Non è assurdo prestare ancora ascolto agli economisti autori di previsioni catastrofiche che non si sono mai realizzate? Roger Bootle con umorismo tutto inglese ripercorre la serie ininterrotta di previsioni sbagliate fatte dall’establishment economico in Gran Bretagna, fino alle profezie apocalittiche sulla Brexit. E si sofferma anche sul ’92, quando l’economia britannica ripartì dopo l’uscita della sterlina dagli accordi europei di cambio, nonostante le previsioni diametralmente opposte del Tesoro (e similmente andarono le cose in Italia, come ha ricordato più volte Alberto Bagnai, per esempio qui e qui). 

 

 

 

Di Roger Bootle, 6 agosto 2017

 

 

“La borsa più alta di SEMPRE, i migliori dati economici da anni”. Attribuendosi con questo tweet il merito delle buone prestazioni dell’economia americana, il presidente Trump ha cercato di distogliere l’attenzione dal caos in cui versa la Casa Bianca. L’economia statunitense sta andando bene, ma l’idea che questo sia dovuto al presidente Trump è assurda. Il Congresso gli ha impedito di fare qualsiasi cosa. E in ogni caso, il tempo che intercorre tra una decisione politica e il suo effetto sull’economia è molto più lungo dei soli sei mesi nei quali il presidente Trump è stato in carica.

 

Anche l’economia britannica sta andando abbastanza bene. Certo, secondo le cifre ufficiali pubblicate la settimana scorsa la crescita nel secondo trimestre è aumentata solo di poco rispetto al primo trimestre, ed è stata ben al di sotto dei forti tassi di crescita registrati nel terzo e quarto trimestre dello scorso anno. Ma una crescita di circa l’1,7% nel corso dell’ultimo anno non è poco. Anche in questo caso, comunque, non è dovuta alle azioni del governo.

 

E non corrisponde a quelle che erano state le previsioni. Sotto il Cancelliere precedente, George Osborne, il Tesoro prevedeva che, se avesse vinto il voto a favore della Brexit, a quest’ora l’economia si sarebbe contratta di circa lo 0.4 %. E che se lo shock legato al voto per la Brexit si fosse rivelato davvero terribile, allora il PIL avrebbe subito un calo intorno al 2,2%. Le solide prestazioni della nostra economia dovrebbero essere esaltate, non sminuite dai nostri leader.

 

Certo, dato il consueto ritardo della reazione, suppongo che l’incertezza legata alla Brexit potrebbe ancora colpire duramente l’economia. Ma non mi sembra probabile. La tanto sbandierata riduzione dei redditi reali dei consumatori, provocata in parte dall’aumento dell’inflazione causato dal calo del valore della sterlina legato alla Brexit, non è lontana dal suo picco. Entro l’inizio dell’anno prossimo l’inflazione sui prezzi al consumo dovrebbe diminuire e nel giro di breve tempo i redditi reali dovrebbero tornare ad aumentare.

 

I pessimisti possono dire che la bilancia commerciale non ha mostrato alcun miglioramento in seguito al calo della sterlina. Ma, ancora una volta, la chiave del problema è il tempo. Per percepire pienamente gli effetti di un tasso di cambio più basso servono due o tre anni. Le previsioni sugli ordini attualmente suggeriscono che entro la fine di quest’anno le esportazioni cresceranno di circa 10 punti. Ma ancora più importante, in questo contesto, probabilmente aumenteranno anche gli investimenti aziendali.

 

Nonostante tutto questo, molti ministri e alti funzionari, tra cui il governatore della Banca d’Inghilterra, si mostrano pessimisti sulle prospettive britanniche – a meno che non riusciamo a garantire un accordo di libero scambio con l’UE e/o qualche tipo di accordo di transizione. “Schianto” e “caduta in un precipizio” sono gli slogan più in voga. Non è certo una novità. L’establishment britannico tradizionalmente ha sempre avuto la tendenza a essere pessimista sulle prestazioni economiche della Gran Bretagna. Interessante notare che, nonostante questo, sono poi sempre attaccati alle stesse vecchie strategie. Divertente, direi.

 

La vicenda del Project Fear (la campagna mediatica di pronostici terrorizzanti in caso di Brexit, ndt) ha l’aria di essere uno dei più grandi errori del Tesoro di tutti i tempi – a parte tutti gli altri. Il tentativo di tenere la sterlina nel Gold Standard nel 1930 si può classificare come l’errore più madornale. È stata la pressione del mercato che ci ha costretti a uscirne, nel 1931. Più di recente, il Tesoro non è riuscito a riconoscere l’eccessiva crescita della domanda alla fine degli anni ’80 e non è stato capace di prevedere la fragilità del sistema finanziario prima della crisi del 2007/09.

 

Ma la cosa più sorprendente è che il fallimento del Tesoro nel prevedere le conseguenze del voto sulla Brexit ricorda un’altra occasione, di quasi 25 anni fa. Nel 1992, il Regno Unito lottava per rimanere nel sistema europeo degli accordi di cambio (ERM), che obbligava le autorità britanniche a mantenere la sterlina al di sopra di un certo livello rispetto al marco tedesco.

 

Questo costringeva il governo a mantenere tassi di interesse così elevati che ci strozzavano, anche se l’economia in quel momento era a terra.

 

Ai tempi, un paio di economisti  – e sono orgoglioso di dire che io ero uno di loro – giudicavano questa strategia incredibilmente sbagliata. La mia posizione era che se fossimo usciti dall’ERM e avessimo lasciato svalutare di un bel po’ la sterlina, in quella situazione, l’inflazione non sarebbe aumentata e i tassi di interesse avrebbero potuto scendere, contribuendo così a generare una ripresa dell’economia.

 

Il Tesoro si fece beffe della nostra opinione. Sostenne invece che se la sterlina fosse uscita dall’ERM l’inflazione e i tassi di interesse si sarebbero impennati entrambi, condannando l’economia a una prolungata recessione. Alla fine, i mercati costrinsero la sterlina a uscire dall’ERM il 16 settembre 1992, tra grandi gemiti e stridor di denti a Whitehall. L’establishment economico precipitò nella depressione collettiva. Ci eravamo “schiantati”. O, se preferite, eravamo “caduti nel precipizio”.

 

Quello che successe in seguito merita di essere ricordato. Lungi dall’essere costretto ad aumentare i tassi di interesse come il Tesoro aveva previsto, il Cancelliere fu in grado di tagliarli. L’inflazione non salì, ma al contrario scese. Effetto più importante, l’economia manifestò una ripresa impressionante. E questa esperienza ha portato, passo dopo passo, all’indipendenza della Banca d’Inghilterra e ad un regime politico radicalmente riformato che ha sostenuto una buona crescita. Percorso inizialmente non scelto dal Tesoro, ma imposto dai mercati.

 

Allo stesso modo, l’establishment economico non avrebbe mai scelto la Brexit in quanto nell’interesse migliore della Gran Bretagna. Al contrario, la Brexit è stata imposta al Tesoro dall’elettorato. Ma, a differenza di quanto avvenuto nel 1992, ora l’establishment è ancora in grado di cercare di svincolarsene, favorendo ogni tipo di ritardo, accordi di transizione e accordi “morbidi”, come ce li spaccia il Cancelliere.

 

Non è stupefacente che, dopo quel clamoroso abbaglio che è stato il Project Fear, tanti personaggi in prima linea nel diffondere profezie terrorizzanti siano ancora oggi convinti di essere nella posizione giusta per ammonirci sui pericoli per l’economia prossimi venturi? E non è ancora più strabiliante che qualcuno li stia ad ascoltare?

 

È come se fossimo di fronte a un chirurgo con la disgraziata tendenza ad amputare la gamba sbagliata. E come se tutti gli dicessero: “Non fa niente, signor Snodgrass. La prossima volta sarà più fortunato.”

 

 

 

Roger Bootle è il direttore di Capital Economics; roger.bootle@capitaleconomics.com