Più di dieci anni fa, nel 2005, l’Economist inchioda la radice dei guai dell’eurozona, destinati a esplodere negli anni successivi: il tasso di cambio reale – ovvero calcolato tenendo conto dell’inflazione – tra Paesi che pur condividono la stessa moneta diverge rispetto a quello nominale, comune a tutti, alterando la competitività internazionale delle relative economie. In particolare l’Italia tra il ’99 e il 2005 vede un apprezzamento di oltre il 20% del suo tasso di cambio reale rispetto alla Germania, che al contrario gode di un calo del 10% dello stesso rispetto alla media dell’eurozona. L’articolo sottolinea come la tanto mitizzata competitività tedesca sia stata basata sulla compressione dei salari, che a cascata ha ridotto reddito e spesa delle famiglie, ottenuta attraverso lo spauracchio delle delocalizzazioni nell’Est europeo. In questo modo la riflessione dell’Economist mostra già, anni prima della crisi, le linee di frattura che minano il sistema dell’euro, e finisce con il sorpassare a sinistra la posizione ciecamente eurista della “sinistra” italiana, di allora e di ora.

 

 

17 febbraio 2005

 

 

L’eurozona avrà anche una moneta unica, ma continua ad avere diversi tassi di cambio reale

 

 

I tassi di cambio tra i 12 membri dell’area dell’euro sono stati stabiliti definitivamente? Chi lo pensa, si sbaglia. Anche se i tassi di cambio nominali sono stati scolpiti nella pietra, il tasso di cambio reale – vale a dire, calcolato tenendo conto delle differenze nell’andamento dell’inflazione nei diversi Paesi – si è disallineato in modo significativo. Dal 1999, quando è stata lanciata la moneta unica, il tasso di cambio reale dell’Italia si è apprezzato di oltre il 20% rispetto alla Germania.

 

Il tasso di cambio reale misura la competitività internazionale: in termini di impatto economico è quindi più importante del tasso nominale. Facciamo un esempio: se il dollaro si svaluta del 10% rispetto all’euro, ma al tempo stesso i prezzi in America aumentano del 5% rispetto a quelli europei, il prezzo dei prodotti americani in confronto a quelli europei, misurato in una valuta comune – ovvero il tasso di cambio reale del dollaro – diminuisce solo del 5%. Allo stesso modo, nell’ambito dell’eurozona, se i prezzi in Italia, ad esempio, crescono più rapidamente di quelli degli altri Stati membri, il tasso di cambio reale dell’Italia nei confronti degli altri Paesi aumenterà, anche se il tasso di cambio nominale è fisso.

 

La Commissione europea calcola su base trimestrale i tassi di cambio reali effettivi (cioè ponderati per il volume degli scambi) per le economie dell’area euro nei confronti degli altri Paesi membri, nonché in confronto a un paniere di valute estere come il dollaro, lo yen e la sterlina. Questo richiede per ogni paese un indice di inflazione rispetto a quello estero. La difficoltà sta nello stabilire esattamente quale deflatore dei prezzi o dei costi utilizzare. La Commissione europea pubblica non meno di cinque diversi indici, basati sui prezzi al consumo, sul deflatore del PIL, sui prezzi delle esportazioni, sui costi salariali per unità di produzione nel settore industriale e sul costo unitario del lavoro nell’economia in generale. Ognuna di queste misure ha i suoi vantaggi e svantaggi. Per esempio, un tasso di cambio reale calcolato sui prezzi relativi delle esportazioni potrebbe sembrare il modo più diretto per misurare la competitività internazionale. Ma potrebbe anche raccontare solo metà della storia, se le imprese all’inizio assorbono un aumento dei costi riducendo i margini di profitto; alla fine, infatti, i prezzi delle esportazioni aumenteranno. Un tasso di cambio reale basato sui prezzi al consumo offre i dati più tempestivi, dato che i prezzi sono disponibili mensilmente, ma può essere distorto dall’inclusione di imposte indirette nonché di beni e servizi che non sono oggetto di commercio internazionale. La maggior parte degli economisti ritiene che la misura migliore della competitività internazionale sottostante sia il costo relativo unitario del lavoro.

 

Quando è nata la moneta unica, il costo unitario del lavoro in Germania era il più alto dell’area euro; ma dal 1999 è diminuito del 10% rispetto alla media. Per dirla in un altro modo, il tasso di cambio reale della Germania all’interno dell’eurozona è diminuito del 10%. Al contrario, il costo unitario del lavoro è aumentato del 9% in Italia, Spagna e Paesi Bassi, comportando una enorme perdita di competitività rispetto alla Germania (si veda il grafico in basso, a sinistra).

 

 

Gli economisti di ABN Amro stimano che il costo del lavoro in Germania attualmente sia inferiore a quello dell’Italia. Anche Irlanda e Portogallo hanno perso competitività.

 

Il costo del lavoro in Germania è aumentato nei primi anni ’90, quando il boom legato alla riunificazione diede un forte impulso ai salari, le imposte sul lavoro crebbero e il marco si apprezzò rispetto alle altre valute europee. Ma in tempi più recenti le imprese tedesche hanno combattuto per riconquistare competitività, riducendo i salari e aumentando la produttività. Negli ultimi cinque anni la Germania ha potuto vantare una crescita più rapida della produttività del lavoro rispetto alla media dell’area euro, combinata con la crescita dei salari più lenta dell’eurozona. Sotto la minaccia della delocalizzazione delle fabbriche nell’Europa centrale e orientale, i lavoratori di diverse grandi aziende sono stati costretti ad accettare orari di lavoro più lunghi senza guadagni extra o a subire tagli in busta paga. Le riforme del governo inoltre contribuiranno a ridurre le rigidità del mercato del lavoro, facilitando i licenziamenti e costringendo i lavoratori disoccupati a cercare un posto.

 

Sul lungo periodo questo aiuterà le imprese a diventare più competitive e redditizie e quindi a creare più posti di lavoro. Tuttavia, nel breve periodo la disoccupazione è aumentata, e redditi e spese dei consumatori sono stati compressi. Il PIL della Germania è diminuito dello 0,2% nel quarto trimestre, poiché la crescita delle esportazioni è stata più che compensata da un calo della domanda interna.

 

La dozzina divergente

 

C’è stata anche una grande variabilità nell’andamento dei tassi di cambio effettivi delle singole economie dell’area euro rispetto al resto del mondo. Questo riflette le differenze non solo nell’inflazione dei costi di produzione, ma anche nella distribuzione geografica degli scambi commerciali. Se, ad esempio, una quota più grande delle esportazioni di un Paese va in America, il dollaro avrà un peso maggiore nel paniere delle valute di quel Paese.

 

Dall’inizio del 2002, quando il dollaro ha incominciato a scendere, il tasso di cambio ponderato per il volume degli scambi commerciali dell’euro è cresciuto del 18% (basato sul costo unitario relativo del lavoro), leggermente meno dell’aumento del 21% del suo valore nominale ponderato per il volume degli scambi e molto meno rispetto al salto del 50% dell’euro rispetto al dollaro. Nonostante questo, il tasso di cambio effettivo reale della Germania è aumentato solo del 4% a partire dall’inizio del 2002, l’aumento più basso tra tutti i Paesi dell’area euro. Il tasso di cambio reale della Francia è salito del 9% e quello dell’Italia e dell’Irlanda del 17%.

 

Si noti che i tassi di cambio reali dei singoli Paesi dell’eurozona sono aumentati meno rispetto all’incremento del 18% dell’euro stesso. Questo potrebbe sembrare strano. La spiegazione è che i volumi commerciali utilizzati per calcolare l’indice complessivo dell’euro rispetto ad altre valute escludono gli scambi all’interno dell’area dell’euro, che rappresentano circa la metà degli scambi commerciali della maggior parte degli Stati membri. Nel calcolare i tassi di cambio effettivi nazionali, questo scambio deve giustamente essere incluso, il che dà un peso molto più piccolo al dollaro in calo.

 

Molti economisti si preoccupano che un dollaro basso schiacci l’economia europea. Ma il modesto aumento del tasso di cambio reale ponderato sui volumi di scambio in Germania spiega perché, nonostante l’aumento dell’euro contro il dollaro, le esportazioni tedesche si siano mantenute così forti (vedi grafico in alto, a destra). La Germania è infatti l’unica economia del G7 ad avere aumentato la propria quota di esportazioni mondiali negli ultimi cinque anni. L’idea diffusa che i costi salariali elevati rendano la Germania non competitiva non sembra più essere vera. Purtroppo, potrebbe volerci un po’ di tempo prima che i guadagni passino ai redditi e alla spesa delle famiglie e spingano l’economia tedesca a crescere di nuovo.