Lo scandalo ostentato dalle élite europeiste nei confronti del rifiuto ad accettare gli immigrati da parte dei paesi dell’Europa dell’Est ha le sue radici in una scarsa considerazione e comprensione sia della storia di questi paesi sia della natura delle rivoluzioni del 1989. Un altro caso di negazione della realtà da parte della cultura dominante in Unione europea: ce ne parla Branko Milanovic sul blog globalinequality.

 

Di Branko Milanovic, 23 dicembre 2017

 

 

 

Ci sono, a mio parere, due considerazioni di cui non si tiene quasi mai conto quando si discute della riluttanza – o addirittura del rifiuto – ad accettare gli immigrati africani e asiatici, in grande parte musulmani, da parte dei paesi dell’Europa orientale. Si tratta della storia di questi paesi negli ultimi due secoli e della natura delle rivoluzioni del 1989.

 

Se si traccia una linea che va dall’Estonia alla Grecia, o per essere più realistici e per imitare Churchill da Narva a Nauplia, si nota che tutti i paesi attualmente posti lungo questo asse negli ultimi secoli (e in alcuni casi si tratta di cinque secoli), sono stati schiacciati dagli imperi: da quello tedesco (o in precedenza dalla Prussia), russo, asburgico e ottomano. Tutti questi paesi hanno combattuto, più o meno continuamente, per liberarsi dalla oppressione imperiale, sia che fosse esercitata attraverso l’assimilazione culturale (come nel caso dei cechi e degli sloveni), attraverso la conquista e la spartizione (Polonia) o la conquista tout court (Paesi baltici e balcanici), attraverso l’inclusione temporanea nel novero delle nazioni dominanti di secondo livello (Ungheria) o in qualsiasi altro modo.

 

Le loro storie non sono praticamente altro che storie di una guerra senza fine per l’emancipazione nazionale e religiosa (quando la religione del conquistatore era diversa dalla loro, come nel caso degli ottomani e degli ortodossi, o dei cattolici e protestanti). Emancipazione nazionale significava la creazione di uno stato-nazione, che idealmente includesse al suo interno tutti i membri della propria comunità. Naturalmente, nessuna di queste nazioni si astenne, appena ne ebbe la più piccola possibilità, dal trasformarsi in dominatrice degli stati vicini più deboli – quindi non si può dire che ci fosse una valida superiorità etica rispetto agli imperi che regnavano su di loro, e spesso li opprimevano. La linea tra oppressi e oppressori è sempre stata sottile.

 

Alla fine, quando i quattro imperi si ritirarono, in particolare dopo la Prima guerra mondiale, e in tempi più recenti nei primi anni ’90, quando l’ultimo impero, l’Unione Sovietica, crollò, tutti i paesi lungo la linea Narva-Nauplia ottennero l’indipendenza e diventarono quasi interamente omogenei dal punto di vista etnico.

 

Sì, so che c’è un’eccezione: la Bosnia. E proprio perché si tratta di una particolarità e di un’eccezione, proprio lì è stata combattuta una guerra civile. Ma tutti gli altri paesi oggi sono pienamente, o quasi pienamente, omogenei dal punto di vista etnico. Prendiamo per esempio la Polonia, che nel 1939 era composta per il 66% da polacchi, per il 17% da ucraini e bielorussi, per quasi il 10% da ebrei e per il 3% da tedeschi. Come conseguenza della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, e poi dello spostamento verso ovest dei confini polacchi (insieme all’espulsione della minoranza tedesca), nel 1945 la Polonia divenne al 99% cattolica e polacca. Cadde sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, ma dal 1989 diventò libera ed etnicamente omogenea.

 

In effetti, se definiamo gli ideali nazionali come: (a) zero appartenenti al gruppo etnico al di fuori dei confini nazionali e (b) zero membri di altri gruppi etnici all’interno dei propri confini, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Grecia (per una popolazione totale di quasi 70 milioni di persone) soddisfano questi due criteri quasi alla perfezione. Ci si avvicinano Ungheria, Croazia, Serbia, Albania e Kosovo (popolazione totale di circa 30 milioni), che soddisfano quasi completamente il criterio (b); mentre Paesi baltici, Bulgaria, Macedonia e Romania (circa 30 milioni) soddisfano il criterio (a), ma hanno minoranze relativamente importanti all’interno dei loro confini.

 

Il risultato è che la maggior parte dei paesi che vanno dai Paesi Baltici ai Balcani ha oggi popolazioni quasi interamente omogenee all’interno dei loro confini, cioè soddisfa sia il criterio (a) sia il criterio (b), o il solo criterio (a).

 

Cosa farebbero gli immigrati? Dissolverebbero questa omogeneità, minando così l’obiettivo chiave per cui questi paesi hanno combattuto per secoli. Questa volta l’eterogeneità etnica non sarebbe imposta dall’esterno da uno degli imperi conquistatori, ma arriverebbe, insidiosamente, dall’interno, sotto forma di immigrati, persone di diversa cultura, religione e – circostanza che incute più paura alla gente del posto – con tassi di natalità che superano in modo significativo i tassi di crescita anemici, o addirittura negativi, della popolazione nativa. L’immigrazione appare quindi come una minaccia alla indipendenza nazionale conquistata con tanta fatica.

 

La seconda considerazione è legata alla prima e ha a che fare con la natura delle rivoluzioni del 1989. Queste sono state spesso interpretate come rivoluzioni democratiche. E quindi  l’attuale “arretramento” dei paesi dell’Europa orientale verso un autoritarismo palese o dissimulato è visto come un tradimento degli ideali democratici o persino, in misura più ampia e stravagante, degli ideali dell’Illuminismo. Il rifiuto di accettare gli immigrati è considerato contraddittorio rispetto alla natura delle rivoluzioni. Ma questo è basato su una interpretazione errata delle rivoluzioni del 1989. Se sono inquadrate, come credo che dovrebbero essere, come rivoluzioni di emancipazione nazionale, semplicemente come ultimo atto di secoli di lotta per la libertà, e non come rivoluzioni democratiche in sé, le posizioni verso l’immigrazione e verso i cosiddetti valori europei diventano pienamente comprensibili. Questi valori, agli occhi dell’Est, non hanno mai incluso l’eterogeneità etnica all’interno dei loro confini. Per gli occidentali questa potrebbe essere un’evidente implicazione della democrazia e del liberalismo, ma non per gli europei dell’Est, cui viene chiesto di mettere a rischio il loro successo fondamentale in nome di principi astratti.

 

Quando ci fu la rivoluzione del 1989, fu facile fondere i due principi nazionalista e democratico. Persino i nazionalisti più estremi amavano parlare la lingua della democrazia, perché dava loro una maggiore credibilità a livello internazionale, consentendo loro di mostrare che lottavano per un ideale e non per ristretti interessi etnici.

 

Ma era una democrazia di comodo, non una democrazia per scelta. Era simile, con un esempio tratto da fuori Europa, alla rivoluzione algerina, vissuta dai suoi protagonisti non tanto come una rivoluzione nazionalista, ma fondamentalmente come una rivoluzione democratica. E infatti, quando c’è una maggioranza schiacciante a favore, i due obiettivi, nazionale e democratico, possono coesistere ed essere facilmente confusi. È solo quando devono essere fatte scelte difficili, come ora, che possiamo vedere molto chiaramente quale delle due è stata davvero la forza trainante. E quando lo capiamo, non possiamo sorprenderci per l’evidente ostinazione di Orbans, Kaczynskis, Zemans e molti altri. È l’incapacità di inquadrarli nel giusto contesto che ha accecato le élite orientali e occidentali nei confronti della realtà.