Su Foreign Affairs, un’articolata spiegazione dei motivi a sostegno della limitazione dell’immigrazione nel dibattito pubblico americano: tra il fallimento del multiculturalismo e i problemi di integrazione, il drenaggio fiscale causato dalle condizioni di indigenza degli immigrati – e le loro scarse possibilità di miglioramento economico – e il risibile impulso demografico ad una popolazione che invecchia, viene smontato tutto l’armamentario argomentativo di quella strana ma formidabile coalizione tra imprese, gruppi etnici di pressione, progressisti e libertari che ha dominato il dibattito pubblico americano (e non solo) sull’immigrazione. I tempi sono pronti per un cambiamento?

 

di Steven Camarota, 31/03/2017

 

 

Delineando la sua posizione sull’immigrazione nell’agosto dello scorso anno, Donald Trump, allora candidato repubblicano alla presidenza americana, ha chiarito la filosofia che lo motiva: “Nel dibattito sull’immigrazione c’è un solo tema fondamentale, ed è il benessere del popolo americano“. Anche se questo appello nazionalistico potrebbe colpire alcuni lettori sembrando conservatore, è molto simile alla posizione presa dall’icona dei diritti civili statunitensi e democratica Barbara Jordan, che prima della sua morte nel 1996 ha diretto la commissione del presidente Bill Clinton sulla riforma dell’immigrazione. “È sia un diritto che una responsabilità di una società democratica“, ha sostenuto la Jordan, “gestire l’immigrazione in modo che serva l’interesse nazionale“. La retorica di Trump ovviamente a volte è stata sovreccitata e priva di tatto, ma la sua visione sull’immigrazione – che dovrebbe essere concepita per beneficiare il paese ricevente – è ampiamente condivisa.

 

Negli Stati Uniti vi sono prove evidenti che l’interesse nazionale non è stato ben servito dalla politica nazionale sull’immigrazione negli ultimi cinque decenni. Anche se i livelli di immigrazione si sono avvicinati ai massimi storici, il dibattito sull’argomento è stato smorzato e i decisori politici e gli opinionisti di entrambi i partiti hanno teso a sovrastimare i benefici e a sottovalutare o ignorare i costi dell’immigrazione. Sarebbe molto importante che il paese riformasse le sue politiche di immigrazione applicando in modo più vigoroso le leggi esistenti e allontanandosi dall’attuale sistema, che fa entrare gli immigrati principalmente sulla base delle relazioni familiari, per andare verso uno basato sugli interessi degli americani.

 

UNA NAZIONE DI IMMIGRATI

 

Non è stato Trump a creare la forte insoddisfazione per l’immigrazione provata dai suoi sostenitori della classe operaia, ma di certo l’ha sfruttata. L’impressione degli elettori che lui avrebbe limitato l’immigrazione potrebbe essere il singolo fattore più importante che lo ha aiutato a vincere nella fortezza democratica di vecchia data del Midwest industriale, e quindi la presidenza. Ci sono due motivi principali per cui l’immigrazione è diventata così controversa e il messaggio di Trump ha trovato il favore di molti. La prima è il lassismo nell’applicazione della legge e la conseguente, grande popolazione di immigrati che vive illegalmente nel paese. Ma anche se l’immigrazione illegale si prende la maggior parte delle prime pagine dei giornali, è un secondo fattore a mettere a disagio molti americani sulla politica attuale. È il numero totale di immigrati, legali o meno. Gli Stati Uniti attualmente garantiscono ogni anno un milione di permessi legali di residenza permanente agli immigrati (o “carta verde”), il che significa che possono rimanere fino a quando desiderano e diventano cittadini dopo cinque anni, o tre se sono sposati con un cittadino statunitense. Annualmente arrivano anche circa 700.000 visitatori a lungo termine, soprattutto lavoratori ospiti e studenti stranieri.

 

Un così grande afflusso annuale si somma nel tempo: nel 2015 i dati del Census Bureau degli Stati Uniti indicano che nel paese vivevano 43,3 milioni di immigrati – il doppio del numero del 1990. I dati del censimento comprendono circa 10 milioni di immigranti clandestini, mentre circa un altro milione di persone non viene conteggiato. Contrariamente alla maggior parte dei paesi, gli Stati Uniti concedono la cittadinanza a chiunque nasca su suolo americano, inclusi i figli dei turisti o degli immigrati clandestini, per cui i dati sopra riportati non comprendono nessuno dei bambini di immigrati nati negli Stati Uniti.

 

Immigranti totali negli Stati Uniti (dati storici e proiezione), in milioni di persone

 

I sostenitori dell’immigrazione negli Stati Uniti spesso argomentano che il paese è una “nazione di immigrati”, e certamente l’immigrazione ha svolto un ruolo importante nella storia americana. Tuttavia, gli immigrati attualmente rappresentano il 13,5% della popolazione totale statunitense, la percentuale più alta in oltre 100 anni. Il Census Bureau prevede che entro il 2025 la percentuale di immigrati nella popolazione raggiungerà il 15%, superando il record di sempre negli Stati Uniti del 14,8%, raggiunto nel 1890. Senza una modifica della politica, questa percentuale continuerà ad aumentare per tutto il ventunesimo secolo. Conteggiando gli immigrati e i loro discendenti, il Pew Research Center stima che dal 1965, anno in cui gli Stati Uniti liberalizzarono le proprie leggi, l’immigrazione ha aggiunto 72 milioni di persone nel paese, un numero maggiore della popolazione attuale della Francia.

 

Percentuale di immigrati sulla popolazione degli USA (dati storici e proiezione)

 

Tenuto conto di questi numeri, è sorprendente che i funzionari pubblici negli Stati Uniti si siano concentrati quasi esclusivamente sugli 11-12 milioni di immigrati clandestini del paese, che rappresentano solo un quarto della popolazione totale degli immigrati. L’immigrazione legale ha un impatto molto più grande sugli Stati Uniti, ma i leader del paese raramente si sono posti le grandi domande. Per esempio, qual è la capacità di assorbimento delle scuole e delle infrastrutture nazionali? Come se la caveranno gli americani meno qualificati nel mercato del lavoro, in concorrenza con gli immigrati? Oppure, forse la più importante, quanti immigrati gli Stati Uniti sono in grado di assimilare nella propria cultura? Trump non sempre ha approcciato queste domande con attenzione, o con molta sensibilità, ma va a suo merito averle almeno sollevate.

 

I TEMPI CAMBIANO

 

Per quanto riguarda l’assimilazione culturale, i sostenitori delle politiche aperte di immigrazione spesso sostengono che non esiste alcun problema. Durante l’ultima grande ondata di immigrazione, dal 1880 al 1920, gli americani temevano che i nuovi arrivati ​​non si sarebbero integrati, ma per la maggior parte essi finirono per essere assimilati. Pertanto, proseguendo questo ragionamento, tutti gli immigrati si assimileranno.

 

Sfortunatamente, tuttavia, le circostanze che hanno aiutato gli immigrati della Grande Ondata ad assimilarsi non sono presenti oggi. In primo luogo, la Prima Guerra Mondiale e poi la legislazione nei primi anni ’20 ridussero notevolmente i nuovi arrivi. Nel 1970 meno del 5% della popolazione statunitense era straniera, dal 14,7% nel 1910. Questa riduzione ha aiutato le comunità di immigrati ad essere assimilate, poiché non erano più continuamente alimentate dai nuovi arrivati ​​del vecchio paese. Ma negli ultimi decenni la crescita marcata delle enclave di immigrati ha probabilmente rallentato il ritmo di assimilazione. In secondo luogo, molti immigrati di oggi, come quelli del passato, hanno modesti livelli di istruzione, ma a differenza del passato, la moderna economia americana ha meno buoni posti di lavoro per i lavoratori non qualificati. In parte per questo motivo, gli immigrati non migliorano nel tempo la loro situazione economica, come facevano in passato. In terzo luogo, la tecnologia consente agli immigrati di preservare i legami con la patria in modi che non erano possibili un secolo fa. Chiamare, scrivere, inviare e-mail, usare FaceTime e tornare per viaggio a casa sono tutte cose relativamente economiche e facili.

 

Quarto, l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dei nuovi arrivati ​​è cambiato. In passato, c’era un consenso più vasto sulla desiderabilità dell’assimilazione. Il giudice della Corte Suprema di Giustizia Louis Brandeis, figlio di immigrati ebrei, dichiarò in un discorso sul “vero americanismo” nel 1915 che gli immigrati dovevano fare semplicemente più che imparare l’inglese e le abitudini native. Piuttosto, sosteneva, “devono essere portati in completa armonia con i nostri ideali e le nostre aspirazioni“. Questa era una convinzione ampiamente diffusa. Nel suo libro “The Unmaking of Americans” [Il disfacimento degli Americani, ndt], il giornalista John J. Miller ha descritto come al volgere del ventesimo secolo, organizzazioni come la Lega Civica Nordamericana per gli Immigrati pubblicavano opuscoli che celebravano gli Stati Uniti e aiutavano gli immigrati a comprendere e abbracciare la storia e la cultura del paese adottato.

 

Un nuovo cittadino statunitense durante la cerimonia di naturalizzazione a Ellis Island nel maggio 2015.

 

Negli Stati Uniti oggi, come in molti paesi occidentali, questo genere di forte accento sull’assimilazione è stato sostituito con il multiculturalismo, che sostiene che non esiste una singola cultura americana, che gli immigrati e i loro discendenti dovrebbero mantenere la loro identità, e che il paese dovrebbe adattarsi alla cultura dei nuovi arrivati anziché il contrario. L’istruzione bilingue, i distretti legislativi disegnati lungo linee etniche e le schede elettorali in lingua straniera sono tutti sforzi per cambiare la società americana affinché ospiti gli immigrati in modo molto diverso dal passato. I nuovi arrivati ​​beneficiano inoltre di iniziative sull’azione positiva e la diversità, originariamente ideate per aiutare gli afro-americani. Tali misure basate sulla consapevolezza di razza e di etnia incoraggiano gli immigrati a considerarsi separati dalla società e bisognosi di un trattamento speciale a causa dell’ostilità degli americani comuni. John Fonte, studioso dell’Hudson Institute, ha sostenuto che tali politiche, che incoraggiano gli immigrati a mantenere la loro lingua e cultura, rendono meno probabile l’assimilazione patriottica.

 

Naturalmente, molti americani ancora sposano l’obiettivo dell’assimilazione. Un recente sondaggio Associated Press ha scoperto che la maggior parte degli americani pensa che il proprio paese dovrebbe avere una cultura fondamentale che gli immigrati adottano. Ma il tipo di assimilazione promosso da Brandeis e dalla Lega Civica del Nord America non ha più il sostegno dell’elite. Di conseguenza, anche le istituzioni apparentemente progettate per aiutare gli immigrati a integrarsi finiscono per dare loro messaggi misti. Come sottolinea lo psicologo politico Stanley Renshon, molte organizzazioni incentrate sugli immigrati oggi aiutano gli immigrati a imparare l’inglese, ma lavorano duramente anche per rafforzare i legami con il vecchio paese.

 

MOSTRAMI I SOLDI

 

Un’altra area di contesa nel dibattito sull’immigrazione è il suo impatto economico e fiscale. Molte famiglie immigrate prosperano negli Stati Uniti, ma una grande parte non ci riesce, aggiungendosi in modo significativo ai problemi sociali già esistenti. Quasi un terzo di tutti i bambini americani che vivono in povertà oggi hanno un padre immigrato, e gli immigrati e i loro figli rappresentano quasi un terzo dei residenti USA senza un’assicurazione sanitaria. Nonostante alcune restrizioni alla capacità dei nuovi immigrati di utilizzare programmi di assistenza basati sul reddito, circa il 51% delle famiglie dirette da immigrati usa il sistema previdenziale, rispetto al 30% delle famiglie native. Delle famiglie immigrate con figli, i due terzi rientrano in programmi di assistenza alimentare. Tagliare fuori gli immigrati da questi programmi sarebbe sciocco e politicamente impossibile, ma è giusto mettere in discussione un sistema che accoglie immigrati così poveri da non poter nutrire i propri figli.

 

Per essere chiari, la maggior parte degli immigrati arriva negli Stati Uniti per lavorare. Ma poiché il sistema legale dell’immigrazione statunitense privilegia le relazioni familiari sulle competenze professionali – e poiché il governo ha generalmente tollerato l’immigrazione clandestina – gran parte degli immigrati non è qualificata. Infatti, metà degli immigrati adulti negli Stati Uniti non hanno alcuna istruzione oltre la scuola superiore. Questi lavoratori hanno generalmente guadagni bassi, il che significa che si appoggiano alla previdenza sociale anche se stanno lavorando.

 

Lo scorso autunno, uno studio esaustivo delle Accademie Nazionali delle Scienze, dell’Ingegneria e della Medicina ha rilevato che gli immigrati e le loro famiglie utilizzano servizi pubblici per un valore notevolmente più alto di quante tasse pagano, e che il drenaggio fiscale netto potrebbe essere pari a 296 miliardi di dollari l’anno. Le Accademie hanno anche proiettato l’impatto fiscale nel futuro, con risultati misti: quattro dei loro scenari hanno mostrato un drenaggio fiscale netto anche dopo 75 anni e quattro hanno mostrato un utile fiscale netto. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che attualmente l’effetto fiscale è grande e negativo. Lo studio ha anche mostrato, non sorprendentemente, che gli immigrati istruiti a livello universitario rappresentano un beneficio fiscale netto, mentre quelli senza laurea in genere rappresentano un drenaggio fiscale netto. Sulla base delle scoperte delle Accademie, l’amministrazione Trump ha suggerito di muoversi verso un sistema di immigrazione “basato sul merito”, che selezionerebbe gli immigrati in grado di sostenere se stessi.

 

L’immigrazione ha influenzato anche il mercato del lavoro statunitense. Uno dei principali economisti statunitensi dell’immigrazione, George Borjas di Harvard, ha recentemente scritto sul The New York Times che aumentando l’offerta di lavoratori, l’immigrazione riduce i salari per alcuni americani. Ad esempio, solo il 7% degli avvocati negli Stati Uniti sono immigrati, ma il 49% delle domestiche sono immigrate, così come un terzo dei lavoratori edili e dei lavoratori nelle costruzioni. I perdenti dell’immigrazione sono gli americani meno istruiti, molti dei quali neri e ispanici, che lavorano in queste occupazioni ad alto livello di immigrati. Il paese deve riflettere maggiormente sull’impatto dell’immigrazione sugli americani più poveri e meno istruiti.

 

Un altro argomento comune per l’immigrazione è che risolverà il principale problema demografico dei paesi occidentali – quello di una popolazione che invecchia. Gli immigrati, così prosegue l’argomentazione, forniranno la prossima generazione di lavoratori che col loro lavoro sosterranno i programmi previdenziali. Ma per aiutare le finanze pubbliche, gli immigrati dovrebbero costituire un ricavo fiscale netto, ma non è questo il caso. Inoltre, l’economista Carl Schmertmann ha mostrato più di due decenni fa che “l’afflusso costante di immigrati, anche in età relativamente giovane, non necessariamente ringiovanisce una popolazione a bassa fertilità … [e] può anche contribuire all’invecchiamento della popolazione“. Le analisi mie e dei colleghi sostengono questa conclusione. In breve, gli immigrati crescono come tutti gli altri, e negli Stati Uniti tendono a non avere famiglie molto grandi. Nel 2015 l’età mediana di un immigrato era di 40 anni, contro i 36 per i nativi. E il tasso di fertilità globale degli Stati Uniti, inclusi gli immigrati, è di 1,82 bambini per donna, che scende solo a 1,75 quando gli immigrati vengono esclusi dal conteggio. In altre parole, gli immigrati aumentano il tasso di fertilità di appena il quattro per cento. Gli Stati Uniti dovranno cercare altrove per affrontare l’invecchiamento della propria popolazione.

 

Un ultimo argomento a favore degli immigrati si concentra sui benefici per gli stessi immigrati, in particolare quelli più poveri, che vedono i loro salari aumentare sensibilmente quando si trasferiscono nel Primo Mondo. Ma data la portata della povertà del Terzo Mondo, l’immigrazione di massa non è la forma migliore di soccorso umanitario. Più di tre miliardi di persone nel mondo vivono in povertà, guadagnando meno di 2,50 dollari al giorno. Anche se l’immigrazione legale triplicasse a tre milioni di persone all’anno, gli Stati Uniti farebbero comunque entrare solo l’un per cento dei poveri del mondo ogni decennio. Al contrario, l’assistenza allo sviluppo potrebbe aiutare molte altre persone nei paesi a basso reddito.

 

L’ARTE DEL COMPROMESSO?

 

L’ultima volta che la limitazione dell’immigrazione è stata nell’agenda legislativa statunitense, a metà degli anni ’90, la commissione di Barbara Jordan ha proposto di limitare l’immigrazione familiare e di eliminare la lotteria per i visti, che assegna visti a caso. Clinton inizialmente sembrava approvare le raccomandazioni, ma poi cambiò inclinazione dopo la morte della Jordan e il vento politico mutò direzione. Il tentativo di abbassare il livello di immigrazione è stato sconfitto nel Congresso dalla stessa strana ma formidabile coalizione tra imprese, gruppi etnici di pressione, progressisti e libertari che hanno dominato il dibattito pubblico sull’immigrazione da allora fino all’era Trump.

 

Con l’elezione di Trump, potrebbe essere possibile un compromesso politico negli Stati Uniti. Può comportare la legalizzazione di alcuni immigrati clandestini in cambio di una politica più restrittiva su chi entra. Dare precedenza all’immigrazione qualificata ridurrebbe il numero complessivo di immigrati e aumenterebbe la quota di immigrati con una buona istruzione, facilitando l’assimilazione. La legge RAISE, sponsorizzata dai senatori Tom Cotton e David Perdue, farebbe proprio questo. Forse abbinare la legge RAISE con la legalizzazione di una quota di immigrati clandestini potrebbe portare a un passo avanti.

 

Eppure, a prescindere dalla politica, l’immigrazione rimarrà controversa perché coinvolge compromessi e rivendicazioni morali in competizione. E per il futuro prevedibile, il numero di persone che vorranno venire nei paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, sarà molto più grande di quello che questi paesi sono disposti ad accettare o in grado di permettersi.