1. Proponiamo qui la traduzione di una breve ma densa analisi storica dell’evoluzione dei movimenti terroristici islamici, delle loro strategie ed obiettivi. L’autore descrive il collegamento diretto che, col collante ideologico della Fratellanza Musulmana, dai primi gruppi paramilitari formati da Nasser per colpire Israele, sotto l’egida del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini e di consiglieri ex-SS, si sviluppa fino all’attuale polverizzazione in piccoli gruppi o individui, vagamente e variamente riconducibili a quell’entità sfuggente e indefinita chiamata ISIS, che seminano terrore nei paesi occidentali in maniera solo apparentemente scoordinata ed aleatoria. Secondo l’autore, questa strategia obbliga l’Occidente a posizionarsi in equilibrio precario tra tolleranza e fermezza. Un’esortazione accorata a non cadere nella trappola di chi cerca di provocare una nuova crociata, che fornisca la scusa per scatenare un conflitto totale a lungo, ma finora inutilmente, perseguito.

 

 

di SAUL MONTES-BRADLEY II, 13 giugno 2017

 

Al-Jihad 1.0

 

All’inizio degli anni ‘50, la dirigenza nazional-socialista dell’Egitto di Jamal Abdel Nasser istituì un reparto speciale, i Fedayeen,[1] allo scopo di attaccare Israele dal suo interno nella speranza di destabilizzare il nascente paese.

 

Questo gruppo, organizzato sotto l’egida del SS-Gruppenführer Hajj Amin al-Husseini e di Amin Omar (Johannes) von Leers, iniziò a reclutare adepti tra le fila dei giovani appartenenti alla Fratellanza Musulmana nell’esercito egiziano e all’Università del Cairo, e a farli addestrare da ufficiali delle SS nazisti come il SS-Sturmbannführer Otto Skorzeny, il SS-Untersturmführer Wilhelm Boerner (Willy Berner), e il Kreishauptmann Erich Altern.[2]

 

Da questa cooperazione tra Amin el-Husseini e Omar Amin von Leers nacque la prima organizzazione jihadista come la intendiamo oggi. Si trattava in effetti di una versione avanzata dell’organizzazione pro-nazista fondata dal Mufti, chiamata Al’Jihad al’muqqadas, che nel 1947 era sotto il comando di Ali Salameh, un maggiore della Wehrmacht approdato in Palestina nel 1944 come parte del pacchetto di aiuti offerto da Hitler al Mufti,[3] oltre che del Jaysh al-Inqadh al-Arabi (esercito di liberazione arabo) affiliato alla Lega Araba, anch’esso guidato da un ufficiale dalla Werhrmacht, Fawzi al-Quawuqji, e composto da una cricca di residuati delle Afrikakorps di Rommel, evasi da campi di prigionia, e dai musulmani albanesi e bosniaci reclutati dal Mufti durante la guerra per azioni di guerriglia contro le forze inglesi in Palestina. Nessuno sembrava turbato dal fatto che questi “nazionalisti arabi” non erano altro che “volontari dell’esercito tedesco che, come in passato, continuavano ad adottare ‘Die Fahne Hoch’ come loro inno.”[4]

 

Fawzi al-Quawuqji, 1948

 

La quarta gamba di questo tavolo era la Fratellanza Musulmana. Fu infatti uno dei leader della Fratellanza, sponsorizzata dai tedeschi, ad invocare nel 1944 un Jihad contro gli ebrei, che dovevano “essere sterminati come cani rognosi.”[5] Con l’appoggio dei tedeschi, la Fratellanza Musulmana era, alla fine della seconda guerra mondiale, un’enorme organizzazione con oltre mezzo milione di affiliati nel solo Egitto, organizzati in più di 1.500 sezioni. E che adesso vedevano in Amin el-Husseini il loro leader spirituale. Grazie a questo sostegno, la Lega Araba nel 1946 nominò il Mufti leader della Palestina, anche se solo nominalmente. Al suo ritorno da Parigi, il Mufti venne celebrato dalla Fratellanza Musulmana come un “eroe che aveva combattuto il Sionismo con l’aiuto di Hitler e della Germania. Hitler e la Germania non esistono più, ma Amin Al-Husseini continuerà la battaglia.”[6]

 

Ma a parte una sfilza di piccoli attentati iniziati nel 1951, le azioni di questa banda di ribelli rimasero in gran parte senza esito. Non trovarono l’appoggio della popolazione musulmana, e non riuscirono ad infliggere danni al di là di sporadiche vittime civili, prevalentemente nelle zone più isolate.

 

Poliziotti israeliani sul luogo dell’uccisione di 5 fedaayeen, 1956

 

L’esercito egiziano fu pesantemente sconfitto infine nel 1973, ed i fedayeen si unirono al PLO ed altre organizzazioni terroristiche.

 

Al-Jihad 2.0

 

Alla fine degli anni ‘70, con l’Egitto ormai impegnato nel processo di pace poi culminato nel 1979 con la firma degli accordi di Camp David, ciò che restava di questi guerriglieri addestrati, imbevuti dell’ideologia di Husseini e von Leers, entrò nella seconda fase del suo sviluppo.

 

Il loro obiettivo adesso non era più Israele, ma i leader arabi che avevano “tradito” la causa. Lo spettacolare prologo di questa nuova fase fu l’assassinio di Anwar el-Sadat nel 1981, da parte di al-Jihad, gruppo formato da affiliati alla Fratellanza Musulmana, alcuni dei quali erano stati addestrati come fedayeen e sarebbero più tardi stati tra i fondatori di al-Qa’ida.

 

Assassinio di Anwar el-Sadat, 6 ottobre 1981

 

Ma, per loro sventura, ancora una volta la massa dei musulmani si rifiutò di aderire alla battaglia. Non bastò l’intensa campagna di attentati terroristici degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, né i seri tentativi di spingere la popolazione musulmana a seguire l’esempio dell’Iran e istituire teocrazie al posto di quelli che venivano descritti come regimi corrotti ed asserviti all’Occidente: tutti i loro sforzi si esaurirono in azioni di piccole bande di predoni.

 

Al-Jihad 3.0

 

A metà degli anni ‘90 i leader di al-Jihad strinsero un patto con Osama bin-Laden e cambiarono nuovamente strategia. I nemici venivano adesso individuati non più nei governi di paesi arabi e musulmani, ma nei “crociati” occidentali.

 

L’appoggio fornito dai sauditi durante la prima guerra del Golfo, concedendo l’installazione di basi militari sul loro territorio per combattere l’Iraq, fornì il casus belli. Nel 1996, Al Quds al-Arabi, un giornale londinese, pubblicò la prima di una serie di Fatwa di bin-Laden:

 

Dichiarazione di guerra contro gli americani invasori del paese dei due Luoghi Santi.” In questa lunga e farneticante invettiva, dalla tutt’altro che agevole lettura ed ancor meno comprensione, bin-Laden, ormai alleato con Aymann al-Zawahiri, dichiarava:

 

I popoli islamici si sono svegliati e hanno capito di essere il principale bersaglio dell’alleanza tra Sionisti e Crociati…L’ultima e più grave di queste aggressioni, subite dai musulmani fin dalla morte del Profeta (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI) è l’invasione del paese dei due Luoghi Santi – culla della casa dell’Islam, luogo della rivelazione, fonte del Messaggio e sito della nobile Ka’ba, la Qiblah di tutti i nusulmani – da parte dell’esercito dei Crociati americani e dei loro alleati…Allah, le genti della croce sono venute con i loro cavalli (i soldati) ad occupare il paese dei due Luoghi Santi. E intanto gli ebrei Sionisti profanano a loro piacimento la moschea di Al-Aqsa, linea di ascendenza del profeta di Allah (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI). Allah, distruggi i loro raccolti, spargi zizzania fra di loro, scuoti la terra sotto i loro piedi e concedici di soggiogarli; Allah, tu sei il nostro rifugio dai loro atti e il nostro scudo da loro.

 

Primi effetti della dichiarazione di guerra di bin Laden

 

Ma i musulmani non li seguirono. Anzi, come testimoniano gli eventi successivi in Afghanistan e Iraq, la maggior parte dei musulmani considerava gli sproloqui di bin Laden alla stregua di quelli di un folle e, con l’unica eccezione dell’Iran, era perfettamente disposta ad unirsi agli sforzi fatti per eradicarli dai loro paesi.

 

Al-Jihad 4.0

 

Due eventi accaddero nel 2008.

 

In primo luogo, il governo americano adottò un atteggiamento conciliatorio distanziandosi dai suoi alleati in Medio Oriente e, secondariamente, al-Qa’ida adottò una nuova strategia basata sulla prosa altrettanto farneticante e prolissa (1.600 pagine!) di Abu Musab al-Suri, reduce da 30 anni di Jihad, collaboratore stretto di bin-Laden e al-Zawahiri e beneficiario della generosità occidentale. Questa strategia è illustrata dettagliatamente nell’“Appello mondiale alla resistenza islamica.”[7]

 

Al-Suri prescriveva centinaia di attentati da parte di piccoli gruppi e individui, utilizzando ogni genere di mezzo comune – auto, camion, asce, coltelli, esplosivi di fabbricazione casalinga – come arma contro il “ventre molle” dell’Occidente. Da Parigi e Bruxelles e da Orlando a San Bernardino.

 

Al-Suri (a sinistra), e bin Laden, c. 1994

 

Poiché il Jihad non era riuscito a motivare i musulmani ad unirsi in una guerra santa, l’obiettivo di questa nuova strategia è quello di provocare gli occidentali a sollevarsi contro le comunità musulmane in Occidente, nella speranza che ciò possa a sua volta innescare un’insurrezione globale dei musulmani in difesa dei loro fratelli.

 

Finora hanno sempre fallito. Ma la crescente aggressività del dibattito contro i musulmani in Occidente non promette nulla di buono.

 

C’è da sperare che i nostri “Crociati” non diventino il tassello che mancava ai terroristi per sfuggire a quella che altrimenti sarebbe una totale sconfitta, proprio per mano della più grande coalizione arabo-musulmana-occidentale mai esistita.

 

Dimostranti che fanno il gioco di al-Qa’ida

 

 

 

 

[1] Fedayeen, da “fedai” colui che dona la sua vita per una causa, è un termine coniato nel XIX secolo per indicare un assassino ismailita.

 

[2] Uno dei primi allievi fu Yasser Arafat, luogotenente dell’esercito egiziano e, a detta sua, nipote di Hajj Amin al-Husseini.

 

[3] Gershon Avner a HIS-AD, 13 aprile 1948, HA 105/31 riportato da Benny Morris, 1948, 121, e Joseph Nevo, The Arabs of Palestine, 1947-48: Military and Political Activity, pubblicato su Middle Eastern Studies, 23, No. 1 (gen. 1987), p. 35.

 

[4] Der Spiegel, 13 marzo 1948, p. 11.

 

[5] Thomas Mayer, Egypt and the Palestine Question: 1936-1945, Berlino, 1983, p. 191.

 

[6] Jeffrey Herf, Nazi Propaganda in the Arab World , Yale University Press, 2009, p. 244: Hassan Al-Banna and the Mufti of Palestine, in Contents of Secret Bulletin of Al-Ikhwan al-Muslimin del 11 June 1946, Cairo, 23 luglio, 1946, NACP RG 226 (Office of Strategic Services), Washington Registry SI Intelligence, Field Files, articolo 108A, plico 15, fascicolo 2.

 

[7] Il testo completo si trova qui: https://archive.org/details/TheMilitaryTheoryOfTheGlobalIslamicResistanceCall#_ftn7#_ftn7#_ftn7#_ftn7SS-SturmbannführerSS-Sturmbannführer