Un interessante articolo del blog Alphaville del Financial Times fa delle pesanti ammissioni sul potere di ricatto della BCE all’interno dell’eurozona, che rendendo rischiosi i titoli di stato in un clima di libera circolazione dei capitali, può far cadere governi e imporre i propri rappresentanti non eletti. 

Tutti effetti che gli italiani hanno sperimentato sulla propria pelle, anche se purtroppo gli impresentabili media nostrani hanno sempre attribuito queste crisi a cause inverosimili,  in generale dandone la colpa agli italiani stessi, che a loro dire sarebbero spendaccioni irresponsabili che si meritano tutte le disgrazie che subiscono – anche quelle che vengono dall’appartenenza a un sistema squilibrato e svantaggioso.

Pur facendo queste pesantissime ammissioni, l’autore dell’articolo sembra non percepirne o addirittura sminuirne la gravità, sostenendo che i governi nazionali potrebbero evitare di soccombere e cedere la propria sovranità in un modo semplicissimo, e cioè semplicemente “autoimponendosi” quelle politiche di rigore e di austerità raccomandate da Bruxelles. Certamente questo solleverebbe la BCE dall’onere dei colpi di stato, ma quanto a metodo utile a salvaguardare la democrazia e l’indipendenza dei governi, diciamo che questa affermazione ci appare tendenziosa, volta a manipolare delle menti confuse e a far accettare anche le enormità.

A  proposito della problematica affrontata dall’articolo per cui l’adesione all’euro fungerebbe da baluardo contro i governi autoritari e corrotti dei paesi dell’est, consigliamo questa lettura

 

 

 

 

L’Euro non è un sistema punitivo

 

di Matthew C Klein, 9 novembre 2017

 

Uno dei momenti più suggestivi della saga dell’euro-crisi è stato quando le élite europee hanno costretto Silvio Berlusconi a lasciare la guida dell’Italia per cedere il posto al non eletto Mario Monti. Ciò è stato possibile a causa dell’appartenenza dell’Italia all’eurozona, e della sua conseguente vulnerabilità alla fuga di capitali e alle crisi bancarie.

 

Di primo acchito, il colpo di stato senza spargimento di sangue avvenuto in Italia sembra una buona ragione per tenersi lontani dall’unione monetaria, per coloro che ancora hanno la possibilità di farlo. Ma abbiamo partecipato di recente a un’affascinante conferenza a cura del Centro per le Riforme Europee dove alcuni hanno sostenuto che il potere di veto nei confronti di politici eletti detenuto dalla Banca Centrale Europea è un vantaggio, anziché un difetto.

 

Secondo questo ragionamento, la BCE è una salvaguardia costituzionale che avrebbe potuto prevenire il genere di preoccupante autoritarismo che sta prendendo piede in Ungheria e Polonia. I Paesi determinati a star fuori dall’eurozona, inclusi Ungheria e Polonia (ma non la Svezia, per chissà quale ragione), si sono quindi auto-dichiarati “stati-canaglia”, secondo questo punto di vista.

 

Se ciò fosse vero, si tratterebbe di una scusa intrigante per difendere la moneta unica: l’euro non promuove l’integrazione economica e restringe la disponibilità di investimenti sicuri, ma almeno protegge la libertà. Sfortunatamente, questa difesa non regge. Nel bene e nel male, la sovranità e l’unione monetaria possono essere perfettamente compatibili per qualsiasi governo determinato a mantenere una linea indipendente.

 

Il potere della BCE sugli stati membri deriva da due caratteristiche essenziali dell’unione monetaria:

 

– I governi nazionali non emettono più obbligazioni sicure

 

– I conti bancari presso banche straniere possono essere considerati altrettanto buoni, se non migliori, dei conti detenuti in banche del proprio paese.

 

Nei paesi dotati di una valuta propria, come ad esempio la Nuova Zelanda, i cittadini sono quasi costretti ad acquistare le obbligazioni del governo centrale e depositare i soldi nelle banche locali. Questo avviene perché la maggior parte delle spese e dei prestiti contratti dai cittadini sono denominati in valuta locale. Anche se i neozelandesi acquistano molti prodotti dall’Australia e dalla Cina, preferiscono comunque avere i propri risparmi denominati in dollari neozelandesi. Uno dei vantaggi di questo sistema è che il costo del capitale per il governo si muove inversamente rispetto a quello del settore privato, il che rende molto semplice per lo Stato, in linea di principio, compensare i cambiamenti di comportamento di famiglie e imprese.

 

I cittadini saranno soddisfatti di questa situazione fintanto che le autorità fiscali e monetarie in questi paesi mantengono l’inflazione sotto controllo e impediscono il fallimento degli investimenti percepiti come “sicuri”. Se i governi non tengono fede a questo tacito accordo, i cittadini potrebbero iniziare a portare i soldi all’estero o a investirli in altro modo, per esempio comprando oro, ma normalmente la combinazione di una buona gestione e dell’indipendenza monetaria funziona molto bene.

 

L’euro è stato creato in parte perché alcuni cittadini in Paesi come l’Italia e la Spagna non avevano fiducia che i propri governi sapessero gestire l’inflazione. Hanno sacrificato deliberatamente l’indipendenza monetaria nella speranza di rimediare a quella che loro credevano fosse una cattiva gestione politica a livello nazionale e locale. O, detto in altri termini, speravano che le élite straniere li avrebbero governati meglio dei loro politici eletti.

 

Il controllo straniero sarebbe stato imposto dalla minaccia della fuga di capitali. Ai vecchi tempi, tale minaccia sarebbe stata sterilizzata dalla svalutazione della moneta. La gente che fosse riuscita a portare all’estero i capitali subito ci avrebbe guadagnato, mentre gli altri avrebbe dovuto assorbire un po’ di inflazione. Non era un quadro piacevole, ma non provocava nemmeno collassi paragonabili alla Grande Depressione in termini di occupazione e di produzione. Al contrario, sotto la moneta unica… be’, quello che è successo non era stato concordato in anticipo (se ci fossero stati accordi chiari all’inizio, non ci sarebbe stata una crisi).

 

Il pericolo è chiaro. Se vivi in Spagna, per esempio, guadagni in euro, contrai mutui in euro, e spendi in euro. La maggior parte dei prodotti importati arrivano dall’eurozona. Pertanto, gli spagnoli hanno ottime ragioni per detenere conti bancari in euro e obbligazioni in euro come asset sicuri, ma non hanno alcuna ragione di detenere conti presso banche spagnole o acquistare obbligazioni del governo spagnolo. Questa situazione è intrinsecamente instabile.

 

Quello che dovrebbe fare una normale banca centrale di fronte a una situazione simile sarebbe assumere il ruolo di prestatore di ultima istanza. Ma la BCE è stata appositamente progettata per essere diversa dalle normali banche centrali. Anziché provvedere direttamente a fornire prestiti di emergenza alle banche che hanno necessità stringente di rimpiazzare i depositi in fuga, essa autorizza le banche nazionali a fare tali presti di emergenza giudicando caso per caso. La BCE ha anche dimostrato di non avere particolare interesse a limitare il differenziale (spread) dei tassi di interesse tra i vari Paesi a meno che il Consiglio direttivo non creda che i problemi di un particolare paese possano porre rischi deflattivi nell’intera unione monetaria.

 

Queste caratteristiche conferiscono ampia discrezionalità alla BCE nella scelta se concedere – o negare – aiuto alle banche, sulla base di considerazioni politiche. Pertanto Silvio Berlusconi ritiene, non a torto, che ai parlamentari italiani fu detto che la sua caduta era una condizione indispensabile per poter dare ulteriore sostegno ai tassi di interesse e alle banche italiane alla fine del 2011. A metà del 2015, i politici greci hanno toccato con mano cosa succede quando i decisori della BCE prendono posizione nelle negoziazioni su un salvataggio. Pertanto il sistema disciplinare e punitivo esiste, quantomeno in determinate circostanze.

 

Il problema con l’idea che la BCE avrebbe potuto difendere la libertà in Ungheria, per esempio, è che il sistema punitivo può essere evitato da un governo determinato ad “auto-assicurarsi” tramite una combinazione di surplus di partite correnti, disciplina fiscale e regole bancarie, che renderebbe qualsiasi paese essenzialmente invulnerabile alle pressioni di Francoforte.

 

Di fatto, il governo ungherese ha già fatto le cose che ci si aspetterebbe da lui se fosse un membro dell’eurozona voglioso di preservare la sua indipendenza da “interferenze” esterne. Presumibilmente, se facesse davvero parte dell’eurozona, la differenza sarebbe in termini di grado, non di tipo di politiche.

 

Sin dal 2010 l’Ungheria ha delle partite correnti positive e crescenti:

 

 

Non si tratta semplicemente di un cambiamento delle scelte dei privati: le regole “macroprudenziali” hanno avuto effetto. Nel 2006, circa il 37% dei debiti delle banche ungheresi erano denominate in valuta straniera. Alla fine del 2016, la percentuale era scesa al 29%, nonostante il deprezzamento del fiorino nei confronti dell’euro e del franco svizzero.

 

Oltre a limitare i prestiti in valuta estera, i legislatori ungheresi hanno anche incoraggiato coefficienti patrimoniali bancari molto più alti:

 

 

Il governo ungherese non ha ancora un bilancio in attivo, ma ci va molto vicino. A partire dal 2012, il deficit pubblico è stato in media del 2,3% del PIL, e recentemente si è ulteriormente ridotto.

 

Sembra che la Polonia si stia muovendo nella stessa direzione. Anche se il più grande paese di Visengrad non ha un surplus di partite correnti come quello ungherese, è passato dall’avere un deficit stabile, sia prima che dopo la crisi, di circa il 5% del PIL, a circa un 1% dal 2015. Il governo polacco ha anche tagliato parecchio il suo indebitamento netto. Il governo è in carica da meno tempo, ma non ci sono ragioni di credere che non utilizzerà simili tecniche per “auto-assicurarsi” contro le pressioni esterne.

 

Ci sono buone ragioni perché Ungheria e Polonia non adottino l’euro. Ci possono anche essere ragioni per le quali i polacchi e gli ungheresi potrebbero volere diventare membri dell’eurozona. In ogni caso, la prospettiva di interferenze politiche provenienti da Francoforte non dovrebbe essere il criterio per prendere questa decisione.

 

 

[Aggiornamento: Adam Tooze ci indica questo articolo del 2014, che mostra in maniera analoga come l’Ungheria si sia isolata dalle pressioni internazionali attraverso la regolazione finanziaria e politiche macroeconomiche ortodosse].