Matthew Hoh distrugge su Counterpunch la fitta coltre di bugie che presenta la guerra in Afghanistan degli Stati Uniti come vittoriosa e carica di benefici per il popolo afghano. La dura realtà è un’altra: i benefìci sono menzogne propagandistiche e tutto quello che hanno visto gli afghani negli ultimi otto anni non è altro che una continua escalation della violenza.

 

 

 

Di Matthew Hoh, 21 agosto 2017

 

 

In Afghanistan le forze armate americane non hanno fatto alcun progresso, a meno che non lo si chieda ai mercenari assoldati dagli Stati Uniti o ai signori afghani della droga, una parte enorme dei quali è nostra alleata nei governi, nell’esercito e nelle forze di sicurezza afghani. Ci sono state solo distruzione e sofferenza. I politici, gli “esperti” e i generali americani parleranno dei “progressi” realizzati dai 70.000 soldati statunitensi impiegati in Afghanistan dal presidente Obama a partire dal 2009, insieme ad altri 30.000 militari europei e a 100.000 combattenti privati. Ma la triste e dura realtà è che dal 2009 la guerra in Afghanistan si è solo ampliata, senza mai né stabilizzarsi né diminuire.

 

Le forze talebane sono aumentate di decine di migliaia, nonostante le decine di migliaia di vittime e di prigionieri. E le vittime sia afghane sia americane hanno continuato a crescere, anno dopo anno di guerra, con i caduti americani che si sono ridotti soltanto quando le forze statunitensi hanno iniziato a ritirarsi massicciamente da alcune zone dell’Afghanistan nel 2011, mentre le forze di sicurezza afghane e i civili hanno subito perdite record ogni anno, da quando le Nazioni Unite hanno incominciato a registrarne il numero.

 

Allo stesso modo, qualsiasi progresso di ricostruzione o sviluppo dell’Afghanistan è risultato inesistente, nonostante i più di 100 miliardi di dollari spesi con queste finalità negli Stati Uniti dallo Special Inspector General for Afghan Reconstruction (SIGAR). La somma di 100 miliardi di dollari, sia detto per inciso, oltrepassa le spese del piano Marshall, se si calcola tenendo conto dell’inflazione quanto fu speso per il piano di ricostruzione che seguì la Seconda guerra mondiale.

 

Le ripetute affermazioni sui milioni di scolare afghane che frequenterebbero le scuole, sui milioni di afghani che avrebbero accesso a una migliore assistenza sanitaria, sul netto aumento dell’aspettativa di vita in Afghanistan e sulla realizzazione nel Paese di un sistema economico che crea posti di lavoro sono state smascherate come nient’altro che menzogne propagandistiche. Esibito spesso come una sorta di villaggio Potëmkin dei nostri tempi ai giornalisti in visita e alle delegazioni del Congresso e  usato per giustificare i continui finanziamenti al Pentagono e all’USAID – e così permettere ulteriori uccisioni – come il programma americano di ricostruzione in Iraq, il programma di ricostruzione dell’Afghanistan è risultato un fallimento e i suoi supposti successi si sono dimostrati virtualmente inesistenti, come è stato documentato da diverse indagini del SIGAR e da investigazioni svolte dalle Nazioni Unite, dall’UE, dal FMI, dalla Banca Mondiale e via dicendo.

 

Stasera, il popolo americano si sentirà ripetere ancora una volta la grande menzogna sui progressi fatti dall’esercito americano in Afghanistan dopo “la rimonta afghana”, proprio come spesso sentiamo ripetere la menzogna su come le forze americane avrebbero “vinto” in Iraq. In Iraq c’è stato un compromesso politico che ha comportato una breve cessazione delle ostilità, durata pochi anni; ed è stato il crollo dell’equilibrio politico – che era stato distrutto – a portare al ritorno della violenza negli ultimi anni. In Afghanistan una soluzione politica non è mai stata nemmeno tentata e tutto quello che i popoli afghani hanno visto negli ultimi otto anni, ogni anno, è stato un peggioramento della violenza.

 

Gli americani si sentiranno dire stasera anche che l’esercito americano avrebbe fatto grandi cose per il popolo afghano. Ma al di fuori del governo locale, incredibilmente corrotto e privo di legittimità – una cleptocrazia di cui è difficile trovare un esempio più calzante con la definizione – mantenuto al potere dagli Stati Uniti con i suoi soldati e 35 miliardi di dollari all’anno, sarebbe arduo trovare molti afghani d’accordo con le dichiarazioni dei politici americani, dei generali americani e degli “esperti”, che sono poi finanziati, direttamente o indirettamente, dalle aziende militari. È importante ricordare che per tre elezioni successive in Afghanistan il governo degli Stati Uniti ha sostenuto elezioni spaventosamente viziate da brogli, consentendo ai soldati americani di uccidere e morire mentre le elezioni presidenziali e parlamentari venivano brutalmente sequestrate. È importante anche ricordare che molti membri del governo afghano sono loro stessi signori della guerra e della droga, molti di loro colpevoli di alcuni dei peggiori abusi contro i diritti umani e di crimini di guerra, gli stessi di cui sono colpevoli i Talebani, mentre l’attuale governo Ghani, e il precedente governo Karzai, hanno consentito la prosecuzione di gravi crimini contro le donne, tra cui una legge che consente agli uomini di violentare le proprie mogli.

 

Qualunque cosa il presidente Trump annunci stasera sull’Afghanistan, una decisione che ha preannunciato scherzosamente su Twitter, come se fosse il lancio di un nuovo prodotto o di un nuovo programma televisivo, e non la realtà cupa e dolorosa della guerra, possiamo essere certi che le bugie sui progressi americani in Afghanistan continueranno, che le bugie sull’impegno americano nei confronti dei diritti umani e dei valori democratici continueranno, così come continueranno i profitti delle aziende militari e dei signori della droga e, naturalmente, continuerà di sicuro la sofferenza del popolo afghano.

 

Matthew Hoh è membro dei consigli consultivi di Expose Facts, Veterans for Peace e World Beyond War. Nel 2009 si è dimesso dal Dipartimento di Stato in Afghanistan in segno di protesta per l’escalation della guerra afghana da parte dell’amministrazione Obama. Precedentemente era stato in Iraq con un team del Dipartimento di Stato e con i Marines americani. È Senior Fellow del Center for International Policy.