Da poco ricordato l’anniversario della Rivoluzione russa d’Ottobre, leggiamo questa particolareggiata analisi di Jacques Sapir sulle condizioni dell’economia russa negli anni precedenti al 1917. Il mondo economico spaccato in due tra grandi aziende foraggiate dallo Stato e piccole aziende in conflitto con il regime. Una borghesia debole e divisa tra l’adesione all’élite aristocratica zarista e il supporto ai movimenti di protesta. La miseria accumulata nella società. Tutti questi fattori, che si scontravano con la totale immobilità del regime zarista sul fronte di qualche seppur minima concessione democratica, hanno fatto sì che la rivoluzione fosse praticamente inevitabile (Jacques Sapir è ancora esiliato dal suo blog Russeurope, qui si può aderire alla petizione per la riapertura).

 

 

 

di Jacques Sapir, 4 ottobre 2017

 

 

Con l’avvicinarsi dell’anniversario del centenario della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, vedremo proliferare testi e dibattiti su questo evento. Alcuni proporranno il concetto di “colpo di Stato”, altri scriveranno della immensa delusione della speranza suscitata dagli eventi dell’ ottobre 1917. Qui voglio fare qualcosa di diverso e, in linea con l’articolo (in inglese) che avevo pubblicato su RussEurope, dedicarmi piuttosto all’analisi delle circostanze che hanno reso possibile o addirittura inevitabile questa rivoluzione.

 

Una forte crescita

È noto che il modello di sviluppo attuato in Russia tra il 1880 e il 1914 [1] ha determinato una forte crescita. Quest’ultima ha permesso alla Russia di avere un PIL uguale a quello della Francia nel 1913 e un PIL molto più elevato di quello dell’Impero austro-ungarico [2]. Così, la produzione di carbone tra il 1880 e il 1900 si quintuplica, mentre a Baku inizia l’estrazione di petrolio (con l’aiuto di stranieri e molti ingegneri tedeschi). Tra il 1880 e il 1904 vengono installati circa 30.000 km di linee ferroviarie.

La produzione industriale cresce a un tasso molto alto, circa l’8% all’anno. Se disaggreghiamo il reddito nazionale in base all’origine, vediamo queste percentuali:

 

– 51% agricoltura;

– 21% industria;

– 17% edilizia;

– 6% trasporto;

– 5% commercio.

 

Inoltre, l’autoconsumo resta ancora importante, il che tende ad abbassare le cifre, che misurano solo ciò che è venduto [3].

 

È da notare l’importanza relativa dello sviluppo delle attività industriali. Nel 1860 c’erano circa 700.000 lavoratori; saranno più di 1,4 milioni nel 1890 e quasi 3 milioni nel 1913. La fabbrica Poutilov, a San Pietroburgo, impiega più di 15.000 lavoratori sullo stesso sito [4]. Ma all’altra estremità della scala, ci sono anche molte aziende con meno di 50 lavoratori, per non parlare dei lavoratori semi-artigiani, che lavorano come subappaltatori per un’impresa “contraente”, i Koustarii. Una delle caratteristiche di questo modello di sviluppo è quella di avere spinto gli antagonismi agli estremi. Peraltro questa crescita non evita che si manifestino carestie, come nel 1892, nel 1898 o nel 1901.

 

Questo modello di crescita è, in un certo senso, opera dei ministri delle Finanze che si sono succeduti, da Mendeleev a Witte, che ha ricoperto la carica dal 1892 al 1903. I ministri che si sono susseguiti hanno sviluppato per la Russia una strategia economica che si è affidata a un forte protezionismo (dalla tariffa di Mendeleyev, del 1891), ma che è stata razionalizzata da Sergei Yu. Witte [5]. Quest’ultimo, appoggiandosi alla nazionalizzazione delle ferrovie russe, sotto la supervisione di Witte, aveva in particolare implementato tariffe differenziate a seconda che le merci fossero trasportate da est a ovest (esportazioni) o da ovest a est (importazioni), nel qual caso il costo al chilometro del trasporto era doppio. Questa politica produsse notevoli risultati in termini di crescita. E portò anche a un aumento significativo degli investimenti netti (ovvero tolto l’ammortamento). Gli  investimenti all’inizio del XX secolo raggiunsero il 13,5% del prodotto nazionale netto. Ma va notato che questo modello è stato caratterizzato anche da un forte intervento dello Stato nelle attività economiche [6], sia direttamente attraverso l’azione delle imprese pubbliche e il bilancio della difesa [7] sia indirettamente attraverso politiche monetarie [8] e fiscali [9] .

 

Il modello di sviluppo

Questo modello è stato quindi caratterizzato da una crescita molto forte dal 1885 fino alla guerra russo-giapponese del 1904-1905 [10]. Questa crescita, tuttavia, mascherava una serie di squilibri ed è stata ottenuta in gran parte a spese del mondo rurale, sul quale pesava un considerevole onere fiscale [11]. L’abolizione della servitù della gleba [12] aveva comportato una scarsità di terra nelle mani dei contadini ora “liberi”[13]. I terreni restavano in gran parte nelle mani della nobiltà e del clero e, in un certo numero di  casi, anche di imprenditori agrari, in grado di ottenere finanziamenti bancari e spesso legati alle società di esportazione di cereali stranieri. L’antica comunità rurale, è vero, si reinventerà durante questi anni [14] , ma continuerà la povertà estrema della massa dei contadini [15].

 

Va osservato che il sistema bancario è sempre stato al di sotto delle esigenze di finanziamento dello sviluppo industriale, in parte a causa del livello di risparmio, ma in parte anche dell’instabilità intrinseca di un settore dove si trovavano banche di natura molto diversa [16]. Questa inadeguatezza del sistema finanziario in rapporto alle esigenze dello sviluppo è una delle ragioni del ruolo importante svolto dallo Stato nel modello di sviluppo economico. La combinazione di grandi banche di deposito, strutturate in società per azioni e spesso legate a grandi banche straniere, e di piccole banche, spesso emanazione di imprese industriali a cui forniscono anche finanziamenti, non contribuiva alla stabilità del sistema bancario. Le banche municipali, che avevano svolto un ruolo importante alla fine del diciannovesimo secolo, videro diminuire notevolmente la loro importanza, anche se aumentò il valore medio della loro capitalizzazione. Il capovolgimento della posizione delle banche municipali (legate al finanziamento delle infrastrutture locali) rispetto a quello delle società di credito (che privilegiavano le relazioni con le aziende) rappresenta uno dei movimenti importanti di questo periodo, come si può constatare dalle tabelle 1(a) e 1(b).

 

Tabella 1 (a)

 

Struttura del sistema bancario russo prima del 1917

 

Tabella 1 (b)

 

Struttura media del sistema bancario russo nel 1917

 

 

 

 

Fonte: Ju. A Petrov, “Kreditnaja Sistema – A. Bankovskij kredit” in Institut Rossijskoj istorii – Rossijskaja Akademija Nauk, Rossija 1913 god, Statistiko-dokumental’nyj spravotchnik, BLITs, San Pietroburgo, 1995, p. 159.

 

 

La concentrazione del sistema bancario, per quanto riguarda le banche “grandi”, è ancora più evidente se si prende in considerazione l’attivo. Le dieci maggiori banche rappresentano oltre il 60% del patrimonio del settore bancario, e le cinque più grandi già il 41%.

Questa instabilità ha reso cruciale il ruolo della Banca centrale, direttamente o indirettamente, per il funzionamento del credito [17]. La Banca Centrale è rimasta la principale fonte di rifinanziamento per le banche private, anche se gli strumenti sono variati nel tempo. Il risconto passò dal 30% al 12% delle fonti di finanziamento tra il 1895 e il 1913, mentre i pronti contro termine sia pubblici sia privati aumentarono dal 7% al 23% nello stesso periodo, e il credito attraverso i conti correnti rimaneva relativamente stabile con una quota oscillante tra il 63% e il 61% [18] .

 

D’altra parte, va sottolineato che il sistema bancario nel suo complesso era fortemente dipendente dalle operazioni finanziarie condotte dal governo. Sia che si tratti  della collocazione di prestiti, pubblici o privati con garanzia pubblica o della gestione di prestiti sovvenzionati emessi dalla banca d’investimento della Banca centrale, siamo in presenza di un peso dominante dei circuiti finanziari controllati dallo Stato. In queste condizioni, è difficile parlare di autonomia dell’attività bancaria nei confronti del potere pubblico. Anche se è innegabile che alcune grandi banche, in particolare quelle collegate a istituzioni francesi, tedesche e belghe e attraverso cui passavano i prestiti di grandi dimensioni in collocazione fuori della Russia, sono state in grado di discutere da pari a pari tanto con la Banca centrale quanto con il ministero delle Finanze, questo non si può generalizzare estendendolo alle altre banche. Inoltre, il passaggio di dirigenti tra posizioni nell’amministrazione e funzioni in queste grandi banche, i legami di parentela diretti e indiretti, anche i matrimoni, hanno contribuito in modo significativo alla collusione tra governo e settore privato in questo campo.

 

Le due Russie?

Nei primi anni del XX secolo si può distinguere chiaramente una particolare geografia dello sviluppo della Russia, geografia che prende, per necessità, una dimensione estremamente politica. Così, si può verificare una crescente opposizione tra le grandi imprese, dislocate in Ucraina e in un bacino che va dalla Polonia a San Pietroburgo, spesso legate al capitale straniero e dipendenti da aiuti di Stato, e le piccole e medie imprese della regione di Mosca, delle Terre Nere e del corso superiore del Volga. I proprietari di queste ultime, a partire dal 1904-1905, cioè dalla guerra russo-giapponese, sono in aperto conflitto con il potere. Lo sono sia per ragioni economiche, in particolare l’accaparramento di risorse pubbliche da parte delle grandi imprese i cui gestori sono integrati nell’élite politica imperiale, sia politiche [19].

 

D’altra parte, vale la pena menzionare il peso delle comunità religiose, e in particolare di quella dei “vecchi credenti” [20] o della comunità ebraica, nello sviluppo di quello che si può definire “il secondo capitalismo russo”. Questo peso è davvero considerevole nello sviluppo di questo capitalismo autoctono.

 

L’opposizione tra i due gruppi si trasforma in conflitto aperto negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale. Questo riflette un secondo squilibrio, il fatto che la crescita economica non riesce a trovare fattori di alimentazione endogeni. Benché spettacolare, la crescita tra il 1885 e il 1905 non ha attivato un processo di arricchimento di alcuni gruppi sociali che potesse alimentare l’economia. Così, dopo la depressione iniziata nel 1903, depressione che alimenta una forte opposizione operaia contro il regime nei centri industriali [21], e prolungata dalla guerra del 1904-1905, la ripresa della crescita è in gran parte determinata dagli ordinativi provenienti dal bilancio militare [22], il che porta a relativizzare le tesi che sostengono lo sviluppo autonomo del capitalismo in Russia [23 ]. Fatta eccezione per l’onere fiscale, che pesa in modo opprimente sui contadini, le relazioni monetarie e commerciali hanno poca presa sul mondo rurale [24] che, e questa è una notevole differenza con il modello di sviluppo dell’Europa occidentale nel XIX secolo, rimane abbastanza largamente isolato da tutta la logica dello sviluppo, anche se ne soffre in modo evidente i contraccolpi. La crescita rimane guidata sia dalle esportazioni (per i prodotti agricoli come i cereali, ma anche il burro) sia dalla spesa pubblica. Vediamo quindi un’economia costituita da due settori relativamente distinti, un modello che sarà ricostituito, anche se in una forma un po’ diversa, dalla collettivizzazione nell’Unione Sovietica.

 

La natura eterogenea dello sviluppo capitalistico

Si possono notare allora due fenomeni evidenti, ma contraddittori. Il primo è che il sistema di produzione capitalista si era diffuso in Russia già prima della Rivoluzione, e questo ancora prima dell’abolizione della servitù della gleba, anche se quest’ultima ha sicuramente portato a un’accelerazione del suo sviluppo. Dal 1890-1900 le forme pre-capitaliste dell’economia erano dominate dalla logica dello sviluppo capitalistico. Tuttavia, questo sviluppo del capitalismo è a macchia di leopardo, con divergenze regionali molto forti, regioni che rimangono in gran parte fuori da questa dinamica, o che la subiscono solo in maniera indiretta e altre, come il bacino industriale che va dalla Polonia (allora Russia) ai dintorni di San Pietroburgo, dove si sviluppano forme di capitalismo molto moderne.

 

La seconda è che il modello di sviluppo è diverso da quello dei paesi dell’Europa occidentale. Il capitalismo in Russia rimane vincolato allo Stato zarista non solo per ragioni politiche, ma anche per ragioni essenzialmente economiche. L’autonomia dello sviluppo economico dalla sfera politica è molto limitata e parziale. Allo stesso modo, come abbiamo già detto, il modello di sviluppo non riesce a trovare le sue fonti spontanee di alimento. Ciò spiega la natura molto contraddittoria della sfera finanziaria, che si sviluppa secondo due logiche distinte.

 

Pertanto, si può sostenere che il modo in cui si sviluppa l’economia russa, tra il 1880 e il 1914, se ha dato luogo a una forte crescita, ha anche portato a una scissione in due dell’economia, con un settore estremamente moderno, in gran parte finanziato da prestiti internazionali o della Banca di Stato e in gran parte alimentato dalla domanda dello Stato (tra cui le spese militari, ma anche lo sviluppo delle ferrovie) o dalle esportazioni e un settore molto meno moderno, che subisce la pressione dello Stato e che alimenta il consumo domestico. Questa ipotesi significherebbe che il dualismo dell’economia sovietica, individuato da molti autori a partire dai piani quinquennali [25], che opponeva l’industria pesante alle industrie rivolte al consumo e all’agricoltura, non sarebbe il risultato del “modello sovietico”, ma in realtà la continuazione di questa scissione nelle strategie implementate da Vyshnegradky e Witte [26]. In questo caso, si deve considerare che la strategia di sviluppo adottata sin dagli anni ’80 è stata un successo, ma ha anche portato ad una situazione di “imprigionamento” in una traiettoria divergente da quella dei paesi dell’Europa occidentale. .

Una rivoluzione inevitabile?

L’esistenza di queste logiche contraddittorie nello sviluppo economico ha la sua traduzione a livello politico. Non solo la “borghesia” russa è debole e incapace di affermarsi come classe dirigente, ma è anche molto divisa. Una parte della borghesia russa sta cercando in realtà di entrare a far parte dell’aristocrazia e della burocrazia zarista; un’altra è in aperto conflitto con il regime zarista e cerca, dal 1912-1913, di stringere un’alleanza con le forze della contestazione, sia che si tratti del movimento socialdemocratico (menscevichi e bolscevichi), sia degli eredi del populismo russo (i socio-rivoluzionari) [27]. Questa situazione è lo specchio politico della miseria che si è accumulata nella società, ma anche dell’oppressione di un regime incapace di attuare anche solo un inizio di riforme che possano essere descritte come democratiche e che avevano caratterizzato paesi come la Gran Bretagna o la Francia. In un modo più profondo, questa situazione rinvia all’incompletezza dello Stato moderno nel quadro dell’autocrazia zarista.

 

Sono questi elementi insieme che hanno reso molto probabilmente necessaria la rivoluzione. La divisione della borghesia, la collusione di una sua parte con l’aristocrazia e il regime zarista probabilmente non ha lasciato altra scelta. Quando guardiamo alla storia della Russia dal 1904 al 1914 vediamo che c’è un tale stallo che QUALSIASI riforma, per quanto piccola, innesca in realtà un processo rivoluzionario o una forma di protesta radicale contro il potere zarista. È quest’ultimo che, per la sua rigidità (e incompetenza), ha portato in gran parte a rendere inevitabile la Rivoluzione.

 

 

 

Note

 

Per un’analisi A. Gerschenkron, “Economic Backwardness in historical perspective”, in A. Gerschenkron, Historical Backwardness in Historical Perspective – A book of essays, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1962. T.H. Von Laue, Sergeï Witte and the Industrialization of Russia, Columbia University Press, NY, 1963 ; idem, “The State and the economy”, in C.E. Black (ed.), The transformation of the Russian society since 1861, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1960. K.C. Talheim, “Russia’s economic development”, in G. Katkov, E. Oberländer, N. Poppe et G. von Rauch, (edits.), Russia enters the Twentieth Century, Temple Smith, Londres, 1971. R. Portal, “The industrialization of Russia” in J. Habakkuk et M. Postan (edits.), The Cambridge Economic History of Europe, vol. VI, part. II, Cambridge University Press, Cambridge, 1966.

[2] Gregory P., Russian National Income, 1985-1913 , Cambridge University Press, Cambridge, 1982,

[3] Idem, p. 73.

[4] Voir Marie J-J., Le Dimanche Rouge, Paris, Larousse, 2008

[5] T.H. Von Laue, Sergeï Witte and the Industrialization of Russia, op.cit..

[6] B.V. Anan’itch, “The economic policy of the tsarist government and enterprise in Russia from the end of the nineteenth century through the beginning of the twentieth century”, in F.V. Cartensen (ed.), Entrepreneurship in the Imperial Russia and the Soviet Union, Princeton University Press, Princeton, 1983.

[7] Stepanov, V. L., «Statist Industrialization and Economic Autarky» in Russian Studies in History. Vol. 47. No. 3, 2009.

[8] O. Crisp, “Russian financial Policy and the Gold Standard at the end of the nineteenth century”, in Economic History Review, vol. VI, n°2, 1953, décembre.

[9] Il che porta un oppositore della politica di S. Witte a parlare di “socialismo di Stato” ; vedi E. Tsyon, Les finances russes et l’épargne française, Calmann-Levy, Paris, 1885.

[10] P.I. Lyachtchenko, Istorija Narodnogo Hozjajstva SSSR, Gospolitizdat, Moscou, Vol.2, 1950. P.R. Gregory, Russian National Income 1885-1913, Cambridge University Press, Cambridge, 1985.

[11] T.H. Von Laue, Sergeï Witte and the Industrialization of Russia, op. cit.

[12] Montlibert de, C., (2014), L’émancipation des serfs de Russie – L’année 1861 dans la Russie impériale, Bruxelles, Académie Royale de Belgique ; Moon, D. (2001), The Abolition of Serfdom in Russia, Harlow, Pearson Education Limited.

[13] Gorshkov, Boris B. (2006) “Serfs, Emancipation of” in Encyclopedia of Europe, 1789–1914. John Merriman and Jay Winter, eds. in chief, (2006), Encyclopedia of Europe, 1789–1914, New York, Charles Scribner’s Sons ; Mironov, B., (1996) “When and Why was the Russian Peasantry Emancipated?” in Bush M.L., (Ed.), (1996), Bush M.L., (Ed.), (1996) Serfdom and Slavery: Studies in Legal Bondage Ed. London, Longmanpp. 323–347

[14] Atkinson D., (1983), The end of the Russian land commune : 1905-1930, Stanford University Press, Stanford.

[15] Shanin T., The Akward Class. Political Sociology of Peasantry in a developping society : Russia 1910-1925, Oxford University Press, Oxford, 1972

[16] S.I. Borovoj, Kredit i Banki v Rossii, Gosfinizdat, Moscou, 1958.

[17] I. F. Gindin, Gosudarstvennyi bank i ekonomitcheskaja politika tsarskogo pravitel’stva, Nauka, Moscou, 1960.

[18] I.N. Slansky (ed.), Gosudarstvennyi bank. Kratkii otcherk dejatel’nosti za 1860-1910 gody, Gosudarstvennyi Bank Izdatelstvo, St. Petersbourg, 1910, p. 54. Coll., Otchet za 1913, Gosudarstvennyi Bank Izdatelstvo, St. Petersbourg, 1914, p.14.

[19] C. Goldberg, The association of Industry and Trade: 1906-1917, PhD., State University of Michigan, Chicago, 1974. J.L. West, The Moscow Progressists : Russian Industrialists in Liberal Politics : 1905-1914, Ph.D., Princeton University, princeton, 1975. R.A. Roosa, “Russian Industrialists and ‘State Socialism’ 1906-1917”, in Soviet Studies, vol. 23, n°2, 1972, pp. 395-417. J.D. White, “Moscow, Petersburg and the Russian Industrialists”, in Soviet Studies, vol. 24, n°2, 1973, pp. 414-420.

[20] W.L. Blackwell, “The Old Believers and the rise of the private industrial enterprise in early nineteenth century Moscow”, in W.L. Blackwell (ed.), Russian economic development from Peter the Great to Stalin, Praeger, New York, 1974. Kirillov I.A. La vérité de la vieille croyance, Barnaoul, 2008. Sur les « vieux croyants » on lira avec profit Pascal P. Avvakum et les débuts du Raskol, EPHE, Mouton & Co, Paris, 1963.

[21] Nossatch V.I., Profsoyuzny Sankt-Peterburga 1905-1930, [Syndicats de Saint-Pétersbourg, 1905-1930], Saint-Pétersbourg, Neva, 2001.

[22] Voir K.F. Chatsillo, “O disproportsij v razvitij vooruzhennyh sil Rossii nakanunie pervoij mitovoj vojny (1906-1914), in Istoritcheskie Zapiski, vol. 83, 1969, pp. 123-136.

[23] Comme celles de R. Portal, in “The industrialization of Russia”, op. cit.

[24] D. Atkinson, The end of the Russian land commune : 1905-1930, Stanford University Press, Stanford, 1983.

[25] Hutchings R., The Structural Origins of Soviet Industrial Expansion, Macmillan, Londres, 1984 ; E.Zaleski, La Planification Stalinienne, Economica, Paris, 1984.

[26] Stepanov, V. L., “Three Ministers of Finance in Postreform Russia.” Russian Studies in History 35(2), 1996

[27] Venturi F., Roots of Revolution: A History of the Populist and Socialist Movements in Nineteenth-Century Russia, New York, Alfred A. Knopf, 1960.