Jake Lamar, scrittore afroamericano da tempo residente a Parigi, racconta sul Los Angeles Times come il servizio sanitario francese si è preso cura del suo cuore, dopo un’improvvisa crisi dovuta a una malformazione congenita non diagnosticata per anni. Insieme a persone di ogni ceto e origine ha potuto fruire di cure mediche di altissima qualità, spendendo poco più di un migliaio di euro per 47 notti in ospedale. Che cosa gli sarebbe successo, si domanda, se fosse rimasto a vivere in Usa? Ai denigratori americani dei sistemi sanitari pubblici europei, lo scrittore oppone la semplice forza del suo racconto. Una lezione per chi sottovaluta o dà per scontata l’enorme conquista rappresentata dal nostro servizio sanitario pubblico e universale, oggi a rischio a causa della cieca e gretta ideologia dei tagli e delle privatizzazioni.

 

 

 

Di Jake Lamar, 18 novembre 2016

 

Domenica 29 marzo 2015, due giorni dopo il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato molto vicino a morire. Ero seduto in poltrona nel mio appartamento di Parigi, immerso nella lettura di un giornale, quando mi sono venute le vertigini. La cosa successiva di cui mi sono reso conto è che il mio cuore si era messo a battere violentemente. Quando è arrivata l’ambulanza, faceva 240 battiti al minuto.

 

Mi hanno portato al Lariboisière, un grande ospedale nel nord di Parigi. Nel reparto di terapia intensiva ho scoperto che sono nato con una valvola aortica difettosa. In pratica, per tutta la vita me ne sono andato in giro con una bomba a orologeria chiusa dentro al petto. Come ho fatto a non accorgermene? Al liceo ho fatto gare di corsa e ho giocato a calcio; ogni estate, mia moglie ed io abbiamo fatto lunghe passeggiate sulle Alpi svizzere. Ma un infermiere esperto non si è stupito. “Nelle sue condizioni”, mi ha detto, “il primo sintomo è spesso la morte improvvisa.” Ok, ho risposto, e qual è il secondo sintomo?

 

Così è iniziato il mio soggiorno all’interno del sistema sanitario francese. Negli Stati Uniti, gli oppositori dell’ Affordable Care Act (la riforma sanitaria nota come Obamacare, ndVdE) spesso agitano come uno spettro agghiacciante i servizi sanitari pubblici europei. Per quello che vale, ecco un breve resoconto della mia esperienza in un sistema pubblico, pagato dallo Stato, nel corso di un’emergenza sanitaria che ha messo a rischio la mia vita.

 

Il 31 marzo dello scorso anno, la mattina del secondo giorno trascorso in terapia intensiva,  stavo chiacchierando con mia moglie, Dorli, quando mi sono tornate le vertigini. Questa volta il mio petto era tappezzato di elettrodi e i monitor cardiaci scatenarono un urlante allarme elettronico. Dorli fu spinta fuori dalla stanza. Qualcuno strappò il mio camice da ospedale. Sopra di me comparve un medico, che teneva sollevato nelle mani un defibrillatore. Mi sentivo come in una di quelle serie sugli ospedali che non guardo mai. Pensai che il medico stesse per urlare “Libera!”, o qualunque cosa si gridi in francese in questi casi, quando, improvvisamente, il mio cuore si calmò, di propria iniziativa. Un’intera stanza di cardiologi mi fissò con un mix di empatia e curiosità professionale.

 

Ho passato un totale di 15 notti nell’unità di terapia intensiva, mentre il team di cardiologi mi sottoponeva a un’intera batteria di esami e cercava di determinare il modo migliore di curare il mio caso. Oltre alla tachicardia (battito cardiaco accelerato) e alla valvola aortica difettosa, l’aorta stessa era diventata ipertrofica. Dovevo sottopormi a un intervento chirurgico a cuore aperto.

 

L’11 maggio 2015 il dottor Emmanuel Lansac, dell’Istituto Montsouris, mi ha sottoposto a un’operazione della durata di sei ore, rimodellando la mia valvola e sostituendo un tratto della mia aorta con un tubo di materiale sintetico. Il giorno dopo ho chiesto al dottor Lansac quanto il mio problema fosse complicato, su una scala da uno a dieci. La risposta: “Diciamo nove.”

 

Dopo undici giorni, sono stato trasferito in una clinica per i pazienti in convalescenza dopo  un’operazione chirurgica a cuore aperto. I dintorni dell’ospedale sembravano un dipinto di Monet. In qualsiasi momento, c’erano circa 65 pazienti della clinica che venivano sottoposti a esami, monitoraggio e ginnastica dolce. Tra i miei compagni operati al cuore ho incontrato un gallerista, due tassisti, l’ex amministratore delegato inglese di una compagnia aerea e pazienti provenienti da ex colonie francesi in Africa, nei Caraibi e in Asia, tra cui un insegnante di storia vietnamita che è diventato il mio compagno fisso di scacchi. E poi c’ero io, uno scrittore afro-americano, che non è nemmeno un cittadino francese, ma solo un residente ufficiale a lungo termine. Tutti noi, a prescindere dalla classe, dalla religione, dall’origine nazionale o etnica, abbiamo ricevuto lo stesso trattamento di prima qualità.

 

Arriviamo al punto. Oltre al mio intervento, ho fatto una risonanza magnetica, una sonda è stata inserita nella mia coscia e guidata fino al cuore, per due volte mi è stata introdotta in gola una macchina fotografica per riprendere la mia valvola, e ho fatto più esami del sangue, elettrocardiogrammi ed ecografie di quante sono in grado di contare. Per tutto questo, non mi è stato fatto pagare nulla.

 

Ho dovuto pagare per il mio letto in ospedale, per la TV, il telefono, il Wi-Fi e i pasti. Ho passato un totale di 47 notti tra ospedale e riabilitazione. Durante la seconda metà del mio soggiorno presso il Grands Prés (nome del centro di riabilitazione cardiaca, ndVdE), sono passato da una camera doppia a una singola, per poter avere più privacy per scrivere. Naturalmente, era un po’ più caro. Alla fine, l’intero calvario mi è costato circa 1.300 euro, o  1.455 dollari.

 

Certo, sono le tasse che rendono possibile una spesa così bassa. La mia tassazione individuale, tuttavia, è molto più ragionevole di quello che un americano potrebbe immaginare. Pago una tassa sul reddito annuo intorno al 23%. Tutto considerato, mi sta bene.

 

A volte mi chiedo come sarebbe finita con questa emergenza sanitaria se fossi tornato a vivere in America, invece di decidere di rimanere a Parigi, più di 20 anni fa. Io, uno scrittore free-lance, senza copertura assicurativa universitaria né aziendale. Sarei stato tenuto sotto osservazione in terapia intensiva per due settimane? Prima dell’ Obamacare, il mio difetto della valvola avrebbe potuto essere considerato una “condizione pre-esistente,” che avrebbe permesso all’assicurazione di negarmi il rimborso dell’intervento chirurgico.

 

Naturalmente, non saprò mai cosa sarebbe successo se avessi scelto di stabilirmi nel mio paese invece che in Francia. Ma la scelta che ho fatto potrebbe avermi salvato la vita.

 

 

Jake Lamar è autore, tra le sue opere recenti, dello spettacolo teatrale “Brothers in Exile” e del romanzo “Postrit.”