Dal Telegraph,  Ambrose Evans Pritchard commenta la tormentata contrattazione per la Brexit condotta dalla Gran Bretagna paragonandola alle lotte di liberazione dai regimi coloniali. L’esecutivo “imperiale” della Ue risulta altrettanto lontano, dispotico e intollerabile per un popolo che voglia essere padrone in casa propria; e la lotta che bisogna intraprendere per liberarsi dà la misura di questo vero e proprio impero sovranazionale.  Pritchard evoca le parole di Sukharno ed esorta il governo inglese a non cadere nella trappola dei compromessi e a mostrare la volontà più forte. 

 

 

 

di Ambrose Evans Pritchard, 6 dicembre 2017

 

tradotto in collaborazione con Margherita Russo

 

L’Unione europea è meglio intesa come una costruzione imperiale, se non proprio un impero. Una volta vista sotto questa luce, qualsiasi pretesa morale viene smascherata.

 

Lo storico belga David Van Reybrouck ha scatenato un putiferio negli ambienti intellettuali europei infrangendo il tabù, e proprio dal cuore del sistema di Bruxelles, dal centro-sinistra. Egli sostiene che il populismo euroscettico sia stato diagnosticato falsamente, etichettato in modo troppo disinvolto come una protesta anti-immigrati, o anti-capitalista, o contro l’iper-globalizzazione.

 

L’intellighenzia dell’UE ha fatto molto in fretta a cogliere echi dei movimenti proto-fascisti degli anni tra le due guerre, ma tuttavia ha perso il miglior parallelismo con quell’epoca: la resistenza anti-coloniale contro gli imperi belgi, olandesi, britannici o francesi – che da quel punto in poi hanno preso seriamente la loro “missione civilizzatrice”.

 

La vita in Europa nel 2017 assomiglia sempre di più a come si stava sotto l’amministrazione coloniale. Siamo sottoposti a un’amministrazione invisibile che dà forma al nostro destino fino ai più piccoli dettagli. Non dovremmo essere davvero sorpresi del fatto che stia causando rivolte“, ha detto Van Reybrouck, che si è formato studiando il dominio belga in Congo e la politica olandese nelle Indie orientali.

 

Gli ultimi regimi coloniali avevano dei “consigli popolari” proprio come oggi esiste un Parlamento europeo, ma il potere sostanziale risiedeva nell’esecutivo imperiale, che agiva “lontano da noi, senza di noi, a nostro nome“, come oggi a Bruxelles. Il miglioramento delle condizioni di vita era fuori questione. Qualsiasi popolo vive nella “rabbia permanente” quando non è padrone in casa propria, ha scritto il leader nazionalista indonesiano Sukarno nel 1930.

 

Van Reybrouck afferma che il “riflesso coloniale” rappresentava i leader ribelli come dei devianti. Cita un ministro olandese che respinge il movimento di resistenza indonesiano come un tentativo disperato che attirava le caste più basse e meno istruite. Suona familiare? “È la routine: ridurre sempre il problema a poche mele marce che contaminano il resto“, dice Van Reybrouck.

 

I difensori del progetto potranno ribattere che l’UE è un club di Stati sovrani che hanno firmato volontariamente dei trattati, e ognuno ha un posto al tavolo. Questo è ciò che Platone avrebbe chiamato una “nobile menzogna”. Le sofferenze degli irlandesi nel 2010 o della Grecia nel 2015 hanno messo in luce il vuoto di tale incongruenza, e i drammi patiti dalla Gran Bretagna quest’anno per tirarsi fuori mostrano che l’UE è diversa da qualsiasi altra organizzazione internazionale dei tempi moderni. Bisogna battersi per poter recedere.

 

Non è il caso di riaprire il capitolo sul referendum, ma qui si rischia di impantanarsi nelle minuzie della Brexit, dimenticando il motivo per cui la Gran Bretagna ha scelto di uscire. Non è una scelta stravagante. La decisione si è imposta perché l’UE ha iniziato a rivendicare un potere “totalitario”, per usare la definizione di Hannah Arendt, un assalto sistematico alle tradizioni e alle istituzioni pre-esistenti al fine di creare un ordine completamente nuovo.

 

Noi non desideriamo vivere sotto un regime transnazionale sovraordinato, gestito da un Consiglio Europeo che i cittadini britannici non eleggono direttamente e non possono rimuovere – persino quando persiste nell’errore – e guidato da una Commissione sacerdotale con poteri quasi esecutivi. Né vogliamo vivere sotto una corte suprema dell’UE che col trattato di Lisbona ha acquisito un potere totale, senza diritto di appello.

 

Stiamo recuperando i diritti perduti, proprio come le colonie americane negli anni 1770 miravano a recuperare i poteri legislativi spazzati via da George III. Anche se non si accetta questa descrizione, è chiaro che l’unione monetaria deve condurre ineluttabilmente nel tempo all’unione fiscale e politica o fallire, e questo lascia la Gran Bretagna in una posizione impossibile. Il progetto si è allontanato da noi. È diventato un'”Utopia senza stati nazione”, come l’ha definito il presidente dell’UE Donald Tusk in un momento di sincero sconforto.

 

Non perdiamo di vista questa lotta di portata costituzionale mentre i colloqui giungono a un punto cruciale a Bruxelles. Come temevo, il governo è caduto nella stessa trappola in cui era caduta Syriza: ha tentato di bluffare con l’UE, con le stesse conseguenti concessioni e ritirate. Ora è talmente determinato a garantire un accordo di Fase 1 da aggrapparsi a formule deliranti come l'”armonizzazioneo normativa” dell’UE per l’Ulster.

 

Che dire dell’ultima svolta di David Davis, che ora parla di una simile armonizzazione per l’intero Regno Unito? Una camicia di forza di questo tipo impedirebbe alla Gran Bretagna di ottenere accordi commerciali su beni e servizi con Stati Uniti, Cina, Giappone o India. Nella migliore delle ipotesi, significherebbe rimanere all’interno dell’Unione doganale dell’UE. Ciò lascerebbe il Regno Unito intrappolato in un limbo, un membro dell’UE senza diritto di voto, incapace di liberarsi anche in futuro.

 

Una tale concessione potrebbe sbloccare il periodo di transizione, ma non risolve nulla. Serve soltanto ad arretrare un poco dal bordo del precipizio, ed è in ogni caso un asset che perde valore velocemente. Come ha detto il presidente del Lloyd’s di Londra Bruce Carnegie-Brown al summit di Milken, i servizi finanziari sono costretti dalle autorità di regolamentazione a comportarsi come se ci fosse uno scenario senza accordi. “Un hard Brexit è già nei piani“, ha detto. Né è probabile che spostare l’accento su negoziati commerciali di Fase 2 sia la soluzione, dal momento che il governo persegue l’illusione di un accordo “Canada Plus”. Un accordo di questo tipo non è né probabile né legalmente possibile. I documenti trapelati dal negoziatore dell’UE Michel Barnier suggeriscono che la Gran Bretagna non otterrà altro che un “normale” accordo di libero scambio (FTA) che copra i beni di base ma non i servizi.

 

Potrebbe addirittura essere meno del CETA canadese – forse un “Canada Dry” come suggeriscono alcuni – poiché i servizi sono una competenza “mista” e richiedono il consenso di tutti gli stati membri, dove si trovano diversi potenziali distruttori, come il parlamento vallone. L’ostacolo politico è molto elevato. La rivelazione shock degli ultimi giorni è che il cancelliere tedesco Angela Merkel sia disposta a rinunciare alla ratifica del CETA (che tutti pensavano fossero cosa fatta) per creare una coalizione con i Verdi. Se Berlino può essere così frivola nei confronti di un affidabile alleato democratico della NATO come il Canada, la Gran Bretagna non può contare su nulla.

 

Un semplice accordo di libero scambio delle merci non ha bisogno di ratifica, ma non ci servirebbe a nulla. Non farebbe che continuare ad assicurare l’accesso senza restrizioni dell’UE al nostro mercato dei beni e salvaguardare il loro surplus commerciale di 80 miliardi di sterline, senza offrire alcun accesso corrispondente ai servizi, che costituiscono i quattro quinti dell’economia britannica e dove abbiamo un significativo surplus. La City verrebbe abbandonata al suo destino.

 

Se questo è tutto ciò che l’UE ha da offrire, non dovremmo perdere altro tempo e credibilità a fare richieste. Dovremmo optare per un accordo nell’ambito dell’OMC con le tariffe molto basse di oggi, e condizionare il pagamento di 50 miliardi per il recesso al fatto che l’Unione europea dimostri buon senso sui diritti di atterraggio delle compagnie aeree, su Euratom, sul delicato settore del commercio dei prodotti alimentari ed altre questioni determinanti. Se l’UE poi desiderasse offrirci un accordo migliore, la porta sarebbe sempre aperta.

 

C’erano solo due opzioni per il Regno Unito dopo la Brexit: una “rottura netta” stile OMC, oppure un accordo simile a quello della Norvegia nell’Area Economica Europea. Ho sempre preferito la via più morbida della Norvegia, un compromesso che avrebbe preservato un elevato accesso al mercato unico dell’UE, con i “passporting rights” per la City (cioè il diritto di vendere prodotti finanziari al resto d’Europa senza pagare dazi doganali, ndt), sotto un foro separato (EFTA).

 

Ciò ci avrebbe permesso di restare al di fuori dell’unione doganale e quindi in grado di concludere altri accordi commerciali. Avrebbe significato sfuggire alla politica comune sulla pesca e l’agricoltura dell’UE, così come all’influenza della Corte di giustizia europea (CGE) su una serie di politiche (primo e secondo pilastro e Carta europea), con un freno di emergenza alla immigrazione.

 

Ma purtroppo non ha funzionato. Se Theresa May avesse spinto per questo tipo di accordo dopo il voto sulla Brexit, avrebbe potuto ottenerlo. Se dovesse chiederlo ora, nella disperazione e con una situazione di debolezza politica, l’UE non accorderebbe un accordo di tipo norvegese. Oggi escogiterebbe una prova di forza sul confine irlandese per mantenere la Gran Bretagna nell’unione doganale, e si impunterebbe su una posizione massimalista per la CGE.

 

Siamo ormai in un vicolo cieco: una Brexit morbida a condizioni tollerabili non è più possibile; Canada Plus è una chimera; e non c’è una maggioranza in Parlamento per una rottura netta decisiva.

 

Come avrebbe reagito Sukarno a questa situazione, o Nehru, Nasser, e Nkrumah, ci si chiede? Di certo non avrebbero perso un solo momento di sonno per un punto o due del PIL. Il loro unico obiettivo era quello di raggiungere l’indipendenza, e ci sono riusciti, dimostrando di avere la volontà più forte.