Il prestigioso think tank European Council on Foreign Relations – ente imbevuto di spirito paneuropeo – ci riferisce con un certo stupore una serie di fenomeni osservati durante una visita in Repubblica Ceca. Primo, che chi lavora per un’industria tedesca che ha delocalizzato in Repubblica Ceca, ha la stessa produttività che c’è in Germania, ma lo stipendio pari a un terzo, non è contento. Secondo, che in casi come questi si tende a non strabordare di simpatia per il datore di lavoro. Terzo, che se si è diversi quando si parla di salari, ma si diventa uguali quando si tratta di accogliere immigrati, ci si sente ancora meno soddisfatti. Emerge inoltre un’altra osservazione sorprendente: che gli investimenti esteri non vengono fatti per beneficiare il Paese cui sono diretti, ma per generare profitti che poi vengono riportati a casa. Con dichiarata meraviglia dell’autore, pare che in Repubblica Ceca se ne stiano rendendo conto.

 

 

 

Sebastian Dullien, 5 ottobre 2017    

 

Nell’Europa centrale e orientale la convergenza salariale con l’Occidente è in stallo – e chi è sotto accusa è la Germania.

 

I tedeschi sono ormai abituati al fatto che molti, nell’Europa del Sud e dell’Ovest, non sono stati sempre felici della politica economica tedesca (un esempio smagliante dell’attualità dell’antica figura retorica dell’eufemismo, NdVdE), in particolare dell’insistenza sulla linea dell’austerità durante la crisi dell’euro (che l’ha aggravata e perpetuata, NdVdE). Quello che invece è in gran parte sfuggito ai radar è il fatto che il malcontento nei confronti del predominio economico della Germania sta crescendo anche al di fuori dell’area euro e in particolare negli Stati membri dell’Europa centrale e orientale.

 

L’ho notato di recente durante un convegno di centro-sinistra tenuto in occasione dell’avvicinarsi delle elezioni ceche (previste per il 20/21 ottobre). Ciò che è stato subito evidente dagli interventi dei partecipanti è che c’è una profonda preoccupazione riguardo al fatto che i salari cechi non stanno più mostrando segni di volersi allineare a quelli tedeschi. Mentre negli anni ’90 e nei primi anni 2000 si è registrata una costante convergenza, dal 2007 non si sono più registrati progressi.

 

Compenso nominale per occupato in Repubblica Ceca espresso in percentuale rispetto al compenso in Germania

 

 

La colpa dell’interruzione della convergenza è attribuita agli investitori stranieri, con una narrazione che dice che “Germania, Francia e Stati Uniti hanno investito nella Repubblica Ceca e ora stanno drenando i profitti mentre i Cechi rimangono poveri” (Narrazione davvero strabiliante: chi l’avrebbe mai detto? A quanto pare non tutti concordano con i cantori liberisti dell'”attirare gli investimenti stranieri”, sempre intenti a convincerci che gli investitori stranieri vengono a lastricarci le strade d’oro, NdVdE).

 

La fonte del malcontento è legata al fatto che ormai praticamente tutto il settore finanziario e la metà del settore manifatturiero sono di proprietà straniera. Le multinazionali fissano i prezzi per i semilavorati che escono dalle fabbriche ceche e, imponendo prezzi bassi, schiacciano i salari in Repubblica ceca, aumentando così i loro margini di profitto.

 

Una storia che sembra essere ripetuta all’infinito è che i lavoratori impiegati alle catene di montaggio nelle fabbriche della Volkswagen in Repubblica Ceca guadagnano solo un terzo del salario dei lavoratori VW in Germania, anche se le linee di montaggio lavorano alle stessa velocità di quelle di Wolfsburg. Quindi, benché la produttività fisica dei lavoratori cechi sia presumibilmente uguale a quella che c’è in Germania, i salari sono significativamente inferiori. Il valore aggiunto così ricavato può essere distribuito ai lavoratori tedeschi e agli azionisti Volkswagen – con il presunto tacito appoggio del governo tedesco (se non fosse così, d’altra parte, perché la Volkswagen avrebbe trasferito gli stabilimenti in Repubblica Ceca? NdVdE).

 

Questo cambiamento nella percezione del ruolo delle imprese tedesche colpisce in modo particolare, dato che molti paesi dell’Europa centrale e orientale hanno a lungo visto la Germania come loro principale alleato nel loro sforzo di far convergere i redditi con l’Occidente. La Repubblica Ceca, in particolare, ha appoggiato a lungo una politica esplicita di attirare gli investitori stranieri nel paese, per accelerare l’integrazione con i mercati globali (e dell’UE) (e poi vatti a fidare dei mercati, NdVdE).

 

Questa sensazione (solo una sensazione? NdVdE) di essere cittadini europei di seconda classe quando si tratta di salari ha conseguenze in altri campi della politica. Uno dei partecipanti è arrivato ad affermare che la resistenza dei Cechi contro l’accettazione dei rifugiati deriva dalla sensazione che la Germania si sta comportando come un “potere imperiale” e che i Cechi avrebbero accettato i rifugiati, se la Germania avesse facilitato una corretta convergenza salariale.

 

Questo potrebbe essere un’esagerazione, ma dimostra un sorprendente (davvero sorprendente? NdVdE) livello di scontento nei confronti  dei risultati economici dell’adesione all’UE. E suggerisce che Berlino e Bruxelles abbiano trascurato la questione degli standard di vita nell’Europa centrale e orientale, forse in parte a causa della loro comprensibile preoccupazione per la crisi dell’euro nel cuore dell’Unione (peraltro aggravata e perpetuata, se non propriamente scatenata, da Berlino e Bruxelles, quindi l’auspicio che ora dedichino in maggior misura le loro tenere cure all’Europa orientale ci pare leggermente imprudente, NdVdE).

 

Rigenerare questo equilibrio ora sembra necessario se l’Unione europea vuole arginare la crescita del populismo in questi Stati che hanno aderito all’Unione più di recente e fare sì che restino impegnati nel progetto europeo (auguri tanti, NdVdE).