Proponiamo un commento di Shashi Tharoor, una delle voci più autorevoli dell’India moderna, sulla recente presa di coscienza dell’India riguardo i crimini perpetrati dalla Gran Bretagna nel sub-continente asiatico. Gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo, che nel 1700 rappresentava il 27% del PIL globale, e dopo due secoli di dominio coloniale lo ridussero ad uno dei più poveri al mondo. Oggi che l’India rappresenta nuovamente una superpotenza economica, davanti alla quale la stessa Gran Bretagna è costretta a chinarsi per ottenere necessari finanziamenti, gli indiani, che pur non hanno mai espresso sentimenti ostili verso gli ex padroni, ottengono la rivincita per le umiliazioni subite. Una lezione storica e morale da non sottovalutare, in un mondo che rimane sempre caratterizzato, anche in Europa, dalle tendenze espansionistiche e imperialistiche di paesi atavicamente coloniali, e che si riassume in un semplice concetto: i popoli oppressi non dimenticano mai le ingiustizie subite.

 

 

 

Di Shashi Tharoor, 20 febbraio 2017

 

 

NUOVA DELHI – Gli indiani tendono a non soffermarsi sul passato coloniale del paese. Forse a causa della loro forza come nazione, o forse per via della debolezza del senso civile, l’India ha a lungo rifiutato di nutrire rancore contro la Gran Bretagna per 200 anni di asservimento imperiale, saccheggio e sfruttamento. Ma l’equanimità degli indiani riguardo al passato non annulla ciò che è stato fatto.

 

 

Il ritiro simbolico della Gran Bretagna dall’India nel 1947, dopo due secoli di dominio imperiale, comportò una selvaggia spaccatura che diede origine al Pakistan. Ma curiosamente ciò non ha originato alcun rancore verso la Gran Bretagna. L’India scelse di stare nel Commonwealth come repubblica e mantenne relazioni cordiali con i suoi ex padroni.

 

 

Alcuni anni dopo, Winston Churchill chiese al primo ministro Jawaharlal Nehru, che aveva passato quasi un decennio della sua vita nelle carceri britanniche, la ragione della sua apparente assenza di rancore. Nehru rispose che “un grande uomo”, Mahatma Gandhi, aveva insegnato agli indiani “a non temere né odiare mai”.

 

 

Ma, nonostante le apparenze contrarie, le cicatrici del colonialismo non si sono del tutto rimarginate. L’ho imparato di persona nell’estate del 2015, quando ho pronunciato un discorso alla Oxford Union denunciando le iniquità del colonialismo britannico – un discorso che, con mia sorpresa, ha suscitato forti reazioni in tutta l’India.

 

 

Il discorso è diventato rapidamente virale sui social media, dove un post ha registrato più di tre milioni di visite in sole 48 ore, ed è stato ripubblicato su siti Web di tutto il mondo. Persino i miei avversari di destra hanno smesso di trollarmi sui social media per il tempo sufficiente a salutare il mio discorso. La portavoce del Lok Sabha, Sumitra Mahajan, si è sperticata a farmi i complimenti durante un evento a cui partecipava il Primo Ministro Narendra Modi, che poi si è congratulato pubblicamente con me per aver detto “le cose giuste nel posto giusto”.

 

 

Scuole ed università hanno mostrato il discorso ai loro studenti. Un’università, la Central University of Jammu, ha organizzato un seminario di un giorno, durante il quale eminenti studiosi affrontavano specifici punti che avevo sollevato. Centinaia di articoli sono stati scritti in risposta, sia a sostegno che contro le mie dichiarazioni.

 

 

Due anni dopo, vengo ancora avvicinato in luoghi pubblici da sconosciuti che elogiano il mio “discorso di Oxford”. Il mio libro sullo stesso tema, An Era of Darkness, è saldo nelle classifiche dei bestseller indiani fin dalla sua pubblicazione alcuni mesi fa. L’edizione inglese, Inglorious Empire: What the British Did to India, sarà pubblicata prossimamente.

 

 

Tenendo conto del tradizionale atteggiamento dell’India verso il colonialismo, non mi aspettavo una simile accoglienza. Ma forse avrei dovuto. Dopotutto, gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo – che rappresentava il 27% del PIL globale nel 1700 – e, in 200 anni di dominio coloniale, lo ridussero ad uno dei più poveri del mondo.

 

 

La Gran Bretagna distrusse l’India attraverso il saccheggio, l’esproprio ed il vero e proprio furto – tutti condotti con uno spirito di profondo razzismo e cinismo amorale. Gli inglesi giustificavano le loro azioni, compiute con la forza bruta, con un’ipocrisia e supponenza sconcertanti. Lo storico americano Will Durant definisce la sottomissione coloniale britannica dell’India “il più grande crimine di tutta la storia”. Che si sia d’accordo o meno, una cosa è chiara: l’imperialismo non è stato, come hanno sostenuto alcuni insulsi apologeti britannici, un’impresa altruistica.

 

 

La Gran Bretagna ha sofferto di una sorta di amnesia storica sul colonialismo. Come recentemente sottolineava Moni Mohsin, uno scrittore pakistano, il colonialismo britannico è largamente assente dai programmi scolastici del Regno Unito. I due figli di Mohsin, nonostante frequentino le migliori scuole di Londra, non hanno mai seguito una sola lezione sulla storia coloniale.

 

 

I londinesi sono fieri della loro magnifica città, ma sanno ben poco della rapacità e del saccheggio che l’hanno resa tale. Molti britannici sono sinceramente inconsapevoli delle atrocità commesse dai loro antenati, e alcuni vivono nella beata illusione che l’impero britannico sia stato una sorta di missione civilizzatrice per elevare i selvaggi nativi.

 

 

Questo apre la strada alla manipolazione delle narrazioni storiche. Le soap opera televisive, con la loro stucchevole romanticizzazione del “Raj”, forniscono un’immagine edulcorata dell’era coloniale. Diversi storici britannici hanno scritto libri di enorme successo esaltando le presunte virtù dell’impero. Nell’ultimo paio di decenni, in particolare, famosi resoconti sull’Impero britannico, scritti da storici del calibro di Niall Ferguson e Lawrence James, lo hanno descritto in termini entusiastici. Tali racconti non riconoscono l’atrocità, lo sfruttamento, il saccheggio e il razzismo che hanno sostenuto l’impresa imperiale.

 

 

Tutto questo spiega – ma non scusa – l’ignoranza dei britannici. Se il presente non può essere inteso in termini di semplici analogie storiche, è anche vero che le lezioni della storia non possono essere ignorate. Se non si è coscienti delle proprie origini, come si può apprezzare dove si è diretti?

 

 

Questo non vale solo per gli inglesi, ma anche per i miei connazionali indiani, che hanno dimostrato una straordinaria capacità nel perdonare e dimenticare. Ma, se è giusto perdonare, non dovremmo mai dimenticare. In questo senso, la formidabile reazione al mio discorso del 2015 alla Oxford Union è incoraggiante.

 

 

Le relazioni moderne tra la Gran Bretagna e l’India – due paesi sovrani e uguali – sono chiaramente molto diverse dalla relazione coloniale del passato. Quando il mio libro è apparso nelle librerie a Delhi, il primo ministro britannico Theresa May era attesa pochi giorni dopo in visita per cercare investitori indiani. Come ho spesso sostenuto, non è necessario cercare vendetta per la storia. È la storia stessa a vendicarsi.

 

 

 

 

 

Shashi Tharoor, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite ed ex ministro indiano per lo sviluppo delle risorse umane e ministro di Stato per gli affari esteri, è attualmente deputato al Congresso nazionale indiano e presidente della commissione parlamentare permanente per gli affari esteri. È l’autore di “Pax Indica: India and the World of the 21st Century”.