“Il microcredito non è altro che un modo socialmente accettabile con cui le élite finanziarie sfruttano i poveri”. Una lapidaria affermazione  che riassume questa analisi di un’idea, pubblicizzata come una panacea per alleviare la povertà nel mondo, che si è però rivelata essere l’ennesima beffa ai danni dei più poveri e disperati. E difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti, trattandosi in realtà di un’interpretazione in chiave neoliberista dell’economia dello sviluppo. Fortemente voluta e promossa dagli stessi attori economici che hanno causato e continuano a perpetuare le diseguaglianze nel mondo, il microcredito continua, nonostante plateali fallimenti e scandali spettacolari, ad essere una delle strategie favorite dalla Banca Mondiale e dal complesso industriale della filantropia — con effetti catastrofici nei paesi in via di sviluppo.

 

Di Milford Bateman

 

 

Trent’anni fa la comunità internazionale per lo sviluppo era in estasi. Credeva di aver trovato la perfetta soluzione in linea con il mercato alla povertà nei paesi in via di sviluppo: il microcredito.

 

Il divulgatore di questa nuova strategia — che consisteva nell’offrire piccoli prestiti per permettere ai poveri di avviare attività di lavoro autonomo — era l’economista del Bangladesh educato in America Muhammad Yunus, che dipingeva il microcredito come una panacea in grado di creare in breve tempo un numero illimitato di posti di lavoro e di eradicare la povertà endemica.

 

L’idea di Yunus di “portare il capitalismo ai poveri” fece rapidamente di lui l’esperto assoluto della povertà mondiale. Nel 1983, avendo ormai fatto il pieno di donazioni, soprattutto da parte di agenzie di cooperazione e fondazioni private americane, Yunus fondò la sua “banca dei poveri” — l’oramai emblematica Grameen Bank. Ben presto diversi duplicati della Grameen spuntarono ovunque nel Sud del mondo, finanziati dalla comunità filantropica internazionale.

 

Era nato il movimento del microcredito. In particolare, USAID e la Banca Mondiale erano a favore di questo modello, soprattutto considerando che permetteva loro di poter finalmente promuovere come antidoti alla povertà l’autosufficienza e l’iniziativa individuale — elementi essenziali di quel capitalismo neoliberalista in quel momento fortemente caldeggiato da entrambe le istituzioni.

 

Anche economisti neoclassici come Jeffrey Sachs vedevano con favore il modello del microcredito, poiché sembrava convalidare il loro punto di vista sullo sviluppo economico, tutto incentrato sull’iniziativa imprenditoriale e sugli scambi di mercato. Sachs vedeva nel microcredito la strada per aiutare i poveri a sfuggire alla povertà e salire su quella che chiamava la “scala dello sviluppo”.

 

A metà degli anni 2000 il modello veniva descritto come il più efficace intervento per lo sviluppo anti-povertà e “dal basso” di tutti i tempi. Con un supporto politico trasversale, le Nazioni Unite dichiararono il 2005 l’”anno del microcredito.”

 

Il microcredito divenne anche una delle poche politiche per lo sviluppo conosciute e sostenute nel mondo da persone comuni — un’impresa facilitata dalle personalità di rilievo che sostenevano l’impegno globale, come Bill e Hillary Clinton, Bill Gates, Bono, Natalie Portman, e Matt Damon.

 

Il movimento raggiunse il suo apice nel novembre 2006 durante il Summit sul Microcredito tenuto ad Halifax, in Canada, un evento nel quale si celebravano i progressi fatti sino ad allora e si coglieva l’occasione per sollecitare l’impegno dei partecipanti ad aumentare i fondi del microcredito. E mentre i delegati erano ancora raggianti per la notizia, arrivata qualche mese prima, che Muhammad Yunus e la Grameen Bank avrebbero ricevuto il Premio Nobel per la Pace del 2006, niente sembrava ormai impossibile da raggiungere con il modello.

 

I relatori illustravano come il microcredito avrebbe avuto un impatto positivo su sanità, terrorismo, e una miriade di altri problemi. L’allora capo del dipartimento finanziamenti sociali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro Bernd Balkenhol offrì la migliore sintesi dello zeitgeist del movimento descrivendo il microcredito come “la migliore strategia per ridurre la povertà.”

 

Con la presentazione di ambiziosi progetti di espansione sembrava ormai profilarsi un futuro in cui praticamente ogni singolo povero del mondo (specialmente se donna) avrebbe avuto libero accesso al microcredito. Sembravano inoltre sul punto di divenire realtà le ricorrenti dichiarazioni di Yunus che il microcredito avrebbe “eradicato la povertà nell’arco di una generazione” e che i bambini avrebbero presto fatto visita a “musei della povertà” per capire di cosa si trattasse.

 

Poi, un giorno, tutto iniziò ad andare terribilmente storto.

 

Il catalizzatore per la drammatica svolta contro la microfinanza fu l’IPO della maggiore banca di microcredito messicana, il Banco Compartamos, nel 2007. In quell’occasione il cittadino comune venne a conoscenza non degli impressionanti successi del microcredito nella riduzione della povertà in Messico — di cui non c’era e non c’è tuttora alcuna traccia — ma degli straordinari guadagni dei senior manager e degli speculatori esterni.

 

Gran parte di coloro che erano impegnati nel settore del microcredito rimasero sbalorditi dall’insaziabile avidità dei soggetti coinvolti. Ma lo “scandalo Compartamos” ben presto si rivelò essere solo la punta dell’iceberg. Quando iniziarono ad emergere innumerevoli altri esempi di arricchimento personale e condotta senza scrupoli, fu subito chiaro che il modello del microcredito era stato sostanzialmente occupato da avidi imprenditori, banche private disoneste e spregiudicati investitori.

 

Contemporaneamente furono sollevati sempre più dubbi circa la credibilità degli studi in favore del concetto di microcredito. Le prove erano talmente deboli che un importante studio finanziato dal governo del Regno Unito concluse che l’intero movimento del microcredito era “basato su fondamenta di sabbia.” Dopo diversi episodi particolarmente distruttivi di “boom e crollo” in tutti i paesi e nelle aree geografiche in cui il microcredito aveva raggiunto una massa critica, la convinzione, precedentemente solida, che il microcredito servisse a combattere la povertà si disintegrò rapidamente.

 

In poco più di trent’anni il concetto di microcredito era passato dall’essere paragonato a Zorro, il mitico eroe messicano amico dei poveri e degli sfruttati, all’essere ampiamente etichettato come una politica zombie, un’idea marcia ed inutile che tuttavia continua a riemergere dalla tomba. Come si è arrivati a questo punto?

 

Come inasprire l’impoverimento

 

Il problema centrale dell’attuale movimento per il microcredito è che si basa su un’idea economica profondamente sbagliata. Yunus riteneva che i poveri, in particolare le donne, potessero avviare micro-aziende di tipo informale per poi vendere beni e servizi di base ad altri poveri delle loro comunità.

 

Questa ipotesi era applicata anche alle comunità più povere, quelle dove (per definizione) i poveri riescono a malapena a potersi permettere i beni e servizi di base necessari al loro mero sostentamento. Ma Yunus pensava che, se i poveri fossero stati messi in condizione di produrre qualcosa, avrebbero comunque potuto venderlo. Come ebbe modo di dire successivamente, un “programma come quello della Grameen apre le porte a livelli illimitati di autosufficienza, e può farlo tanto in sacche di povertà all’interno di prosperità, quanto in situazioni di povertà diffusa.”

 

Sfortunatamente, Yunus era caduto nell’ampiamente dimostrata trappola nota come legge di Say — l’idea che l’offerta crea la domanda. Come spiegato dall’economista recentemente scomparsa Alice Amsden, il problema di fondo nei paesi in via di sviluppo non è l’offerta di beni essenziali, ma l’assoluta mancanza di domanda locale (o di potere d’acquisto) necessaria per acquistarli. Anche nelle comunità più povere, normalmente esistono abbastanza botteghe, chioschi alimentari, artigiani a disposizione della gente — purché se lo possano permettere.

 

Le restrizioni locali a livello della domanda sono alla base di due dei principali punti deboli del microcredito: sostituzione ed uscita. La sostituzione si verifica quando i nuovi lavori e redditi riconducibili ad un’impresa finanziata dal microcredito sono annullati dal declino di lavori e redditi nelle imprese concorrenti già esistenti. L’uscita è il processo con il quale micro-imprese nuove e pre-esistenti sono costrette a chiudere, a causa dell’eccessiva offerta da parte di micro-imprese operanti nello stesso settore.

 

Come evidenziato da David Storey, esperto in piccole imprese, “il fattore decisamente più importante da tener presente quando si attuano politiche a favore delle piccole imprese e il loro elevato tasso di mortalità.” La verità dietro tutto il clamore intorno al microcredito è che la maggior parte di coloro che hanno ottenuto un microprestito da investire in un progetto che generasse profitti sono alla fine falliti oppure si sono sostituiti ad altre micro-imprese informali in difficoltà operanti nello stesso settore.

 

Il fallimento conduce al sovra-indebitamento personale, al dirottamento di altre fonti di reddito (rimesse estere, pensioni) per ripagare il debito, alla perdita di beni di famiglia ipotecati (terreni, case, veicoli), e a umiliazione, disperazione e, in troppi casi, alla inesorabile caduta in povertà.

 

Congiuntamente, la sostituzione e l’uscita spiegano perché il modello del microcredito non apporti alcun aumento nell’impiego netto. Nella Bosnia satura di microcredito, ad esempio, tutte le indicazioni iniziali di creazioni massicce di posti di lavoro erano palesemente false, perché gli analisti non tenevano in considerazione tutti questi aspetti.

 

Ed è in effetti raro trovare qualsiasi tipo di analisi che prenda in considerazione la sostituzione e l’uscita. In troppi casi, l’intenzione di ingraziarsi il cliente — generalmente gran sostenitore del microcredito — ha avuto la meglio sugli imperativi etici e professionali di riferire la verità.

 

Ma questi evidenti punti deboli aiutano a capire perché, come oggi riconosciuto anche dai sostenitori di lunga data, non esiste alcuna prova empirica a conferma che il microcredito combatta la povertà. Normalmente si limita ad incrementare l’ingresso nel mercato di micro-imprese informali, poi seguita da un’equivalente sostituzione ed uscita, creando così nel mercato una dinamica locale improduttiva e inefficiente chiamata turbolenza (churning) del mercato.

 

Come scritto da Mike Davis, la creazione artificiale di iper-concorrenza nel mercato locale dei paesi in via di sviluppo non è una via d’uscita dalla povertà e dalla miseria, ma una manifestazione sempre più terribile delle stesse.

 

Un altro indizio del fallimento del microcredito è che, in molti paesi in via di sviluppo, i poveri non chiedono più micro-prestiti per avviare imprese individuali, ben sapendo che molto probabilmente avrebbero difficoltà a guadagnare qualcosa, quando anche non dovessero subito fallire. Un gran numero utilizza invece il microcredito per pagarsi i beni di consumo di cui ha grande necessità.

 

I debitori sperano di poter in qualche modo ripagare il micro-prestito, magari grazie a un improvviso guadagno inaspettato o ad un raro successo negli affari. Ma in pratica i poveri fanno micro-prestiti via via più consistenti — spesso più di uno alla volta — soltanto per poter pagare le rate del micro-prestito precedente, in una dinamica di strozzinaggio nota come “prestiti a catena.” A sua volta ciò ha contribuito ad incrementare l’eccessivo indebitamento individuale, che in sempre più paesi in via di sviluppo ha raggiunto livelli esorbitanti.

 

Eccesso di imprenditoria

 

Un problema ancor più cruciale del microcredito deriva dal suo impatto nella definizione di un programma di sviluppo “dal basso” a lungo termine. Consci del fatto che le prove di effetti positivi a breve termine del microcredito sono molto scarse, alcuni suoi paladini hanno iniziato ad insistere che ci si dovrebbe concentrare sul lungo periodo — è lì, secondo loro, che il microcredito produce più risultati, nel favorire l’ingresso al mercato e la graduale proliferazione di micro-imprese laddove più necessario.

 

L’Africa è l’esempio più citato di una regione frenata dalla mancanza di spirito imprenditoriale. La comunità internazionale per lo sviluppo, con in testa alcuni economisti africani di rilievo come Dambisa Moyo, ha fervidamente argomentato come il microcredito sia indispensabile per creare una classe imprenditrice africana che serva da avanguardia per uno sviluppo sostenibile.

 

Questo ragionamento è quasi del tutto falso. Come fa notare l’economista Ha-Joon Chang, l’Africa ha già forse più imprenditori individuali di qualsiasi altra parte del mondo — e continua a produrne sempre più con le costanti serie di nuovi programmi di microcredito, dovute anche al fatto che le banche commerciali africane si stanno trasformando tutte in gestori di microcredito.

 

Questo eccesso di micro-imprenditori costituisce in realtà un ostacolo allo sviluppo di lungo termine. Con la creazione di superflue operazioni commerciali “compra a poco e vendi a tanto”, il microcredito preclude a priori l’emergere di una struttura economica locale che sia produttiva, basata sull’industria e orientata alla crescita. Inoltre, l’intensa competizione causata da sempre nuove ondate di micro-imprese informali opera in contrapposizione ad una crescita organica di imprese formali meglio piazzate.

 

Emblematico è il caso del Sudafrica. Il primo governo post-apartheid dell’African National Congress (ANC) incoraggiò l’espansione dei settori del microcredito e delle micro-imprese informali nel tentativo di contrastare povertà e disoccupazione tra i Sudafricani neri. Ma questa strategia si rivelò un disastro per i poveri del Sudafrica.

 

L’aumento di micro-imprese causato dal microcredito nei sobborghi neri e nelle zone rurali, in combinazione con la quasi assenza di ulteriore domanda effettiva (dovuta in parte anche ad un programma di austerità della Banca Mondiale e alle politiche economiche neoliberiste dell’ANC) contribuì a schiacciare il reddito medio nell’economia informale — di circa l’11% annuo in termini reali nel periodo 1997–2003. I posti di lavoro autonomo creati con l’espansione del settore informale furono più che controbilanciati dalla caduta dei redditi medi del settore informale. Di conseguenza, la povertà ebbe un’impennata.

 

Il movimento del microcredito non ebbe altro effetto se non contribuire a far precipitare un gran numero di sudafricani di colore nell’eccessivo indebitamento, nella povertà e nell’insicurezza. Nel frattempo, una sparuta élite di bianchi sudafricani si è oltremodo arricchita offrendo microcredito. Non stupisce che molti oggi in Sudafrica considerino il microcredito alla stregua della crisi americana dei subprime, ma con sfumature ancora più inquietanti di sfruttamento razziale.

 

Si consideri anche la situazione in America Latina, dove dai primi anni ‘90 un crescente numero di istituzioni specializzate nel microcredito e di banche commerciali “ridimensionate” hanno enormemente esteso l’offerta di microcredito. Il miracolo “dal basso”, trainato dalle micro-imprese, già promesso da neoliberisti come Hernando de Soto, è impossibile da trovare.

 

Ci sono invece sempre più conferme che indirizzare le scarse risorse economiche (risparmi e rimesse estere) verso micro-imprese informali a bassissima produttività e progetti autonomi, oltre che nel prestito al consumo, ha contribuito a distruggere progressivamente la base economica del continente.

 

Questa valutazione negativa è stata persino condivisa dalla tradizionalista Inter-American Development Bank (IDB), che nel 2010 individuava nella proliferazione di micro-imprese e progetti autonomi la causa principale del declino ventennale (1980–2000) del continente verso uno stato di povertà, diseguaglianza e debolezza economica sempre più acute. Le conclusioni dell’IDB non lasciavano dubbi: “la schiacciante presenza di piccole imprese e lavoratori autonomi è un indicatore di fallimento, non di successo.”

 

L’espansione, indotta dal microcredito, del settore delle micro-imprese informali nei paesi in via di sviluppo non è una soluzione a povertà, diseguaglianze, bassa produttività e sottoccupazione diffusa endemiche, ma ne è una della cause principali.

 

La neoliberalizzazione del microcredito

 

Infine, un ulteriore problema del microcredito è nato dall’effettiva neoliberalizzazione del modello negli anni ‘90.

 

Nonostante la prevalente associazione del microcredito con Muhammad Yunus e il Bangladesh, il modello è in realtà nato negli anni ‘60 in America Latina nel quadro dei tentativi da parte del governo USA di soffocare le spinte sociali anti-capitalistiche e la resistenza all’imperialismo americano.

 

L’auspicio era che se fosse stato possibile placare una parte sufficiente dei poveri con l’autosufficienza e l’iniziativa individuale, non ci sarebbe più stata necessità di adottare soluzioni strutturali alla povertà come interventi statali, sindacati, sistemi di welfare o, peggio ancora, il socialismo.

 

Ma con il crescente predominio del piano politico globale neoliberalista anche il paradigma microcreditizio si trovò fortemente sotto pressione per conformarsi a limiti operativi ancora più stringenti.

 

Essendo all’inizio strutturate come ONG e finanziate da fonti esterne (dalla comunità filantropica internazionale, fondazioni private o governi esteri), questi istituti di microcredito erano visti come eresie dalla nuova generazione di decisori politici neoliberisti. E quindi, sotto l’egida di USAID e della Banca Mondiale, il settore del microcredito venne largamente neo-liberalizzato — trasformato in un modello di business a scopo di lucro, trainato dal settore privato in base a strutture di incentivazione teoricamente ultra-efficienti, sul modello Wall Street, sotto la “leggera” supervisione di organi di controllo.

 

Col sostegno di neoliberisti di spicco come Maria Otero e Elizabeth Rhyne (entrambe all’epoca presso ACCION), e Marguerite Robinson (di Harvard), si iniziò a diffondere l’idea che un “nuovo mondo” veniva alla luce, in cui la povertà sarebbe stata drasticamente ridotta con lo sviluppo “dal basso.”

 

Invece, la neoliberalizzazione del microcredito riuscì soltanto ad aggiungere una nuova disastrosa piega alla tragedia già in evoluzione della povertà. La commercializzazione e la deregolamentazione causarono direttamente, com’era d’altronde prevedibile, livelli mai visti di avidità, speculazione e corruzione nel settore del microcredito.

 

Molte banche e fondi occidentali si affacciarono opportunisticamente al business del microcredito per arricchire il loro top management (con alti salari e bonus) e gli azionisti (con alti dividendi e rivalutazioni di capitale). In Messico, ad esempio, persino i grandi fautori del microcredito oggi riconoscono che tutte le grandi banche e corporation che entrarono nel sistema riuscirono ad ottenere profitti esorbitanti spingendo donne messicane povere ad indebitarsi pesantemente.

 

E poi ci sono gli imprenditori individuali di alto profilo — spesso denominati “imprenditori sociali” — che sono divenuti “miliardari del microcredito.” L’esempio forse più famoso è quello di Vikram Akula — ex-consulente McKinsey, sedicente “attivista della povertà” e nominato nel 2006 una delle personalità più influenti da Time magazine.

 

Akula creò una sua istituzione di microcredito e, tramite una serie di pratiche non etiche e manipolatrici, divenne uno degli uomini più ricchi dell’India. Fu anche una delle figure di spicco delle “sei grandi” istituzioni di microcredito dello stato dell’Andhra Pradesh, le cui strategie collettive di ingordigia ed espansione azzardata contribuirono a gettare sul lastrico l’intero settore del microcredito nel 2010.

 

Akula è però solo l’esempio più estremo. Anche i leader dei principali organismi a sostegno del microcredito si sono uniti alla mangiatoia. Rupert Scofield, CEO dell’americana FINCA, organismo di diffusione del microcredito e di investimenti, nel 2013 si ricompensò con un salario di $711,000. Non male per un istituto non-profit che, nonostante abbia temperato la sua condotta usuraia a seguito di un’accresciuta sorveglianza, applica ancora ai suoi poco abbienti clienti tassi d’interesse che si avvicinano quasi sempre al 100%.

 

Come documentato da Philip Mader, la dinamica in atto più eclatante nell’industria del microcredito durante gli ultimi due decenni è stata estrarre somme ingenti di denaro ai poveri, sotto forma di interessi che venivano prima passati agli istituti di microcredito, e poi agli investitori dei paesi avanzati. Il movimento globale del microcredito ha fornito soltanto un meccanismo nuovo e, soprattutto, socialmente accettabile con il quale le élite finanziarie possono sottrarre risorse ai poveri.

 

A rendere le cose ancor più tragiche è il fatto che il microcredito a trazione di mercato è soggetto a crisi tristemente regolari e a “crolli del microcredito,” oltre che al disagio sociale ed economico causato dall’eccessivo indebitamento.

 

A cominciare dal “crollo del microcredito,” avvenuto in Bolivia nel 1999 — che venne inizialmente liquidato come “una tantum” — il marcio venne davvero fuori nel 2009 quando crisi di microcredito scoppiarono in Bosnia, Nicaragua, Pakistan, e Marocco. Il tanto decantato, seppur terribilmente saturo, settore del microcredito in Bangladesh riuscì a sopravvivere al suo crollo nel 2009–2010 solo grazie alle pressioni esercitate sottobanco su individui ed istituzioni chiave perché abbandonassero le loro strategie forsennate di crescita ed aprissero il mercato.

 

Oggi sono molti i paesi sull’orlo di una “crisi del microcredito”, tra cui Messico, Perù, Cambogia e, a distanza di soli cinque anni dal suo crollo senza precedenti, l’India.

 

Una realtà su cui riflettere

 

Nonostante la sua palese inefficacia, per non dire dell’autentico effetto distruttivo su obiettivi di sviluppo a lungo termine e su una sostenibile riduzione della povertà, il modello del microcredito resta comunque un’icona per la comunità internazionale per lo sviluppo.

 

Indubbiamente, anche davanti al collasso del modello sotto il peso delle sue stesse contraddizioni e disfunzioni, la Banca Mondiale è imperterrita. La sua infatuazione per il microcredito è ancora tale da portarla recentemente a lanciare una missione di salvataggio profondamente cinica, che riclassifica il microcredito sotto un obiettivo quasi del tutto fasullo — “l’inclusione finanziaria”.

 

In base a questo piano, l’estensione del microcredito non è più sufficiente. Per essere pienamente inclusi nel sistema finanziario — e in teoria creare le condizioni per eradicare la povertà — i poveri del mondo hanno un bisogno urgente di accedere anche a micro-risparmio, micro-assicurazioni, e micro-leasing.

 

L’incredibile infondatezza, totale mancanza di presupposti, ed evidente cinismo di questo nuovo progetto non ha impedito che diventasse la nuova “best practice” della finanza locale, e che fosse imbevuta della stessa passione e dedizione che aveva animato il movimento del microcrdito. Come prevedibile, ha già dato origine al proprio corredo di “guaritori” alla Yunus, come Jeffrey Ashe — già uno dei pionieri del microcredito, ha poi riconosciuto gli errori commessi ma adesso viene riciclato per guidare quella che lui chiama “la rivoluzione del micro-risparmio”.

 

Perché viene tollerata tanta insensatezza e falsità? Cos’ha di tanto speciale il microcredito da permettere, nonostante decenni di disastri, che venga semplicemente riciclato per continuare a compromettere uno sviluppo sostenibile e a danneggiare i poveri del mondo?

 

Ideologia del microcredito

 

La ragione più immediata è che il microcredito è estremamente lucrativo.

 

Come sottolineato per prima dal Banco Compartamos — e poi confermato, quando nel 2013 distribuì €154 milioni in dividendi ai suoi investitori — gli investitori esterni possono fare enormi profitti nel settore del microcredito. Banche commerciali private iniziarono sia a prestare che a investire in molti fra i maggiori istituti di microcredito, raccogliendo compensi spettacolari grazie all’imposizione di tassi d’interesse esorbitanti.

 

Ad esempio, quando nel 2009 ACLEDA, la banca più importante e redditizia della Cambogia nonché banca di microcredito, mise all’asta una parte delle sue azioni, si videro fondi d’investimento fare carte false per accaparrarsela (alla fine vinse il conglomerato finanziario Jardine-Matheson Group, che si aggiudicò una quota del 12,25%.)

 

L’elevata “redditività ponderata al rischio” spiega anche perché fondi speculativi di Wall Street abbiano iniziato ad inserirsi in questo settore fin dai primi anni 2000, specialmente in paesi come l’India.

 

Con tanto denaro relativamente facile da offrire a scaltri speculatori, e con i CEO dei principali istituti di microcredito adesso disponibili e in grado di intascare una quota significativa dei profitti sotto forma di enormi stipendi e bonus, l’incentivo per convincere la comunità internazionale per lo sviluppo a continuare a spingere questi programmi è alla luce del sole.

 

Si spiegano così le ampie risorse impiegate da banche commerciali, investitori di capitale di rischio, fondi speculativi ed altri sedicenti investitori nella promozione dell’industria della micro-finanza. Persino prestigiosi forum di discussione online sono adesso sponsorizzati dal settore finanziario (il Guardian, ad esempio, gestisce un blog sull’inclusione finanziaria sponsorizzato da Visa).

 

Ma i profitti possono spiegare solo in parte il vasto sostegno al modello di microcredito tra i decisori politici e la gente comune. Fondamentale è anche la questione dell’ideologia.

 

Il microcredito è estremamente attraente per la comunità neoliberista dello sviluppo e per i politici neoliberisti. In questi ambienti qualsiasi critica al microcredito ed al ruolo centrale che si suppone svolto dall’iniziativa individuale nel processo dello sviluppo semplicemente non viene tollerata. Al contrario, viene decisamente respinta, perché un tale scetticismo sarebbe essenzialmente scetticismo per il capitalismo in sé.

 

È questa la motivazione dell’enorme sforzo di pubbliche relazioni attualmente montato dalla Banca Mondiale e da altri — e appoggiato da tutta una serie di politici, fondazioni e ONG di spicco affini, in America ed altrove — ia sostegno dell’”inclusione finanziaria.” Come dimostrano Mader e Sabrow, uno degli scopi principali del progetto di inclusione finanziaria è di salvare fisicamente i grandi istituti di microcredito da una (meritata) obsolescenza e chiusura.

 

Il progetto di inclusione finanziaria è destinato principalmente a creare l’apparenza che l’iniziativa individuale funzioni come prescritto nei manuali neoclassici, bloccando qualsiasi discussione di alternative di sinistra nei paesi in via di sviluppo. Per quanto possa sembrare cinica, questa è l’unica interpretazione ragionevole, considerando il madornale travisamento dei dati, l’ampio ricorso a una casistica accuratamente selezionata, ed il silenzio imposto a qualsiasi punto di vista critico che caratterizzano l’attuale esaltazione dell’inclusione finanziaria.

 

Esistono certamente anche molte persone ed istituzioni in buona fede che, constatando che la povertà non accenna a diminuire, vorrebbero davvero fare qualcosa. Fare una donazione ad un istituto di microcredito è vista come una via semplice ed efficace per affrontare questo continuo flagello.

 

Nello stesso tempo, però, il microcredito conferma la fede nella presunta capacità dell’iniziativa individuale e del libero mercato all’americana di eradicare la povertà. Per sfuggire alla miseria i poveri devono soltanto diventare imprenditori — non certo organizzarsi, protestare, scioperare, formare un partito politico comunista, o lottare per soluzioni strutturali e radicali all’impoverimento.

 

Attraverso la mobilizzazione di risorse a sostegno di programmi di micro-credito nei paesi in via di sviluppo, il microcredito è lo strumento che permette a questi capisaldi e queste motivazioni pro-capitalistiche di essere concepite, coltivate, consolidate ed espresse nella prassi. Preservare il modello del microcredito conviene dunque alla comunità internazionale per lo sviluppo —serve a radicare l’ideologia capitalistica nelle generazioni successive, sia nei paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo, facendo così progredire l’obiettivo a lungo termine di depoliticizzare lo sviluppo internazionale.

 

Un esempio pratico di questa depoliticizzazione è la popolarissima Kiva, un’organizzazione nonprofit fondata nel 2005 allo scopo di rendere disponibili prestiti provenienti da paesi ricchi — in particolare da studenti universitari statunitensi — per aiutare imprenditori poveri nei paesi in via di sviluppo ad avviare la loro attività.

 

Utilizzando scientemente metodi ingannevoli per attirare l’attenzione e i fondi iniziali — i due fondatori mentivano dicendo che i membri di Kiva avrebbero finanziato direttamente un individuo da loro scelto nel sito di Kiva, invece che semplicemente un istituto di microcredito — la ONG è comunque riuscita ad affermarsi, promettendo ai donatori che “con una donazione di solo $25 si possono emancipare persone di tutto il mondo”.

 

Ma la priorità di Kiva nell’offrire piccoli micro-prestiti a micro-imprenditori dei paesi in via di sviluppo solo indirettamente (ossia, per il tramite di istituti di microcredito) ha ben poco a che fare con una vera lotta alla povertà. L’”esperienza Kiva” è piuttosto il modo con il quale i sostenitori di Kiva cercano una gratificazione personale nel donare una piccola somma, oltre che una conferma del fatto che la loro ideologia (il capitalismo) funzioni davvero.

 

Domen Bajde, esperto di marketing, spiega che il successo di Kiva si basa sulla “beneficenza imprenditoriale” — la confortante idea che un imprenditore di buon senso in un paese come gli USA possa limitare in modo significativo l’estrema povertà dei paesi in via di sviluppo sostenendo direttamente micro-imprenditori. Non c’è bisogno di movimenti solidali e resistenza attiva allo sfruttamento e alle ingiuste condizioni imposte ai paesi in via di sviluppo — basta una piccola donazione a Kiva e i poveri se la cavano da soli!

 

Quale futuro per un modello screditato?

 

Il microcredito ha fallito in modo plateale gli obiettivi di promuovere uno sviluppo sostenibile e ridurre la povertà, e non è dunque facile predirne il futuro. Numerosi sponsor della prima ora come Hugh Sinclair, e persino paladini ed istituzioni globalmente riconosciute come Catholic Relief Services lo stanno abbandonando per via dei suoi insuccessi. Un numero crescente di studiosi di spicco americani e di precedenti sostenitori di alto profilo sembrano confermare questa scelta, ammettendo che dai dati risulta che il microcredito sia la soluzione sbagliata per la povertà.

 

Uno degli effetti più devastanti del movimento del microcredito è stata l’uscita di scena dalla politica di istituzioni finanziarie locali più efficaci per tematiche di sviluppo e radicate nella comunità — come banche popolari, banche cooperative e banche statali di sviluppo. Ma a seguito della crisi finanziaria del 2008, e con la crescente consapevolezza dei rischi del microcredito, si assiste al ritorno di istituzioni alternative, in particolare nel Sud del mondo.

 

Apparentemente, però, il modello del microcredito è destinato a perdurare in qualche forma, finché non sarà rimpiazzato dal progetto simile, ma ben più ampio, di inclusione finanziaria. Dopo tutto è questa la volontà della Banca Mondiale — e può contare su sostegni da varie direzioni, incluse i potenti istituti finanziari e fondi d’investimento globali.

 

Quando l’inclusione finanziaria soppianterà il microcredito non vi sarà nulla da celebrare. Questo programma presenta le stesse insidie della micro-finanza: protegge ed arricchisce una ristretta élite globale, scaricando i rischi sui più poveri.

 

Una radicale democratizzazione della finanza richiederebbe alla sinistra di superare la micro-scala, e di sviluppare istituzioni collettive, cooperative e statali che promuovano lo sviluppo sostenibile per metter fine alla povertà.

 

INFORMAZIONI SULL’AUTORE

 

Milford Bateman è professore esterno di economia all’università Juraj Dobrila di Pola in Croazia e professore aggiunto di teoria dello sviluppo all’università Saint Mary ad Halifax. È autore di Why Doesn’t Microfinance Work? The Destructive Rise of Local Neoliberalism.