In Germania le evidenti falle nel mercato del lavoro causate dalle riforme Hartz IV sono ormai apertamente riconosciute anche dalla stampa più conservatrice. Un articolo pubblicato recentemente sul FAZ, quotidiano vicino alla CDU, prende in esame uno studio dell’Istituto di ricerca per il mercato del lavoro di Norimberga sulla costante crescita del numero di persone costrette a svolgere più professioni per sopravvivere. Un’anomalia che è allo stesso tempo causa e sintomo dei pesanti squilibri nella distribuzione del reddito nel Paese tedesco.

 

 

 

della redazione del FAZ, 17 ottobre 2017

 

Donna, lavoratrice a tempo parziale, impiegata in ruoli amministrativi, lavori d’ufficio, nei servizi sociali o nella sanità: secondo l’Istituto di ricerca per il mercato del lavoro di Norimberga (IAB) questo è l’identikit del tipico lavoratore tedesco che, oltre all’occupazione principale, svolge un secondo lavoro. Gli individui presi in esame dalla ricerca sono spesso di nazionalità estera, di mezza età e dal loro impiego principale guadagnano in media di meno rispetto a chi può contare su una professione a tempo pieno.

 

È interessante notare come il numero di persone presenti in questa categoria aumenti di giorno in giorno. Proprio questo venerdì, a seguito di un’interrogazione parlamentare promossa da Die Linke all’Agenzia Federale per il lavoro, è emerso che in Germania la cifra dei lavoratori con più di un’occupazione è aumentata di circa un milione nell’ultimo decennio, fino ad arrivare a 3,2 milioni di persone. Guardando alla dinamica degli ultimi 15 anni, lo IAB restituisce un quadro ancora più preoccupante, con il numero di chi deve far ricorso a due o tre impieghi che si è addirittura raddoppiato dal 2003.

 

Tendenzialmente, a ritrovarsi in una condizione lavorativa come quella appena descritta sono coloro che percepiscono salari estremamente ridotti dalle loro professioni principali. Secondo lo IAB i pluri-impiegati guadagnerebbero in media 570 euro in meno dalla loro primaria fonte di reddito rispetto a chi ha solo un impiego.  In parte, questa differenza può essere spiegata dal fatto che i dipendenti multipli dedicano meno ore lavorative alla professione principale. Ma questa non è l’unica ragione. A detta di Sabrine Klingler e Enzo Weber, i due autori dello studio, si tratta spesso di lavori mal retribuiti.

 

Secondo l’istituto l’incremento delle persone costrette a cercarsi un secondo mestiere è stato in parte favorito dall’ottima capacità di assorbimento del mercato del lavoro, alla quale vanno però aggiunti fattori come la scarsa crescita salariale che si protrae da molti anni e il forte aumento dei lavori a tempo parziale.  Tuttavia non si può tralasciare l’impulso significativo dato da “cambiamenti normativi che introducono l’esenzione da imposte e contributi sociali per i dipendenti con occupazioni marginali”.

 

A detta degli autori dello studio IAB questa esenzione è decisamente critica.

 

È certamente rimarchevole che l’espansione dell’occupazione venga ricompensata con degli incentivi, se si guarda alla capacità di sostentamento dei lavoratori e all’impasse nelle professioni specializzate questa norma può sembrare in principio efficace. Tuttavia, ad approfittare di questa legge sono anche molti lavoratori ad alto reddito; allo stesso tempo gli autori si mostrano preoccupati per  lo “sviluppo professionale sostenibile” di coloro che sono interessati da questa dinamica, oltre che per la loro pensione. La loro proposta alternativa è quindi quella di incentivare gli impieghi principali, per esempio attraverso minori oneri previdenziali per i lavoratori a basso reddito.