Jacques Sapir commenta le dimissioni dal Front National di Florian Philippot, l’ideologo che aveva guidato il partito nella sua opposizione all’euro e all’Unione europea portandolo a percentuali di voto mai viste: una svolta importante che se da una parte ci dà la misura dell’incapacità della leadership del partito di cogliere la sfida della storia, dall’altra ripropone la questione, fondamentale anche in Italia, della costruzione di un fronte di liberazione nazionale che raccolga tutte le forze sovraniste e sappia mettere temporaneamente da parte i problemi di identità e le divergenze, pure profonde, per concentrarsi sull’obiettivo comune di immediata e vitale importanza. Questione che in Italia è ancora più calda, dato l’appuntamento elettorale alle porte. 

 

 

 

Di Jacques Sapir, 21 settembre 2017

 

Le dimissioni di Florian Philippot e di altri del Front National non sono un episodio secondario. È una vera e propria spaccatura, un punto di svolta importante nella politica francese.

 

Florian Philippot, come era noto a tutti, aveva cercato di portare un’altra linea politica nel Front National. E in una certa misura ci era riuscito, portando ad un cambiamento significativo che aveva permesso al partito di passare dal 12-15% dei voti che il partito aveva precedentemente, fino ai risultati registrati nelle ultime elezioni (il 33,9% del secondo turno delle elezioni presidenziali, pari a 10,638 milioni di voti). Si tratta di percentuali di portata storica. Oltre a ciò, di fronte alla crescente tirannia dell’Unione europea e dei suoi referenti in Francia, ciò aveva reso possibile pensare di realizzare un fronte comune con le correnti sovraniste della sinistra.

 

1. Questo fronte comune o “fronte di liberazione nazionale”, perché è di questo che si tratta, comportava o che il Front National portasse avanti la sua trasformazione per diventare un vero partito populista, oppure che sarebbe nato un nuovo partito liberato dalle scorie razziste e di estrema destra. All’epoca l’avevo espresso chiaramente [1]:

 

“A lungo termine si porrà la questione dei rapporti con il Front National, o con il partito che ne deriva. Bisogna capire con chiarezza che non è più il tempo del settarismo e dei divieti incrociati degli uni e degli altri. (…) Dobbiamo invece essere consapevoli che la costituzione di un Fronte di Liberazione Nazionale pone dei problemi formidabili. Dovrà comprendere un vero programma di “salute pubblica” che i governi di questo “Fronte” dovranno implementare, non solo per smantellare l’Euro, ma anche per organizzare l’economia del “giorno dopo”. Questo programma comporta uno sforzo particolare nell’ambito degli investimenti, ma anche una nuova regola per la gestione della moneta, nonché nuove regole per l’intervento statale nell’economia. (…) L’idea di un Fronte di Liberazione Nazionale è dunque certamente un’idea molto potente, sia in Francia che in Italia. Ma implica che, almeno a sinistra, ci si riappropri della logica dei “fronti” e si comprenda che in questo tipo di “fronte” possono esserci ampie divergenze, ma che sono – temporaneamente – messe in secondo piano a vantaggio di un obiettivo comune. Il vero problema è l’autonomia di espressione e di esistenza delle forze politiche di sinistra all’interno di questi fronti. Sarà quindi necessario garantire che le forme istituzionali che questi fronti si daranno non siano contraddittorie con l’autonomia politica.”

 

Queste parole conservano oggi tutta la loro rilevanza e tutto il loro significato. Al di là della Grecia, possiamo vedere come l’euro e l’Unione europea stiano portando a limitare ogni giorno di più la democrazia e la sovranità del nostro paese, e che c’è un un legame logico tra la crisi delle istituzioni democratiche e la negazione della sovranità. La logica (e non la semplice riedizione) del CLN è chiaramente necessaria per affrontare i problemi che il nostro Paese si trova davanti. Il problema era, e rimane ancora, che alcuni non riescono a concepire questa logica del “fronte”, o forse semplicemente non la comprendono [2].

 

2. Le dimissioni di Florian Philippot sono perciò l’inizio di una vera e propria scissione, che si verifichi immediatamente o che si realizzi nel tempo, con un’emorragia di aderenti e l’uscita dei migliori militanti. Essa misura l’incapacità della leadership del Front National di essere all’altezza delle sfide della storia e l’incapacità più particolare di Marine le Pen, rivelata nella campagna presidenziale e in particolare durante il dibattito del mercoledì precedente al secondo turno. Ne ho già parlato ampiamente nell’intervista al CIRCLE des PATRIOTES DISPARUS [3].

 

Al di là del comportamento personale della candidata, questo episodio ha mostrato una incoerenza di fondo della sua campagna. Il fatto che non sia riuscita a correggere rapidamente questa incoerenza è stato altrettanto significativo. Ancora una volta, riporto le parole che ho usato:

 

“È quindi in una posizione indebolita che Marine le Pen è arrivata al dibattito di mercoledì, prima del secondo turno. Ha commesso due errori: quello di sottovalutare il suo avversario, perché qualunque cosa si possa pensare della politica di Emmanuel Macron, non è certo il primo venuto, e quello di pensare di poter giocare la carta del populismo demagogico, un po’ come Donald Trump. Ma la cultura politica francese è molto diversa dalla cultura politica degli Stati Uniti, almeno su questo punto. Il risultato è stato quello che abbiamo visto: un’agitazione sterile, e a volte patetica, che ha mancato di cogliere le questioni reali che avrebbero potuto mettere Emmanuel Macron in difficoltà. La perdita di credibilità che, voglio ricordare, si era già cominciata a manifestare la domenica precedente il dibattito, è diventata catastrofica. E ha portato a “ri-demonizzare” Marine Le Pen, ridando quindi credibilità alle “barricate” [4].

 

Vediamo bene cosa c’era in gioco. Incapace di superare questo fallimento, il Front National e la sua presidente si sono impantanati in atteggiamenti suicidi. Limitando il loro discorso al solo problema dell’immigrazione, hanno completamente perso di vista il fatto centrale: il fallimento dei meccanismi di integrazione, un fallimento che può giustificare una certa posizione immediata sull’immigrazione, ma al quale non si dà seguito.

 

3. Che ne sarà del Front National? Può solo sperare lo stesso destino del Partito Comunista Francese dopo il fallimento storico della candidatura di George Marchais nel 1981. Si trasformerà in un “partito zombie”, un morto vivente della politica. Questa è stata la traiettoria del PCF dal 1981 in poi, una traiettoria che l’ha portato, dopo che aveva ottenuto più del 20% dei voti alla fine del gollismo, a scendere al di sotto del 5%.

 

Tuttavia, questa traiettoria dovrebbe essere più veloce. Anche se il FN non dovrà subire uno shock come quello della dissoluzione dell’URSS, nella misura in cui si ripiegherà su se stesso verranno fuori le sue caratteristiche più ripugnanti. Perderà la sua base elettorale nazionale, ma conserverà per qualche anno un radicamento locale, specialmente in Provenza e nella Costa Azzurra. Certamente per alcune delle persone più vicine a Marine Le Pen c’è una garanzia di carriera. Potranno sempre contare, nelle loro roccaforti, su accordi non di principio con i repubblicani. Si imporrà una pura logica di vantaggi personali, ben diversa da quella dei loro discorsi in cui affermano di voler “servire la Nazione”. Faranno come i membri del RPF degli anni 48-52 che, secondo l’espressione stessa del generale de Gaulle, si erano “seduti a tavola”. Gli elettori che si erano rivolti al FN, da parte loro, capiranno che ormai è inutile e si allontaneranno. Se ne allontaneranno tanto più rapidamente se le altre forze sovraniste saranno in grado di aprirsi alle questioni sollevate da questi elettori e cesseranno, soprattutto alcuni, di chiudere gli occhi sui reali problemi dell’islamismo.
4. Quanto al destino personale di Florian Philippot e delle persone che lo seguono, è ancora troppo presto per pronunciarsi. Se una spaccatura è sempre un fenomeno significativo, non compromette necessariamente la carriera politica delle persone coinvolte. L’unica cosa che si può dire è che è di fondamentale importanza non tradire i propri principi e avere una posizione coerente. Vedremo, nelle prossime settimane, se la posizione gollista di Philippot era solo un atteggiamento, o l’espressione di un profondo impegno. Potrà sviluppare il suo discorso in un modo che non sarà più vincolato dal quadro del FN.

 

Questo punto di svolta è una prova che il processo di decostruzione-ricostruzione della vita politica in Francia sta ancora avvenendo, un processo che in parte spiega l’elezione di Emmanuel Macron.

 

 

[1] Sapir J., « Réflexion sur la Grèce et l’Europe », pubblicato il 21 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4225

 

[2] Cfr. Sapir J., “Sur la logique des fronts”, pubblicato il 23 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4232

 

[3] Vedi Sapir J., “Le souverainisme inaudible? “, pubblicato il 16 settembre 2017 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/6287

 

[4] https://russeurope.hypotheses.org/6287