È passato più di un anno dalla pubblicazione di European House of Cards, ma tutte le cause strutturali del fallimento dell’eurozona e le previsioni descritte in questo articolo di Stefan Kawalec rimangono tutt’ora in piedi, ugualmente inascoltate dai decisori politici europei. Sicché, mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall’euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l’eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze, di volta in volta artatamente rinvigorite o sgonfiate nel dibattito pubblico con l’intento strumentale di portare avanti le politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, e le classi sociali vincenti, i rentier della finanza con i loro sostenitori. Fino a che il gioco potrà andare avanti.

 

 

 

di Stefan Kawalec

 

L’euro è un problema non solo per l’Europa, ma anche per i suoi partner commerciali e per l’intera economia mondiale. L’incapacità dell’eurozona di risolvere gli squilibri interni, insieme a una situazione sociale e politica molto tesa nei paesi colpiti dalla crisi, la costringe a cercare disperatamente di generare surplus commerciali e di partite correnti. Si tratta probabilmente di una situazione permanente che, data la posizione leader dell’area dell’euro nell’economia mondiale, avrà un impatto negativo sugli altri paesi e potrà quindi scatenare guerre valutarie mondiali e inibire il commercio internazionale.

 

Uno smantellamento controllato dell’eurozona sarebbe vantaggioso per i paesi membri colpiti dalla crisi e per i partner commerciali dell’Europa e – contrariamente alle apparenze – anche per la Germania.[1]

 

 

 

La stagnazione prolungata nei paesi membri del Sud dell’eurozona e il pericolo di guerre valutarie globali

 

Le disastrose conseguenze delle politiche di svalutazione interna

Nel 2010, quando è esplosa la crisi della zona euro, è stato stimato che, per far sì che i paesi del sud dell’UE (come la Grecia, l’Italia, il Portogallo e la Spagna) riconquistassero la competitività e riequilibrassero le loro bilance commerciali e le partite correnti, questi dovessero abbattere i salari del 20-30% rispetto ai loro partner commerciali.  Purtroppo, i paesi in crisi della zona euro non possono migliorare la loro competitività attraverso il deprezzamento delle valute. Invece, hanno cercato di attuare una cosiddetta “svalutazione interna”, che è l’equivalente contemporaneo della politica di deflazione applicata durante la Grande Depressione negli anni Trenta per difendere il sistema del gold standard. La dimensione e la durata del crollo economico nei paesi dell’eurozona colpiti dalla crisi sono paragonabili e, in alcuni casi, anche più profondi rispetto a quanto accaduto durante la Grande Depressione.

 

Confidiamo nell’indebolimento dell’euro

Molti osservatori hanno sottolineato che un indebolimento dell’euro potrebbe essere lo strumento macroeconomico più efficace attraverso cui la Banca centrale europea (BCE) potrebbe aiutare i paesi membri in difficoltà della zona euro. In molte occasioni, gli economisti e i politici hanno invitato la BCE a indebolire l’euro per migliorare la situazione nei paesi in crisi. In definitiva, a metà del 2014, una combinazione di fattori, quali l’alleggerimento quantitativo (QE) europeo, l’introduzione di tassi di interesse negativi sui depositi da parte della BCE, il rallentamento (tapering) del QE negli USA, il prolungarsi della crisi dell’area euro e la ripresa dell’economia statunitense, hanno dato il via al deprezzamento dell’euro. Il tasso di cambio dell’euro è diminuito dalla media mensile di 1,37 dollari nel maggio 2014 a 1,08 dollari nel mese di marzo 2015, e nei mesi successivi ha oscillato vicino a questo livello più basso.

 

Il surplus delle partite correnti è più alto che in Cina

Nel 2010, quando è scoppiata la crisi dell’eurozona, la Francia e i paesi meridionali della zona euro come la Grecia, l’Italia, il Portogallo e la Spagna avevano un disavanzo cumulato delle partite correnti di 159 miliardi di euro. Questo deficit era controbilanciato da un avanzo di 145 miliardi di euro in Germania, nonché da eccedenze nei Paesi Bassi e in Irlanda. Complessivamente, la zona euro registrava un surplus di partite corrente di 36 miliardi di euro (48 miliardi di dollari) pari allo 0,4% del suo PIL. Negli anni successivi, i disavanzi delle partite correnti nei paesi meridionali della zona euro sono diminuiti o scomparsi a seguito della recessione economica e di un euro più debole. Allo stesso tempo, i surplus delle partite correnti in paesi come la Germania sono aumentati, facendo crescere il surplus complessivo dell’area euro. Nel 2015, l’eccedenza di partite correnti della zona euro, pari a 330 miliardi di euro (366 miliardi di dollari) ed equivalente al 3,6% del suo PIL, è stata la più grande tra le economie mondiali, compresa la Cina, per il terzo anno consecutivo. La zona euro è diventata una fonte importante di squilibri globali.

 

Il pericolo di conflitti commerciali globali

Nell’intera economia globale, sia le partite correnti che gli scambi commerciali sono per definizione equilibrati. Pertanto, mantenere enormi surplus nell’area euro significa che le altre economie del mondo devono avere notevoli deficit di partite correnti e commerciali, il che comporta una crescita economica più lenta e una maggiore disoccupazione. Tenuto conto della grande dimensione dell’economia dell’eurozona e della scala delle sue eccedenze internazionali, i partner commerciali dell’Europa non possono tollerare a lungo tale situazione. Se i surplus della zona euro continueranno, prima o poi i suoi partner scateneranno una guerra commerciale internazionale con conseguenze terribili per l’Europa, per loro stessi e per l’intera economia globale.

 

 

 

Le false speranze di risolvere gli squilibri interni dell’eurozona

 

È improbabile che la Germania distrugga volontariamente la sua sudata competitività

Un problema irrisolvibile per la BCE è che l’euro rimanga troppo forte per i paesi del Sud e troppo debole per la Germania. Anche se consentire all’euro di apprezzarsi contribuirebbe a ridurre i surplus di partite correnti, ciò aggraverebbe anche lo stress economico nei paesi del Sud. Questo, a sua volta, rafforzerebbe ulteriormente i movimenti politici populisti e anti-europei che hanno capitalizzato sulle difficoltà sociali per ottenere consensi.

 

Alcuni osservatori ritengono che gli squilibri interni della zona euro possono essere ridotti se la Germania aumenta la spesa in infrastrutture e permette che i suoi salari crescano più velocemente. Ma per molti tedeschi, che hanno subito le difficili riforme sociali e del mercato del lavoro nel 2003-2005, uno sforzo deliberato per ridurre gli incrementi di competitività così  duramente guadagnati non è un’opzione. Il fatto che il 63% delle esportazioni tedesche vada in paesi al di fuori della zona euro – vale a dire che le imprese tedesche devono essere in grado di competere con le loro omologhe in tutto il mondo, non solo nell’unione monetaria – rende la questione ancora più delicata.

 

I progressi verso l’unione fiscale non aiuterebbero

Altri osservatori sostengono che un’ulteriore integrazione, in particolare dei passi avanti verso un’unione fiscale e politica, fornirebbe all’eurozona strumenti alternativi – cioè trasferimenti di ricchezza – per migliorare la competitività dei paesi depressi. Ma, come hanno imparato l’Italia e la Germania nei loro sforzi in gran parte falliti (ed estremamente costosi) per stimolare regioni non competitive, tali aspettative sono ingiustificate. Infatti, nonostante l’enorme spesa di denaro dei contribuenti – che equivale annualmente al 16% del PIL regionale dell’Italia meridionale e al 25% del PIL regionale della Germania orientale – le economie italiana e tedesca ne hanno guadagnato ben poco.

 

Infatti, il tentativo di migliorare la competitività delle aree depresse all’interno di un’unione monetaria attraverso i trasferimenti fiscali è una contraddizione in termini. L’afflusso di fondi verso i paesi che cercano di riconquistare competitività attraverso una politica di svalutazione interna pregiudica questa stessa politica. Mentre una politica di svalutazione interna si pone l’obiettivo di diminuire la domanda interna al fine di ridurre i prezzi e i salari, i trasferimenti fiscali in entrata aumentano la domanda interna e contribuiscono ad aumentare i salari e i prezzi, rendendo quindi più difficile riconquistare la competitività.

 

Nemmeno l’esperienza americana infonde speranza

I sostenitori dell’euro spesso menzionano gli Stati Uniti, simili all’Unione europea (UE) in termini di superficie totale, popolazione e livello di sviluppo economico. Concludono che, poiché l’economia statunitense può operare con successo con una sola moneta, la stessa cosa potrebbe succedere in Europa, a condizione che l’architettura della zona euro sia adeguatamente migliorata.

 

Tuttavia, il modo americano di trattare gli squilibri regionali sarebbe difficilmente accettabile per i paesi europei. Alcuni stati e territori USA sono destinatari permanenti di trasferimenti federali netti che superano annualmente il 10% del PIL locale. Questi trasferimenti non aiutano a risolvere i problemi di non-competitività degli Stati e dei territori beneficiari, ma semplicemente forniscono risorse per finanziare i disavanzi derivanti da tali problemi. Come dimostrato nello studio classico di Olivier Jean Blanchard e Lawrence F. Katz [2], il fattore che risolve il problema della disoccupazione più elevata nelle regioni sottosviluppate dell’America non è la “svalutazione interna”, cioè l’aggiustamento salariale locale, ma l’emigrazione delle persone in età lavorativa in altre parti del paese. I punti di forza del meccanismo di aggiustamento americano (nonché alcuni dei suoi effetti estremi) si possono vedere nei casi di Detroit e Puerto Rico, come descritto da “The Economist” [3].

 

Detroit, l’ex capitale dell’industria automobilistica americana, ha perso migliaia di posti di lavoro. Tuttavia il livello di disoccupazione in città (5,7% nel 2015) è solo leggermente superiore alla media americana e sostanzialmente inferiore a quello dell’area euro (10,9% nel 2015). Questo perché gli abitanti hanno lasciato la città. La popolazione di Detroit è diminuita del 62%, da 1.850.000 abitanti nel 1950 a 700.000 nel 2013. Il problema della città non è la disoccupazione, ma un basso numero di abitanti, che non è in grado di finanziare le infrastrutture locali. Di conseguenza, nel 2013 Detroit ha dichiarato fallimento.

 

A Puerto Rico, un territorio dipendente dagli Stati Uniti, la disoccupazione è da lungo tempo limitata dall’emigrazione. Il territorio è ora abitato da 3,5 milioni di persone, mentre 5 milioni di portoricani, cioè il 59% del totale, vivono in altre parti degli Stati Uniti. Tuttavia, l’economia in contrazione e la popolazione in calo non sono più in grado di finanziare gli impegni di spesa di Puerto Rico. “The Economist” sostiene che prima o poi il governo federale dovrà assumersi alcuni dei debiti dell’isola.

 

 

 

All’interno dell’Unione Europea, l’area valutaria ottimale è al livello degli stati membri

 

Né la stagnazione di lungo periodo né l’emigrazione di massa sono soluzioni accettabili per gli Stati nazionali europei

L’Europa è costituita da paesi con lingue diverse, caratterizzati da diverse tradizioni storiche e culturali. Gli Stati nazionali costituiscono la principale fonte di identità dei cittadini; fungono anche da fonte di legittimità democratica dei governi. Per la coesione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri, è importante che i cittadini europei dispongano delle migliori opportunità possibili per lo sviluppo personale e il benessere all’interno dei propri paesi. Né la stagnazione a lungo termine né l’emigrazione di massa sono soluzioni accettabili per le nazioni europee. Inoltre, nemmeno dei trasferimenti fiscali permanenti che finanzino i disavanzi di alcuni stati nazionali possono rappresentare una soluzione accettabile per la zona euro, come testimonia una relazione dei presidenti delle cinque principali istituzioni europee. [4]

 

Nelle emergenze, il tasso di cambio è un meccanismo di regolazione efficace e sostanzialmente insostituibile che migliora la competitività di una data area valutaria. Pertanto, è razionale che il potere di utilizzare questo strumento dovrebbe essere localizzato al livello comunitario, con il quale i cittadini si identificano maggiormente e al quale sono disposti a delegare la responsabilità del loro destino. Nel caso dell’Unione europea, il livello di comunità ottimale per un’area valutaria è lo Stato membro. All’interno di uno Stato nazionale, sia la migrazione che i trasferimenti fiscali permanenti non sono politicamente distruttivi e potrebbero essere accettabili.

 

Privare i paesi membri delle loro valute può, contrariamente alle intenzioni, minacciare il futuro dell’UE invece che promuovere un’ulteriore integrazione europea.

 

 

 

Note

 

[1] Questo articolo si basa sui seguenti testi:
•  S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Controlled Dismantlement of the Eurozone: A Strategy to Save the European Union and the Single European Market, “German Economic Review”, 14 (1), February 2013, p. 31-49.
•  S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Controlled Dismantlement of the Eurozone: A Proposal for a New European Monetary System and a New Role for the European Central Bank, National Bank of Poland Working Paper No 155, Warsaw 2013. http://www.nbp.pl/publikacje/materialy_i_studia/155_en.pdf.
• S. Kawalec, Europe’s Currency Manipulation, „Project Syndicate”, http://www.project-syndicate.org/commentary/euro-currency-manipulation-by-stefan-kawalec-2015-04, 2 April 2015.
•  S. Kawalec, The permanent necessity to undervalue the euro endangers Europe’s trade relations, Paper for 12th EUROFRAME Conference on Economic Policy Issues in the European Union „Challenges for Europe 2050”, organized by the EUROFRAME group of research institutes, Vienna, Austria, 12 June 2015.
•  S. Kawalec, The Euro as a Threat to European Integration, “That Sinking Feeling”, New Direction – the foundation for European reform, Autumn 2015, p. 6-9.
•  S. Kawalec and E. Pytlarczyk, Paradoks euro. Jak wyjść z pułapki wspólnej waluty (The Euro Paradox: How to Break Out of the Trap of a Common Currency?), Poltext, Warszawa 2016.

 

[2] O. J. Blanchard, L. F. Katz, Regional Evolutions, “Brookings Papers on Economic Activity”, 1:1992.

 

[3] “The Economist”, For richer, for poorer: One way or another, America’s government will end up bailing out Puerto Rico, November 28, 2015.

 

[4] I presidenti della Commissione Europea, del Summit Europeo, dell’Eurogruppo, della Banca Centrale Europea, e del Parlamento Europeo, hanno presentato idee preliminari su un bilancio comune dell’eurozona sotto il termine eufemistico di “funzione di stabilizzazione fiscale dell’eurozona”. In ogni caso, hanno affermato che: “non dovrebbe condurre a trasferimenti permanenti tra paesi o a trasferimenti in un’unica direzione… non dovrebbe essere nemmeno concepito come un mezzo per bilanciare i redditi tra i paesi membri”. Si veda: The Five Presidents’ Report: Completing Europe’s Economic and Monetary Union, report by: Jean-Claude Juncker in close cooperation with Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi, and Martin Schulz, The European Commission, 22 June 2015, p. 15.