All’indomani della strage terroristica alla Rambla di Barcellona, lo storico e scrittore inglese Michael Burleigh rivela inquietanti retroscena sui collegamenti tra Islam radicale e movimenti separatisti catalani. La debolezza di una piccola regione dilaniata da divisioni interne, l’insufficienza di capacità organizzative e di intelligence, e una retorica superficiale sull’integrazione: questo è il mix esplosivo che ha reso la Catalogna, così come altri stati europei di piccole dimensioni, particolarmente vulnerabile di fronte alla minaccia terroristica.

 

 

 

di Michael Burleigh

22 agosto 2017

 

 

I fatti sanguinosi di venerdì scorso in Catalogna come di consueto hanno suscitato tardivi  moniti sulle barriere di sicurezza nei luoghi pubblici, e messaggi istituzionali di solidarietà da parte di sindaci, primi ministri e presidenti. Gli ‘esperti’ di terrorismo hanno anche potuto dissertare a proposito di dissuasori e di vetri anti-proiettile per vetrine.

 

 

Quello che invece varrebbe la pena capire, e con urgenza, è come una ricca provincia del nordest spagnolo di 7,5 milioni di abitanti sia potuta diventare una fucina dell’Islam radicale, e in che modo ciò si rapporti ai movimenti separatisti e alle questioni di sicurezza in tutti i piccoli stati o aspiranti tali, come ad esempio il Belgio e la Scozia.

 

 

La Catalogna ospita mezzo milione di musulmani, più di un quarto del totale di tutta la Spagna, molti dei quali erano stati originariamente reclutati per lavorare nelle campagne a sud-ovest della regione vicino a Tarragona. Molti musulmani residenti in Europa del nord transitano regolarmente da questa regione nei loro viaggi verso il Nord Africa. Solo a Barcellona si trovano 60.000 pachistani.

 

 

Tra il 2013 e il 2017, un quarto degli arrestati per terrorismo in Spagna provenivano da Barcellona o il suo circondario, e la quota sale a 37,5% nel caso dei condannati per crimini jihadisti tra il 2004 e il 2012.

 

 

Non c’è da stupirsi.

 

 

Si prenda ad esempio questo cablogramma diplomatico del 2007 (diffuso da Wikileaks) dell’allora ambasciatore americano in Spagna Eduardo Aguirre:

 

 

La forte ondata migratoria – legale e illegale – dal Nord Africa e dal Sudest asiatico ha trasformato la Catalogna in un polo d’attrazione per il reclutamento dei terroristi…la minaccia è evidente…la regione autonoma di Catalogna è divenuta una delle principali basi operative per attività terroristiche. Le autorità spagnole riferiscono di temere i rischi causati dalla presenza di comunità disgregate di immigrati suscettibili di radicalizzazione, ma di non disporre dell’intelligence o della capacità di infiltrare tali gruppi.”2

 

 

Come evidenziato dai servizi segreti spagnoli nel 2011, la Catalogna ospita un quarto delle moschee salafite presenti in Spagna, ossia quell’Islam arcaico praticato e propagato dall’Arabia Saudita ed altri stati de Golfo. I sauditi hanno finanziato la costruzione di una mega moschea a Salt per i 12.000 fedeli della città. Il Qatar non è da meno, avendo investito a Barcellona nella conversione di un’arena per corride in disuso – La Monumental – nella terza più grande moschea al mondo dopo Mecca e Medina3.

 

 

LA MONUMENTAL

 

 

La maggior parte delle moschee salafite sono in realtà situate in modesti locali, in scantinati o garage, e la preponderanza della setta è generalmente dovuta a infiltrazioni ed intimidazioni contro gli imam moderati, che vengono sistematicamente estromessi dai fanatici.

 

 

HISBA E AL-ANDALUS

 

 

Ovunque sia presente, il Salafismo tende immancabilmente a raggelare la vita normale, allo stesso modo in cui uno spiffero da sotto una porta o una finestra rende spiacevole stare in una stanza. C’è un nome per questo ed è “hisba”, il preteso diritto di imporre comportamenti ritenuti giusti e proibire quelli non conformi. I severi guardiani dell’ordine sono per lo più giovani marginalizzati, che tentano di accrescere il loro status sociale auto-proclamandosi arbitri della morale pubblica.

 

 

Ciò si traduce nel perseguitare i bambini non-musulmani che mangiano panini al prosciutto a scuola, incoraggiare gli uomini a picchiare le mogli disobbedienti, obbligare le ragazze ad indossare l’hijab, impedire ai proprietari di kebab di vendere birra e, come in un episodio accaduto a Lleida, avvelenare dozzine di cani perché ritenuti ‘impuri’.

 

 

Nei casi estremi, la narrazione storica salafita tende anche a trasformare i suoi devoti in guerrieri impegnati nella riconquista di Al-Andalus, il califfato islamico medievale che dominò la Spagna dal 711 al 1492, anche se in Catalogna l’esperienza è durata meno di un secolo (per questo nella regione non si trovano esempi di architettura islamica) 4.

 

 

LA SECESSIONE E LA SICUREZZA

 

 

Va anche sottolineato il collegamento tra le attività dei gruppi islamici e le ambizioni secessionistiche della Catalogna, che il 1 ottobre saranno messe alla prova in un referendum illegale per la secessione dalla Spagna.

 

 

Come si è già visto nel caso del Belgio, questi stati di dimensioni particolarmente piccole non sono molto efficienti nel fronteggiare adeguatamente il terrorismo islamico, anche perché sono spesso dilaniati da conflitti inter-linguistici che assorbono tutta la loro attenzione, come quello tra fiamminghi e valloni, e che hanno come risultato una decentralizzazione e frammentazione senza speranza dei servizi di sicurezza e di intelligence.

 

 

La Spagna a dire il vero dispone di forze nazionali di contro-spionaggio estremamente capaci, abituate ad intervenire preventivamente in caso di complotti e, grazie all’esperienza fatta con il terrorismo basco dell’Eta, in grado di gestire gli elementi pericolosi disperdendoli in carceri separate. Lo stesso non si può dire dei Mossos d’Esquadra catalani, la forza di polizia regionale, la cui principale preoccupazione è al momento il ruolo che dovrebbero ricoprire durante il referendum illegale.

 

 

I partiti catalani indipendentisti promuovono da tempo l’immigrazione dai paesi arabi in ragione del fatto che questi immigrati (a differenza degli ecuadoriani o dei peruviani che parlano spagnolo) avrebbero automaticamente imparato il catalano invece dello spagnolo. L’utilizzo prevalente della lingua regionale è infatti fondamentale per l’identità catalana e la prospettiva di indipendenza. Questo va di pari passo con il tipico marketing mistificatore sulla diversità di Barcellona o sul suo ruolo centrale in un’ipotetica società multiculturale mediterranea. Il partito Convergenza e Unione ha cercato di rastrellare centomila voti islamici promettendo la licenza per la moschea di Barcellona nell’arena dismessa (dopo che nel 2012 il governo regionale aveva già abolito le corride per distinguere la Catalogna dalla Spagna)5.

 

 

Uno degli effetti più singolari è stata la conversione di un notevole numero di separatisti catalani all’Islam. Si parla di due militanti su dieci dell’estrema Sinistra Repubblicana di Catalogna, partito che attualmente fa parte della coalizione di governo della Catalogna. “Sto studiando l’arabo, ma preferisco leggere il Corano in catalano. Prego Allah in catalano. È in questa lingua che lo sento meglio,” queste le parole di uno di questi adepti. Rinunciare al Natale, al ballo della Sardana e a mangiare maiale sono piccoli sacrifici in confronto ad una coalizione tra estrema sinistra e Islam radicale.

 

 

 

SEPARATISTI SVENTOLANO BANDIERE CATALANANE

 

 

E INFINE, L’ISIS

 

 

Fino a venerdì scorso, le autorità (spagnole) erano riuscite a sventare grossi attentati, uno in particolare nel 2008 quando dieci pachistani furono fermati prima di replicare l’attentato del 2004 alla stazione Atocha di Madrid che causò 192 morti ed oltre duemila feriti in quella che è stata la peggior strage terroristica in Europa. Questa volta, l’obiettivo era la metropolitana di Barcellona.

 

 

Ma venerdì i catalani hanno avuto meno fortuna, poiché noleggiare alcuni furgoni per fare una strage non lascia molte tracce sospette, per quanto la fabbrica di esplosivi di Alcanar avrebbe dovuto destare preoccupazioni. Pare che il piano fosse di trasformare cento bombole di gas butano in un’autobomba, che avrebbe avuto come obiettivo la Sagrada Familia. Solo per caso gli aspiranti bombaroli si sono fatti saltare in aria mentre armeggiavano con gli esplosivi.

 

 

Un apparente effetto secondario della caduta del califfato dell’ISIS in Iraq e Siria sarà certamente un’ondata di attacchi terroristici sostitutivi, non solo in Europa o in America, ma anche in Iran, Cina, Russia e molti altri paesi, man mano che jihadisti con esperienza di combattimento si stabiliscono altrove come rifugiati. Come minimo, le autorità politiche avrebbero il dovere di fare in modo che nulla, nella cultura del paese ospitante, possa contribuire ad offrire terreno fertile in cui queste male erbe possano propagarsi. Ma guardando alla Catalogna, non c’è da essere molto ottimisti.

 

 

NOTE

 

 

Giulia Paravicini ‘Barcelona’s strong ties to radical Islam’ Politico.eu 18 agosto 2017

 

Soeren Kern ‘The Islamic Republic of Catalonia’, Gatestone Institute, 12 October 2012 per il testo del cablogramma.

 

Ignacio Cembrero ‘El CNI alerta de que Seis Paises Musulmanes Financianal Islamismo’ El Pais 31 luglio 2011

 

Lorenzo Vidonio ‘A Case Study: Catalonia’ in his Hisba in Europe? Assessing a Murky Phenomenon (European Foundation for Democracy 2013) pp. 45ss.

 

Soeren Kern ‘Catalonia to Muslims: Support Independence, Get Mega-Mosque’ Gatestone Institute 7 agosto 2014

 

 

Fra i libri di Michael Burleigh si ricorda “Blood and Rage: A Cultural History of Terrorism” (Harper Collins 2008). L’autore scrive da oltre quindici anni sul terrorismo islamico per varie testate giornalistiche.