Sul Financial Times lo storico Robert Tombs analizza l’evoluzione storica del concetto di sovranità nazionale, sin dai primi del Novecento sotto attacco da parte dei sostenitori dell’imperialismo e di un governo elitario sovranazionale. Il progetto dell’Unione europea non è che un proseguimento di questa visione, giustificata da argomenti come quello secondo cui la democrazia nazionale non sarebbe più adatta al mondo globalizzato. E invece lo storico mette in luce chiaramente come la realtà non corrisponda affatto a questi schemi ideologici. 

 

  

 

di Robert Tombs, 4 luglio 2017

 

 

I grandi imperi del passato sono crollati, gli stati nazionali rimangono

 

Molto tempo fa la sovranità nazionale è stata consegnata alla pattumiera della storia. “È tempo di grandi imperi, e non di piccoli stati“, proclamò nel 1902 Joseph Chamberlain, ministro per le colonie del Regno Unito. Oggi ciascuno di quei grandi imperi è crollato e i piccoli stati rimangono. Tuttavia la convinzione di Chamberlain si è rivelata tenace. Nuovi accoliti imperialisti di Chamberlain hanno continuato a predicare il vecchio messaggio, usato per sostenere il federalismo europeo.

 

I piccoli stati davano fastidio a tutti quelli che ragionavano in termini di razionalità, ordine e potere, piuttosto che di una democrazia turbolenta e disordinata: tra questi vi erano diplomatici, amministratori, economisti e accademici di destra e di sinistra. Alla sovranità nazionale venne attribuita la responsabilità della guerra mondiale. I sistemi sovranazionali, invece, avrebbero mantenuto la pace. La realtà era diversa. Entrambe le guerre mondiali sono state causate dalle dinamiche interne degli imperi autoritari, non dal nazionalismo popolare: la guerra era profondamente impopolare, anche nel Reich di Hitler.

 

I tentativi utopici di creare un ordine mondiale sovranazionale non hanno dato frutti. Nonostante questo, la visione si è mantenuta nel tempo. I difensori dell’UE insistono nell’affermare che l’UE ha custodito la pace e che la sua rottura riporterebbe il nostro continente alle turbolenze nazionaliste degli anni Trenta. In realtà l’UE è il risultato, non la causa, di una pace creata dagli stati-nazione democratici che hanno sconfitto la Germania nazista e fondato la Nato.

 

I progetti imperialisti e federalisti si sono scontrati con la sovranità nazionale e con la democrazia, le due facce della stessa medaglia politica. Chamberlain senza dubbio credeva che il popolo sarebbe stato meglio in un sistema sovranazionale diretto da una élite di menti superiori. Ma anche se avesse avuto ragione, nella maggior parte del mondo questo argomento è da tempo andato perduto.

 

L’impero britannico può anche essere stato il creatore del “mondo moderno”, ma le popolazioni che ne facevano parte l’hanno abbandonato non appena ne hanno avuto la possibilità. Il più notevole risultato politico dell’Unione europea è stato di convincere la maggior parte degli europei – che in alcuni casi avevano combattuto per la loro sovranità nazionale – che questa sovranità non importava più, che era un’illusione, che potesse essere “riunita” all’interno dell’Unione europea e che comunque continuare ad esercitarla potesse portare al disastro. L’anno scorso, il popolo della Gran Bretagna ha deciso, con un piccolo margine di maggioranza, di correre il rischio.

 

Sono state poste diverse domande riguardo alla loro riaffermazione della sovranità. Come viene esercitata, e da chi? I nazionalisti scozzesi sostengono il loro diritto alla sovranità. Gli oppositori della Brexit sposano una versione estremista della sovranità del parlamento. I suoi sostenitori considerano il voto popolare diretto la massima espressione della sovranità. Le origini lontane della sovranità nazionale sono vaghe e indefinibili; ma la maggior parte di noi probabilmente condivide l’idea che il suo nucleo sta nel consenso popolare.

 

Ma questa sovranità nebulosa è semplicemente un mito politico obsoleto? Ci viene spesso detto che nel “mondo globalizzato di oggi” la sovranità nazionale è priva di significato, perché i confini diventano irrilevanti e i poteri si spostano verso entità internazionali e non statali. Questo è sicuramente un dogma ideologico, più che un’osservazione spassionata. Il potere che gli stati possono esercitare anche nei confronti di forze economiche importanti è considerevole, e certamente molto più grande che in passato.

 

Nella maggior parte dei paesi lo stato rappresenta quasi la metà del prodotto interno lordo e il quantitative easing ha dimostrato l’importanza della sovranità monetaria. I piccoli stati stanno fiorendo: sono i grandi attori che affrontano problemi fondamentali. Anche facendo una stima minima, i poteri residui degli stati sovrani sono di enorme importanza.

 

Si afferma che l’UE ha risolto i problemi della sovranità e del potere nazionali mettendo insieme le sovranità per aumentare il potere. Ma la soluzione evidentemente non funziona. Per molti paesi membri, e ovviamente per la Grecia, la Spagna e l’Italia, la condivisione della sovranità nazionale ha comportato conseguenze sociali, economiche e politiche devastanti. Come un buco nero politico, l’Unione europea risucchia la sovranità dai suoi stati membri, ma la sovranità messa in comune si esaurisce. Se la sovranità conferisce il diritto riconosciuto di prendere una decisione definitiva, chi è che ha questo diritto nella UE?

 

Come ha osservato Thomas Hobbes, “l’autorità sovrana non è tanto dannosa quanto la sua mancanza”; e niente di ciò che l’UE fa è dannoso come le cose che non riesce a fare. Non può risolvere i problemi creati dall’euro. Non può controllare i movimenti o indirizzare un’equa distribuzione della popolazione né dall’esterno né dall’interno.

 

L’impero britannico è noto per essere stato definito “un brontosauro con arti enormi e vulnerabili che il sistema nervoso centrale aveva scarsa capacità di proteggere, dirigere o controllare“. Lo stesso vale per l’UE, che può essere distrutta dalle sue debolezze.

 

L’antico impero austro-ungarico poteva soltanto sperare di mantenere i suoi popoli in uno stato gestibile di insoddisfazione. L’UE oggi si trova di fronte a una prospettiva simile. Dobbiamo sperare che il parallelo si fermi lì. Forse tra pochi anni le élite europee riconosceranno che il federalismo si è rivelato un vicolo cieco e che la migliore speranza per l’Europa è un’associazione di stati nazionali democratici tenuti insieme non dalle “direttive”, ma dalla solidarietà tra vicini. Ma non speriamoci troppo.

 

 

Robert Tombs è autore di “The English and Their History”