Il campione del liberalismo europeista nazionalizza un’impresa per difendere gli interessi francesi. Jacques Sapir mette in luce sul suo blog Russeurope come questa smaccata contraddizione mostri da una parte l’assenza di una coerente linea politica nel governo di Philippe e Macron, dall’altra che la nazionalizzazione di STX è probabilmente una mossa puramente propagandistica, priva di sostanza.

 

 

 

Di Jacques Sapir, 27 luglio 2017

 

Il governo ha deciso di “nazionalizzare” la società cantieristica STX (1). Questo potrebbe sorprendere, da parte di un governo che, finora, si era fatto notare soprattutto per le sue posizioni ispirate al più puro liberalismo economico. L’obiettivo dichiarato è quello di “difendere gli interessi strategici della Francia.” Il governo fino a oggi era proprietario del 33,33% del capitale, insieme a un diritto di prelazione in scadenza sabato 29 luglio. È proprio questo diritto che il governo ha deciso di esercitare, dopo il fallimento delle trattative con la società italiana, Fincantieri, che doveva acquisire una quota del capitale (2).

 

Il caso STX e il conflitto franco-italiano

 

L’esecutivo ha cercato di negoziare un modello “50-50” che bilanciasse gli interessi francesi (lo Stato, l’ex Gruppo navale DCNS, BPI-Francia e i dipendenti) e quelli italiani nel finanziamento dei Chantiers de l’Atlantique, mentre l’accordo originale assegnava al campo italiano il 55% del capitale di STX France. Le cause dell’inversione di rotta del governo francese sono note. Fincantieri opera nella stessa fascia di mercato della STX, che ne è il principale concorrente. Mentre il governo presieduto da Bernard Cazeneuve aveva accettato che agli italiani andasse la quota di maggioranza, quello presieduto da Édouard Philippe, e naturalmente il Presidente della Repubblica, hanno fatto propri i timori di molti funzionari di STX che l’acquirente italiano intervenisse per garantirsi il controllo di alcuni impianti esistenti a Saint-Nazaire, lasciando decadere la produzione nel sito. Il governo italiano ha respinto la proposta francese, sia per voce del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, sia del suo collega al Tesoro Pier Carlo Padoan.

 

Si tratta di una decisione importante. Ma va anche contestualizzata. Questa scelta comporta una spesa che non supera gli 80 milioni di euro. Nello stesso momento, il governo Philippe si prepara a privatizzare la società Aéroports de Paris, per una cifra stimata tra 2,7 e 7 miliardi di euro, a seconda della formula di privatizzazione prescelta. Ora, questi aeroporti (Charles de Gaulle e Orly) possono essere considerati altrettanto strategici quanto i cantieri navali STX. Inoltre, il governo francese ha annunciato la sua decisione di riprendere i negoziati con la controparte italiana, per arrivare a una sorta di “Airbus del mare“, e quindi di non chiudere la porta a un accordo con l’Italia.

 

Le contraddizioni del governo

 

In realtà, l’atteggiamento del governo francese evidenzia le contraddizioni della comunicazione e della politica di Emmanuel Macron.

 

In primo luogo, in questo progetto di creare un “Airbus navale” c’è una contraddizione evidente. Ricordiamolo: il precedente dell’Airbus era basato su un’esperienza di collaborazione con l’industria aeronautica tedesca che durava da più di un decennio. Questa cooperazione era concentrata sul velivolo da trasporto Transall, ma prevedeva anche la costruzione su licenza in Germania del predecessore del Transall (il Noratlas) e del Fouga Magister. Inoltre, quando era stato negoziato il consorzio Airbus, era in corso anche un altro programma di cooperazione industriale per l’Alpha Jet. L’Airbus è stato dunque, in origine, il risultato di molti progetti di cooperazione industriale, in cui era chiaro che la Francia giocava un ruolo di primo piano. Con le costruzioni navali non siamo affatto in questo tipo di situazione. L’analogia proclamata dal governo si basa sul nulla. Sono solo parole.

 

Da notare inoltre che la decisione riporta in scena la sovranità della Francia, anche se il Presidente continua a cantare le lodi di un’Europa più integrata, il che comporterebbe nuove perdite di sovranità. Qui possiamo vedere che si manifesta di nuovo la stessa contraddizione che aveva caratterizzato François Hollande, quando nel novembre 2015 dichiarò lo stato di emergenza. Sia con François Hollande sia con Emmanuel Macron, siamo in presenza di presidenti che affermano la loro volontà di andare oltre nel processo di integrazione europea, ma che, di fronte a una crisi, reagiscono nel senso di una riaffermazione della sovranità francese. Una contraddizione irrimediabile.

 

Il ruolo dello Stato nello sviluppo del settore

 

Il governo di Philippe e di Macron appare quindi privo di rotta, dice una cosa e ne fa un’altra. Questo è particolarmente grave nel settore industriale che, meno di qualsiasi altro, tollera messinscene e decisioni opportunistiche.

 

L’attività industriale non è un’organizzazione come le altre. Come le chiese e gli eserciti, si tratta di un’organizzazione gerarchica non democratica (3), in cui la stragrande maggioranza dei membri è esclusa dalla creazione delle istituzioni interne.

 

Per poter funzionare, deve ricorrere a sistemi di complementarietà realizzati attraverso la divisione del lavoro (4). Allo stesso tempo, si basa su una separazione radicale tra proprietari e dipendenti. L’impresa, nella sua forma capitalistica, si basa quindi su un insieme di funzioni, di cui fanno parte (senza riassumerle totalmente) la minimizzazione dei costi di transazione (come argomenta R. Coase) e l’ottimizzazione di un sistema di conoscenza collettiva locale (5), in particolare la creazione di linee informative e di diffusione (interpretazione di un volume crescente di segnali attraverso le conoscenze generate dalla divisione tecnica del lavoro). Inoltre assicura, va ricordato, la predominanza di certe strategie di appropriazione rispetto ad altre (6). Questa dimensione d’altra parte ha anche introdotto un certo livello di incoerenza nell’articolazione di sistemi coerenti che realizza l’impresa capitalistica.

 

Un’impresa pubblica, d’altra parte, può adottare istituzioni interne per facilitare la condivisione spontanea della conoscenza individuale e incoraggiare la creazione di strutture di conoscenza collettiva. Ma non per questo è priva di inconvenienti. In primo luogo, perché lo Stato possa agire come un proprietario che si autoassegna dei limiti (vale a dire, si impegna a non disertare), l’area produttiva dello Stato deve essere limitata. Se le necessità di finanziamento del settore pubblico sono troppo elevate rispetto alle capacità di finanziamento, i lavoratori possono temere o una interruzione dell’impegno assunto (sotto forma di una privatizzazione o di un allineamento della gestione allo standard normale delle imprese capitalistiche), o una rivalsa fiscale.

 

Ci sono molte ragioni, tuttavia, che vanno a favore dell’esistenza di un settore industriale pubblico: creare un’alternativa ai produttori privati ​​per costringerli a moderare i loro prezzi nei contratti tra Stato e imprese; assumersi il rischio di impresa in condizioni di elevata incertezza; in alcune attività, essere capaci di sostenere un significativo costo di ingresso, che scoraggia gli investitori privati.

 

Questa “nazionalizzazione” di STX potrebbe offrire l’opportunità di una presa di coscienza sia della situazione dell’industria francese, sia della necessità di un settore industriale pubblico, in alcuni campi. Ma questo esige che il governo si liberi della cappa ideologica non solo del liberalismo, ma anche dell’europeismo.

 

Francamente, è molto poco probabile che questo avvenga. Questa “nazionalizzazione” rischia dunque di essere null’altro che fumo negli occhi.

 

 

Note

(1) http://www.lefigaro.fr/flash-eco/2017/07/27/97002-20170727FILWWW00227-bruno-le-maire-annonce-la-nationalisation-de-stx.php

 

(2) http://www.lefigaro.fr/societes/2017/07/18/20005-20170718ARTFIG00340-stx-franceattend-le-verdict-d-emmanuel-macron.php

 

(3) È chiaro che anche altre organizzazioni, partiti politici, sindacati, squadre sportive, possono funzionare in modo non democratico. Ma questa forma di funzionamento non è intrinseca alla loro natura, e d’altra parte anche queste organizzazioni potrebbero tranquillamente funzionare in modo democratico, il che non esclude il principio gerarchico, ma dà ai suoi membri un potere di controllo sulla designazione della gerarchia e sull’ampiezza dei suoi poteri.

 

(4) Questo punto è ricordato da C. Pitelis, “Transaction Costs, Markets and Hierarchies: the Issues”, in C. Pitelis, (a cura di) Transaction Costs, Markets and Hierarchies, Basil Blackwell, Oxford, 1993.

 

(5) S. Winter, “On Coase Competence and the Corporation”, in O.E. Williamson & SG Winter (a cura di), The Nature of the Firm -Origins, Evolution and Development, Oxford University Press, Oxford, 1991, pp. 179-195.

 

(6) G. K. Dow, “The Appropriability Critique of Transaction Cost Economics” in C. Pitelis, (a cura di), Transaction Costs, Markets and Hierarchies, Basil Blackwell, Oxford, 1993, pp. 101-132. Per un’analisi molto pertinente di questa asimmetria vedi anche, D.H. Robertson, The Control of Industry, Cambridge University Press, Cambridge, 1923.