Arrivati quasi al decennale della Grande Recessione, nella stampa mainstream c’è sempre più consenso intorno a vecchie idee (keynesiane), puntualmente riscoperte e puntualmente edulcorate. Ne è un esempio questo articolo pubblicato da Handelsblatt, in cui l’autore, capo economista di ING Bank, con disarmante levità afferma cose inaudibili fino a qualche anno fa: l’inflazione è causata dal livello dei salari e quindi dal livello di disoccupazione; i salari nell’eurozona non saliranno fino a che non inizieranno a salire in Germania, chiudendo il gap di competitività con le economie periferiche (che oggi si cerca di abbattere infliggendo loro l’austerità); nonostante l’ininterrotta crescita economica, in Germania i salari crescono poco e sono compressi grazie al circuito dei minijobs (e ai rifugiati); Draghi, per quanto si danni, non può far nulla per rialzare l’inflazione e con il QE rischia invece di far scoppiare bolle. Veniamo anche a scoprire che i sindacati tedeschi, da sempre fedeli al modello conciliatorio del capitalismo renano come già dimostrarono in occasione delle riforme Hartz IV, sembrano meno interessati all’aumento dei salari di quanto lo siano alla diminuzione degli orari lavorativi: l’ennesimo assist ai propri ‘masters of the universe’?

 

di Carsten Brzeski, 13 ottobre 2017

 

Se nella zona euro esiste un’economia in cui i salari dovrebbero iniziare a risollevarsi, questa è l’economia tedesca. Tuttavia, dal 2009, i salari nominali sono aumentati solo di una media di circa il 2% all’anno. In termini reali, dopo avere tenuto conto dell’inflazione, i salari sono aumentati solo di circa l’1% ogni anno. Meglio che niente, ma non è la crescita salariale che ci si poteva aspettare in un’economia al nono anno di forte crescita e in un mercato del lavoro che supera nuovi record di occupazione quasi ogni mese.

 

La Banca Centrale Europea, che sta cercando di trovare modi e ragioni per uscire lentamente dalle sue politiche monetarie estremamente allentate, tiene sotto osservazione i salari tedeschi da molto tempo. Per parafrasare Frank Sinatra: se l’inflazione salariale non si riprende lì, non si riprenderà da nessuna parte (almeno, nella nella zona euro). La BCE probabilmente ha riposto le sue speranze nei negoziati salariali di questo autunno in Germania, in ultimo vedendoci il lungamente atteso sprone all’inflazione salariale. Ma si sta preparando una grande delusione perché i sindacati tedeschi, per citare ancora Sinatra, lo stanno facendo a modo loro.

 

Questa settimana il più grande sindacato tedesco, la IG Metall, ha lanciato la solita richiesta di un aumento salariale (del 6% in due anni). Ma la sorpresa è stata che il sindacato è sembrato essere più interessato ad aumentare il tempo libero dei suoi membri e migliorarne l’equilibrio tra il lavoro e la vita. Ha richiesto di ridurre la settimana lavorativa dalle 35 ore attuali a 28 ore alla settimana. Questa richiesta fa parte di una tendenza interessante, che a nostro avviso riflette la struttura in cambiamento del mercato del lavoro tedesco e le mutevoli preferenze dei dipendenti, sullo sfondo della mancanza di lavoratori qualificati. Più tempo libero; non più soldi.

 

Questa tendenza, però, significa problemi per la BCE. Finché i salari rimangono bassi, per la banca centrale è più difficile stringere la sua politica monetaria. Tuttavia, se mantiene invariata la sua politica, nonostante la forte crescita economica dell’intera zona euro, aumenta il rischio di bolle e di allocazione sbagliata dei capitali. Negli ultimi tempi è stato scritto molto sul rapporto mutevole tra il calo del tasso di disoccupazione e i salari. Il presidente della BCE, Mario Draghi, ha addirittura definito i salari il fulcro della politica monetaria della banca centrale [con questa dichiarazione Draghi implicitamente ammette l’inutilità della Banca Centrale Europea e di quelle indipendenti in generale: se l’obiettivo della BCE è centrato sull’inflazione, e se questa è guidata dall’occupazione e non dalla massa monetaria, le politiche monetarie da sole non possono fare quasi nulla per indirizzare il mercato del lavoro, i salari e quindi l’inflazione, ndVdE]. In tempi di inflazione elevata e di crescita più debole, la crescita dei salari bassi è stata una ragione gradita per estendere le politiche di allentamento monetario. Ora che la crescita è ancora forte, la debole crescita dei salari è un inconveniente che rende difficile la decisione della BCE di muoversi verso il termine delle sue misure non convenzionali.

 

 

La curva di Phillips, che prende il nome dall’economista neozelandese William Phillips, descrive una relazione statistica inversa tra i tassi di disoccupazione e i relativi tassi di inflazione. In poche parole, quando la disoccupazione scende, l’inflazione sale.

 

Fino ad oggi la BCE ha cercato conforto in un famoso concetto dell’economia, chiamato la curva di Phillips. Intitolata a William Phillips, che ne propose l’idea nel 1958, questa curva descrive la relazione inversa che egli osservò tra i tassi di disoccupazione e l’inflazione. Sulla base di questa premessa, gli economisti della BCE hanno costantemente previsto che la crescita salariale in tutta l’area dell’euro deve essere in procinto di accelerare.

 

Purtroppo, le loro proiezioni sembrano non essere più che una pia illusione. Molti fattori stanno mantenendo gli aumenti salariali strutturalmente bassi – in Germania, ma anche in tutta l’area dell’euro. Sebbene il tasso di disoccupazione ufficiale sia basso, i mercati del lavoro in Germania hanno ancora molte sacche nascoste. Molte persone occupano posti a basso salario o sono involontariamente occupate a tempo parziale o temporaneamente. La disoccupazione nascosta, un enorme settore di lavoratori a basso salario e l’afflusso dei rifugiati sono probabilmente i motivi principali della crescita salariale così fiacca. I problemi del settore automobilistico, la minaccia dell’automazione, della globalizzazione e della pressione al ribasso su salari e prezzi dovuta alla digitalizzazione non aiutano. [una spiegazione più estesa dell’allentamento della curva di Phillips è stata data dall’economista Alberto Bagnai nel suo blog Goofynomics: la curva è ancora valida; è scivolata su un nuovo equilibrio in seguito alle riforme strutturali che hanno investito il mercato del lavoro dagli anni ’80 in poi, con l’obiettivo, raggiunto, di diminuire la rigidità dei salari verso il basso, ndVdE]

 

E adesso c’è questo nuovo fattore, del quale il passo intrapreso da IG Metall questa settimana può essere solo un precursore: la forza lavoro tedesca in sé sembra sempre meno interessata a lottare per salari elevati, poiché il compromesso tra denaro e tempo libero in questa società prospera e in via di invecchiamento si sta spostando. Forse è giunto il momento di rivedere la curva Phillips nella teoria economica, così come le ipotesi impiegate dalla BCE e molto di più [o forse è giunto il momento di introdurre nuovamente tutele nel mercato del lavoro, cancellare l’indipendenza delle banche centrali e mettere in campo politiche statali per la piena occupazione? ndVdE].