Al di là delle polemiche dell’ultimo periodo sulla decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi sul clima di Parigi, esistono motivazioni oggettive per essere alquanto scettici su un accordo opaco, di dubbio valore scientifico, che rischia di essere l’ennesimo strumento di austerità artificiale a detrimento della popolazione mondiale. Questo articolo, tratto da Zero Hedge  e suggerito nel post di Orizzonte 48 sul TINA dell’accordo di Parigi,  illustra alcuni tra i temi generalmente assenti dalle discussioni pubbliche sul clima e sull’opportunità ed il rapporto costi-benefici di adottare le misure prescritte dall’accordo. Qui un ulteriore approfondimento sulla pretestuosità dell’argomento ecologico, brandito a giustificazione di nuovi preoccupanti schieramenti geopolitici (da leggere con tutti i link).  

 

 

 

di Tyler Durden, 2 giugno 2017

 

Traduzione di Margherita Russo

 

Redatto da Ryan McMaken via The Mises Institute

 

A seguito della dichiarazione dell’amministrazione Trump a proposito della sua intenzione di tirarsi fuori dall’accordo di Parigi sul clima, alcuni critici hanno affermato che chiunque apprezzi la “scienza” avrebbe sostenuto l’accordo.

 

Non a caso, Neil deGrasse Tyson si è precipitato dire che Trump è a favore del ritiro perché la sua amministrazione “non ha mai imparato cos’è la Scienza né come e perché funziona.

 

 

 

 

 

Ma che c’entra la “Scienza” (che Tyson per qualche motivo scrive in maiuscolo) con tutto ciò?

 

Che Tyson ritenga il riscaldamento globale un problema è cosa ben nota. Sappiamo inoltre che molti altri fisici sono della stessa opinione.

 

Tuttavia, da ciò non consegue logicamente che trovarsi in accordo con Tyson sulla questione dei cambiamenti climatici debba necessariamente significare essere a favore dell’accordo di Parigi sul clima.

 

Dopo tutto, l’accordo di Parigi sul clima non è uno studio scientifico. È un documento politico che stabilisce una specifica agenda di politiche pubbliche.

 

Essere o meno d’accordo con il contenuto dell’accordo può essere un indizio sulle proprie opinioni sulla scienza del clima. Oppure no. Si può anche essere d’accordo sull’esistenza del cambiamento climatico e sul ruolo preponderante degli esseri umani nel fenomeno. Ma un consenso a tal proposito non implica necessariamente che si debba essere d’accordo anche con le politiche delineate nel documento di Parigi.

 

Si tratta di due fenomeni completamente indipendenti.

 

Scienza e politica non sono la stessa cosa

 

Questo punto può essere ulteriormente chiarito con un’analogia:

 

La ricerca scientifica ci dice che l’obesità fa male alla salute. Immaginiamo allora che, per contrastare l’aumento del tasso di obesità, un gran numero di politici si incontrino e firmino un accordo — chiamiamolo il Patto di Londra per Contrastare l’Obesità (London Obesity Avoidance Deal, o LOAD). I politici a favore sostengono che il patto ridurrà l’obesità e che il mancato rispetto dell’accordo comporterà una crisi sanitaria per l’umanità.

 

Allora vuol dire che qualsiasi politico che rifiuti di firmare l’accordo è un un “negazionista dell’obesità”? La mancata approvazione dell’accordo dimostra forse che i dissidenti non credano che l’obesità sia un problema?

 

Chiaro che no.

 

Chiunque rifiuti di firmare l’accordo potrebbe essere dell’idea che il LOAD faccia ben poco per ridurre effettivamente l’obesità. Oppure, i dissidenti potrebbero ritenere che, nell’imposizione delle sue direttive, il patto ometta di confrontare adeguatamente costi e benefici. Gli oppositori potrebbero ritenere che “la cura sia peggio del male.”

 

In ogni caso, dissentire dal patto non è lo stesso che negare l’esistenza dell’obesità o la scientificità degli studi in materia.

 

 

Il problema con Parigi

 

Lo stesso vale per l’accordo di Parigi. Coloro che non lo condividono potrebbero anche dissentire — e probabilmente dissentono — dalle specifiche disposizioni del patto che possano effettivamente risultare più costose per la gente, ma non dal presunto riscaldamento globale in sé.

 

Invece, fisici come Tyson — quelli, cioè, che non sanno nulla di economia o di scienze politiche — credono che le politiche pubbliche funzionino come i trucchi di un prestigiatore. Un gruppetto di politici si incontrano, dichiarano di voler risolvere il problema X, ed il problema X magicamente viene risolto, basta solo che tutti appoggino la “soluzione”.

 

E se le indicazioni politiche dei delegati di Parigi fossero sbagliate? Oppure, se la cura si rivelasse peggio della malattia?

 

L’accordo dovrebbe presumibilmente migliorare l’esistenza degli esseri umani del mondo reale, migliorando il loro tenore di vita.

 

Se ciò fosse vero, l’accordo di Parigi dovrebbe realizzare parecchie cose:

 

1. Essere scientificamente fondato.

2. Prevedere con accuratezza gli effetti dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.

3. Sostenere politiche pubbliche che agiscano per mitigare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sugli standard di vita.

4. Essere in grado di dimostrare che queste politiche pubbliche riescano a mitigare di fatto gli effetti del cambiamento climatico.

5. L’accordo deve dimostrare che i costi delle stesse politiche pubbliche auspicate siano inferiori ai costi del cambiamento climatico.

 

Se l’accordo di Parigi non consegue alcuni di questi risultati, è da rigettare. Se l’effetto netto dell’accordo consiste nel rendere le persone più povere, si tratta di un accordo senza valore.

 

Ora, senza in alcun modo voler giudicare la scienza del clima in sé stessa, si nota subito che basta dare un’occhiata all’accordo di Parigi per poterlo tranquillamente rigettare sulla base dei punti numero due, tre, quattro e cinque nella nostra lista. (ma anche la sua base di scientificità risulta controversa, ndVdE)

 

Dopo tutto, l’accordo si basa su previsioni politiche altamente speculative. Si cerca di fare previsioni sull’economia globale con decenni di anticipo (un’impresa notoriamente inaffidabile) e non si tiene seriamente conto dei costi reali dell’imposizione di costi energetici notevolmente superiori su gran parte delle classi meno abbienti e lavoratrici — che è proprio ciò che l’accordo farebbe.

 

In realtà, l’accordo non fa neanche menzione del costo che le famiglie si troverebbero ad affrontare in seguito ai maggiori costi energetici previsti dall’accordo. Gli unici costi menzionati sono i costi di adattamento ai cambiamenti climatici. In altre parole, l’accordo sembra dare per scontato che non vi siano svantaggi per le famiglie nelle disposizioni dell’accordo. E questo è un importante campanello d’allarme.

 

Si ignora anche il costo opportunità dell’adozione dell’accordo. Nel mondo reale l’adozione delle indicazioni politiche dell’accordo finirebbe per rallentare la crescita, poiché ridurrebbe l’accesso a risorse energetiche essenziali. Oltre a ridurre la ricchezza delle famiglie, si avrebbe una diminuzione delle entrate fiscali. I soldi spesi in maggiori costi energetici sono soldi che non possono essere spesi per altre cose — come le cure mediche, e la ricerca di tecniche di agricoltura più efficienti. Ciononostante, l’accordo prevede contemporaneamente una massiccia redistribuzione della ricchezza e ingenti somme di spesa pubblica in vari programmi come “preparazione alle emergenze” ed “assicurazioni” governative addizionali per coprire gli effetti dei disastri naturali.

 

Quindi l’accordo prevede maggiori spese, mentre riduce la capacità dei settori sia pubblico che privato di sostenere quelle stesse spese. Si tratta di un’impresa autolesionista.

 

Un altro costo opportunità consiste nell’impatto sulla produzione di acqua dolce. Come facevo notare in un articolo del 2015:

 

“Un secondo fattore del fabbisogno energetico è l’acqua dolce. La siccità in California ha riportato all’attenzione come l’acqua dolce sia una risorsa scarsa, anche se il governo preferisce non considerarla tale. Ma se una popolazione più numerosa ha bisogno di più acqua, l’acqua dolce può essere prodotta utilizzando energia tramite desalinizzazione ed acquedotti a pompa.

Oggi tali schemi sono in larga parte ancora anti-economici perché il problema della scarsità d’acqua si può generalmente risolvere con mezzi meno dispendiosi, come l’importazione di derrate alimentari da zone più umide, e con sistemi idrici più economici basati prevalentemente sulla gravità.

In futuro, però, quando l’acqua sarà sempre più scarsa per via della crescita demografica, la risposta più logica sarà certamente guardare a soluzioni a maggiore intensità energetica.

Centralizzando e limitando artificialmente l’utilizzo energetico, tuttavia, l’intenzione della lobby del riscaldamento globale sembra essere quella di aumentare i costi di trattamento dell’acqua, e, limitandone l’uso, di inibire anche il progresso tecnologico, impedendo l’esperienza pratica dell’utilizzo di tecniche di trattamento dell’acqua e di produzione di acqua dolce.”

 

I sostenitori dell’accordo sul clima di Parigi potranno sicuramente controbattere che le disposizioni dell’accordo in qualche modo eviteranno magicamente la necessità di spendere di più per avere acqua pulita in futuro, grazie ad una riduzione delle temperature globali. Ma sulla base di quali prove? Forse in base ad un modello informatico di ciò che potrebbe accadere tra alcuni decenni?

 

Con delle prove talmente inconsistenti, è facile vedere come sarebbe più saggio continuare con le attuali politiche, che possono verosimilmente darci l’uovo oggi — piuttosto che la fantomatica gallina domani di cui l’accordo di Parigi si limita a vagheggiare.

 

Sappiamo già che possiamo aiutare i poveri oggi con energia a basso costo, una maggiore capacità produttiva, ed un’economia più robusta. L’accordo di Parigi promette soltanto di aiutare un’ipotetica popolazione futura sulla base di un regime di politiche pubbliche puramente teorico e mai testato.

 

La prudenza suggerirebbe quindi di scegliere la prima alternativa.

 

Per di più, molti tra gli stessi lobbisti del riscaldamento globale negano che l’accordo di Parigi possa in ogni caso avere un effetto significativo nel ridurre le temperature. La prudenza detterebbe dunque di rinnovare l’interesse negli investimenti tecnologici ed in misure per alleviare la povertà (come incoraggiare il commercio e gli investimenti) poiché si sa che queste possono aiutare i più poveri adesso. Adottare politiche che limitino la capacità di investire in tali misure — come prescrive l’accordo di Parigi — non farebbe che peggiorare le cose.

 

Tuttavia, nel fantastico mondo dei fisici e dei climatologi, che non sono in grado di comprendere la complicata realtà dell’economia e delle politiche pubbliche, basta desiderare qualcosa perché si avveri. Se i nostri desideri sono abbastanza intensi, tutti i problemi si risolveranno, dopo tutto quelle brave persone al governo esaudiranno sicuramente i nostri desideri.