Anche sulla stampa mainstream Usa fa capolino la consapevolezza della gravità e della persistenza della crisi economica, ben lungi dall’essersi risolta. Questo articolo del New York Times commenta un grafico che mostra come l’economia statunitense stia manifestando un andamento peggiore che dopo la crisi del ‘29. E chiede che si applichino politiche di stimolo della domanda aumentando la spesa pubblica per innalzare i salari. Un articolo che dovrebbe insegnare qualcosa ai molti cantori della cosiddetta ripresa italiana, la cui debolezza diventa molto evidente, anche in questo caso, grazie a un grafico.

 

 

 

 

Di David Leonhardt, 12 ottobre 2017

 

 

Dai primi brontolii della crisi finanziaria, nel 2007, la gente si è  consolata ricordando la Grande Depressione e pensando a quanto avrebbe potuto andare peggio. In parte è vero. La crisi economica attuale è stata molto meno grave della Grande Depressione.

Tuttavia, la nostra crisi non è finita. Stando a quasi tutti i parametri – occupazione, reddito, patrimonio netto, produzione totale – l’economia è ancora in sofferenza. E ora siamo arrivati a una cupa pietra miliare:

Confronto tra Grande Depressione e Grande Recessione

Andamento cumulativo percentuale del PIL per adulto in età lavorativa, ogni anno dall’inizio della crisi.

Note: La Grande Depressione è iniziata nel 1929, la Grande Recessione nel 2007. Gli adulti in età lavorativa sono quelli tra i 18 e i 64 anni. Le previsioni per gli anni futuri provengono dall’ufficio di bilancio del Congresso e dall’Ufficio di Censimento. 

Da The New York Times | Fonte: Olivier Blanchard e Larry Summers

 

 

Entro il 2019, una misura basilare della salute dell’economia – il prodotto interno lordo per adulto in età lavorativa – avrà probabilmente recuperato meno nei dodici anni trascorsi dall’inizio della nostra crisi che nei dodici anni che hanno seguito l’inizio della Grande Depressione. Quando ho visto il grafico che mostra questo fatto, in un recente articolo di Olivier Blanchard e Larry Summers, sono rimasto stupefatto. Il grafico è riprodotto sopra.

Il prodotto interno lordo, o PIL, misura la produzione totale della nazione, che determina in gran parte il suo tenore di vita. E il crollo della produzione durante la Grande Depressione è stato chiaramente molto peggiore di quello degli ultimi anni, come si può vedere dalla linea grigia. Ma l’economia, allora, alla poi ha avuto un rimbalzo, prima con una rapida crescita verso la metà degli anni ’30 e poi durante la mobilitazione per la guerra all’inizio degli anni ’40.

Questa volta invece il Paese non ha mai avuto il 25 per cento di disoccupazione né una percentuale simile di gente in miseria – grazie a Dio – ma dopo la crisi ha sopportato anni di crescita debolissima. Una debolezza che si può vedere nella linea gialla relativamente piatta.

Entro il 2019, il PIL per ogni adulto in età lavorativa probabilmente sarà superiore solo dell’11 per cento rispetto a quando la crisi è iniziata (escludendo un’impennata imprevista della crescita o una nuova recessione). Questo, considerando un periodo di tempo così prolungato, è un tasso di crescita ben misero. Sì, l’economia è andata abbastanza bene negli ultimi uno o due anni, ma non abbastanza da riuscire a compensare minimamente il lungo calo, soprattutto tenendo conto che la crescita era stata mediocre anche nei primi anni dopo il 2000. Non c’è da meravigliarsi che tanti americani siano furenti e frustrati.

Nel loro lavoro, Blanchard (ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale) e Summers (ex segretario del Tesoro e consigliere della Casa Bianca) sostengono che è giunto il momento per il Paese di affrontare più seriamente il suo grave malessere.

Come?

Gli economisti dovrebbero rimettere in discussione le teorie che dominano da tempo, come hanno fatto sia dopo la Grande Depressione sia durante la stagflazione degli anni Settanta. La Federal Reserve, che ha sottovalutato già più volte la debolezza dell’economia, dovrebbe prendere in considerazione politiche più coraggiose, come l’ipotesi di fare aumentare l’inflazione. Il Congresso e la Casa Bianca dovrebbero prendere in considerazione l’idea di spendere di più per creare posti di lavoro con stipendi dignitosi, nonostante le legittime preoccupazioni sul debito federale.

E invece, molti politici ed economisti continuano a muoversi come se la Grande Recessione non ci fosse mai stata e continuano a restare attaccati alle loro vecchie teorie. Sono cresciuti nella convinzione che il grande rischio dell’economia sia sempre che si surriscaldi, perché questo è stato il grande problema degli anni ’70. Di conseguenza, in molti sono ossessionati dai pericoli legati a un’alta inflazione e ai grandi deficit di bilancio. Si tratta di pericoli reali – ma non sono questi i maggiori pericoli che l’economia deve affrontare adesso.

“Avere una scarsità eccessiva di domanda”, come dichiara Summers, “oggi è diventato un problema uguale all’averne troppa”.

Gli economisti a volte utilizzano come metafora dell’economia una fascia di gomma. Quanto più viene tirata in una direzione, con tanta più forza ritorna nell’altra. Ma è una metafora che andava bene negli anni ’30. Oggi non è più corretta. Dopo la peggior crisi in 70 anni, l’economia americana, come quella di gran parte del mondo, è afflitta da una crescita bassissima.

E non c’è ragione di accettare questa crescita asfittica come la nuova normalità.

Nota: Blanchard e Summers presentano oggi il loro grafico in una conferenza intitolata  “Rethinking Macroeconomic Policy” (“Ripensare la politica macroeconomica”), cui parteciperanno Ben Bernanke e altri importanti economisti. Entro giovedì, si potranno leggere qui gli articoli della conferenza.