Con la caduta di Mubarak nel 2011 e l’ascesa di Morsi, il Sinai, regione dove i Fratelli Mussulmani sono tradizionalmente forti, è diventato un porto sicuro per l’ISIS. Ma con la rimozione di Morsi e la restaurazione di Al-Sisi nel 2013, gli islamisti hanno immediatamente iniziato le operazioni contro le forze di sicurezza nell’area, aggiungendo ulteriori problemi in un’area abitata da una popolazione, i beduini, che il governo egiziano da sempre tratta con diffidenza. Così i residenti, stretti tra l’incudine dell’esercito e il martello dell’ISIS, come dimostrano i recenti attentati, vedono sempre più ristretti servizi e diritti, mentre l’intera area, a causa della repressiva e miope politica governativa, si avvia a diventare un centro di reclutamento per l’ISIS. Da Foreign Affairs.

 

di Maged Atef, 13 marzo 2017

 

 

Dopo decenni di relativa calma, El-Arish, la capitale della provincia del Sinai settentrionale in Egitto, è diventata un centro di reclutamento per lo Stato islamico (ISIS). Il 9 gennaio, il gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi a due posti di blocco della città che hanno causato la morte di otto poliziotti. Quattro giorni dopo, il ministero degli interni egiziano ha rilasciato una dichiarazione sulla morte di dieci uomini che ha definito terroristi. Sono stati uccisi quando le forze di sicurezza hanno preso d’assalto il loro nascondiglio in rappresaglia agli attacchi dell’ISIS, in un’operazione trasmessa dalla televisione di stato egiziana.

 

Le immagini hanno colto di sorpresa diverse famiglie di beduini nel nord del Sinai, che hanno riconosciuto in sei degli uomini uccisi gente del posto che era stata arrestata e portata via dalle proprie case circa due mesi prima. Le famiglie ritenevano che la polizia avesse portato i loro figli fuori dalle celle del loro carcere, li avesse sistemati in un appartamento e li avesse uccisi a sangue freddo per convincere gli egiziani che le forze di sicurezza del paese stavano combattendo efficacemente il terrorismo.

 

Durante un incontro di queste famiglie il giorno seguente, i loro rappresentanti hanno deciso di rifiutarsi di partecipare a una riunione che era stata concordata con il ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar, che le famiglie hanno chiamato “nemico”. Un successivo elenco di richieste uscite dalla riunione includeva l’immediato rilascio di tutti i prigionieri del Nord Sinai che erano detenuti in attesa di indagini e che non avevano ancora ricevuto sentenze. Il consiglio, non confidando più nella sicurezza di alcun prigioniero nelle mani delle forze dell’ordine egiziane, si è impegnato a iniziare una campagna di disobbedienza civile se i prigionieri non fossero stati rilasciati.

 

Poiché questa è un’area tribale, le grandi famiglie beduine costituiscono la maggior parte degli imprese, della ricchezza e dei residenti. Se i capi delle famiglie decidessero di smettere di collaborare con la polizia e l’esercito, ad esempio, i servizi di sicurezza sarebbero messi in una situazione imbarazzante e difficile. Questo è il motivo per cui le forze di sicurezza sono attente ai buoni rapporti con le famiglie.

 

I residenti di El-Arish hanno ragione a essere preoccupati. Dopo la cacciata dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak nel 2011, centinaia di islamisti egiziani sono tornati dall’Afghanistan e centinaia di altri sono stati rilasciati dal carcere. Questi islamisti credevano che fosse l’inizio di una nuova era. Molti hanno scelto di radunarsi nel Nord Sinai. Immediatamente dopo che l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi è stato rimosso dal potere nel 2013, gli islamisti hanno iniziato le operazioni contro le forze di sicurezza nell’area. Ahmad Wasfy, il capo della divisione dell’esercito conosciuta come Secondo Esercito Egiziano, assicurò agli egiziani che le operazioni militari nel Sinai avevano avuto un enorme successo e sarebbero presto finite. Il Sinai sarebbe stata un’area senza terrorismo.

 

Più di tre anni dopo, continuano gli attacchi terroristici contro personale di sicurezza e posti di blocco. Alcune aree sono state evacuate con la forza, i residenti sono stati sfollati in altre zone e l’esercito egiziano ha perso gran parte del suo sostegno popolare mentre l’ISIS si è insediato nel Sinai.

 

In una semplice casa di El-Arish, sono stato ricevuto da Sheikh Ali al-Deeb, il cui figlio, Abdul Ati, era uno dei giovani uomini che sono stati dichiarati morti dalle forze di sicurezza. “Mio figlio è stato ucciso ingiustamente“, ha detto il vecchio uomo, ricacciando le lacrime. “L’8 ottobre mio nipote è venuto da me urlando che mio figlio era stato arrestato. Ha detto che erano in strada a trainare un’auto guasta quando le forze di sicurezza hanno preso mio figlio e il suo camion“. Quando Deeb è andato alla stazione di polizia per chiedere di suo figlio, “hanno negato ogni connessione con l’arresto e hanno detto che avrebbe potuto essere stato lo Stato Islamico. Poi abbiamo trovato il suo camion all’interno della stazione di polizia di El-Arish. Siamo tornati chiedendoci come avrebbero potuto negare di tenere mio figlio mentre erano in possesso del suo camion!“. Dopo aver confermato la posizione di suo figlio, “ho ringraziato Dio che fosse nelle mani della sicurezza. Almeno sapevo dov’era. Non avrei mai immaginato che la vita di mio figlio sarebbe finita per mano loro“, ha detto Deeb.

 

Ho incontrato anche Ashraf Hefny, portavoce del Comitato popolare per El-Arish. “Molti dei nostri giovani vengono arrestati senza alcuna indagine preliminare, e altri sono scomparsi con la forza“, ha detto. “Ma che lo stato uccida sei giovani già in stato di arresto e li chiami terroristi, quando tutta la città sapeva che erano sotto detenzione – questo è senza precedenti“. “Vogliamo solo essere parte dell’Egitto. Lo stato sta cercando di separarci dal paese“, ha aggiunto.

 

MARGINALIZZAZIONE E ABBANDONO

 

Da quando il Sinai è tornato sotto controllo egiziano dopo il trattato di pace con Israele, le autorità egiziane hanno osservato i residenti con scetticismo, a causa dei timori che la loro lealtà continui ad andare agli israeliani piuttosto che agli egiziani. Ai residenti del Sinai è vietato raggiungere qualsiasi incarico di alto livello nello stato. Non possono lavorare nell’esercito, nella polizia, nella magistratura o nella diplomazia. Nel frattempo, negli ultimi 40 anni nessun progetto di sviluppo è stato intrapreso nel Nord Sinai. I villaggi di Rafah e Sheikh Zuwayed non hanno scuole o ospedali e nessun sistema moderno per ricevere acqua potabile. Dipendono dall’acqua piovana e dai pozzi, come se fosse il Medioevo.

 

Le tre principali città del Nord Sinai (Rafah, Sheikh Zuweid ed El-Arish) sono state isolate dall’Egitto nella misura in cui nessun cittadino egiziano è autorizzato a entrare nel Nord Sinai a meno che non sia residente, come confermato da una carta d’identità nazionale. I posti di blocco sono diventati un onere gravoso; si possono trascorrere tre ore in attesa dell’ingresso, senza spiegazioni. Molte delle strade di El-Arish sono state chiuse dai militari e centinaia di ettari di uliveti sono stati abbattuti e ridotti a pascolo con la forza. Lo stato affermava che gli oliveti erano nascondigli per terroristi. Inoltre, ogni giorno i servizi di sicurezza interrompevano le comunicazioni via Internet su tutta la città per 12 ore consecutive durante la settimana che ci ho trascorso. Le strade della città sono piene di mucchi di spazzatura. Dopo un attacco in cui l’ISIS ha bruciato i camion della raccolta rifiuti, lo stato ha deciso di penalizzare i cittadini non inviando i ricambi.

 

Fino a poco tempo fa, El-Arish è stato relativamente risparmiato dagli scontri armati tra lo stato e l’ISIS. Ma molti dei residenti di Sheikh Zuweid e Rafah sono scappati come fuggitivi a El-Arish in seguito alle continue operazioni militari in quelle zone. Ma adesso è normale sentire il rumore degli spari per tutta la sera. L’esercito ha bombardato pesantemente a sud della città, il che, secondo un portavoce militare, avrebbe dovuto liquidare le roccaforti dei terroristi.

 

UNA TRAGICA DINAMICA

 

Nel corso degli anni, lo stato egiziano ha cercato di comprarsi la lealtà delle tribù beduine del Sinai trasformando il ruolo del capo tribale in una posizione ufficiale del governo. Ma piuttosto che permettere alla tribù o al villaggio di nominare il proprio capo, lo fa lo stato. A sua volta, il capo ufficiale non è più la figura guida di una famiglia o una fonte di fiducia. “Un cieco che guida un cieco” è il modo in cui Safwat Gelbana, figura di spicco della famiglia Gelbana di El-Arish, ha descritto la situazione. “I capi nominati delle famiglie dicono allo stato ciò che questo vuole ascoltare e possono riportare le istruzioni dei servizi di sicurezza alla gente, ma sono davvero in grado di contenere problemi? Ne dubito“.

 

Senza capi potenti, gli abitanti del Sinai sono incastrati tra l’incudine e il martello: l’esercito e l’ISIS. Anche se religiosa, in linea di massima la popolazione rifiuta la retorica dell’ISIS e ritiene il gruppo responsabile dell’aumento della miseria. D’altro canto, la popolazione di giorno in giorno si fida meno dell’esercito, poiché interrompe comunicazioni e servizi, assedia la città, bombarda villaggi e deporta i residenti. Quando i residenti consegnano un terrorista all’esercito, vengono impunemente massacrati dall’ISIS. Se rimangono in silenzio, lo spionaggio militare può arrestarli e demolire le loro case, a volte mentre sono ancora dentro.

 

Un esempio di questa triste dinamica si è verificato il 10 novembre. A mezzogiorno, due auto si sono fermate in una piazza nel centro di El-Arish. Ne sono saltati fuori cinque uomini armati. Hanno trascinato fuori dall’auto un uomo sulla quarantina e lo hanno scaricato a terra con le mani legate dietro la schiena. Mormoravano qualcosa che gli astanti non erano in grado di decifrare. Poi gli hanno sparato in testa e se ne sono andati gridando “Allahu Akbar!” E “Gloria all’Islam!”. Gli astanti si sono avvicinati al corpo dell’uomo per scoprire che era un noto mercante di El-Arish.

 

Con difficoltà, siamo riusciti a parlare con uno dei parenti stretti dell’uomo, un giovane che ha accettato di parlare sotto anonimato. La vittima “era proprietaria di una ditta di mobili e forniva mobili per ufficio alle unità dell’esercito a El-Arish“, ha detto l’uomo. “Non ha consegnato membri dell’ISIS all’esercito. Ha a malapena commerciato con l’esercito, ma la sua punizione è stata essere ucciso per strada in pieno giorno. L’esercito non ha alzato un dito e non ha neanche promesso di trovare gli esecutori“.

 

Il giovane arrabbiato si è rivolto allo stato. “Ci arrestate, ci chiamate traditori, bombardate le nostre case, e tuttavia non vi preoccupare di trovare chi ci uccide se collaboriamo o commerciamo con voi”, ha detto. “Questa oppressione e questa ingiustizia che state infliggendo alla gente del Sinai non farà che creare un ambiente fertile per il reclutamento dei membri dell’ISIS. Avete trasformato il Sinai in un incubatore del terrorismo. Dovete biasimare solo voi stessi per questo“.