vedere i dati nel contesto europeo, le misure più ampie della sottoutilizzazione del lavoro si usano da molto tempo ad esempio in Australia e negli Usa (da U-1 a U-6).

 

Il mio gruppo di ricerca in Australia ha iniziato una misurazione oraria di sottoutilizzazione della manodopera già da 20 anni fa (i nostri CofFEE Labour Market Indicators), interrompendo poi dopo che l’Ufficio statistico australiano ha raccolto la sfida e ha iniziato a pubblicare indicatori simili negli anni recenti.

 

Le osservazioni della BCE hanno due conseguenze:

 

1. La crescita dei salari rimarrà a livelli depressi e questo farà aumentare ulteriormente i tassi di povertà (una relazione pubblicata ieri ha mostrato che un “Un record del 60% dei britannici in condizioni di povertà si trovano nelle famiglie di lavoratori“.

2. La crescita piatta dei salari significa che la ripresa della domanda interna sarà debole, il che crea quindi un ciclo vizioso: una crescita lenta dell’occupazione, una crescente sottoccupazione del lavoro, una crescita salariale piatta, e così via.

 

La mia ricerca ha dimostrato chiaramente che la sottoccupazione sta diventando un nuovo flagello in questa era neoliberale e agisce come un forte freno alla crescita dei salari indipendentemente dalla disoccupazione (il tradizionale strumento di controllo dei salari).

 

Conclusioni

 

Quindi a tutti gli Eurofili (e sostenitori dell’Eurozona) là fuori, ditemi che questa è una storia di successo!

 

Siamo quasi a un decennio di crisi. Gli indici di prosperità economica rimangono in uno stato spaventoso. Molti sono ancora al di sotto dei livelli pre-crisi. L’Eurozona resta debole – bloccata in un malessere che persisterà per molti anni a venire – e poi peggiorerà nella prossima fase negativa del ciclo economico. L’unione monetaria è stata un disastro e nonostante tutti i discorsi di Macron e della Spagna che chiedono un’unione fiscale e gli eurobond e tutto il resto della solita retorica europea – non c’è da aspettarsi grandi cambiamenti in futuro. Nel frattempo decine di migliaia di ragazzi sono diventati adulti e non hanno mai lavorato, né acquisito un’esperienza di lavoro significativa.

 

E per oggi basta così!