German Foreign Policy analizza un recente studio della Fondazione Rosa Luxemburg che mette in evidenza come la relazione commerciale privilegiata tra Germania e Tunisia abbia contribuito in maniera significativa all’incremento del debito e alla crisi strutturale del Paese africano, riducendolo de facto a un status di post-colonia.

 

 

di redazione, il 15.01.2018

 

TUNISI/BERLINO.

 

In Tunisia, ormai un presidio della produzione a basso salario tedesca, continuano le proteste contro una legge finanziaria che comporterà un sensibile aumento dei prezzi.

 

La legge è stata imposta al Paese dal FMI per combattere le conseguenze di una crisi strutturale, all’origine della quale ci sono importanti responsabilità della Repubblica Federale.

 

Le imprese tedesche e il governo federale hanno contributo a spingere la Tunisia a concentrarsi in modo unilaterale su pochissimi settori di esportazione – in particolare la produzione tessile e quella di cavi elettrici – che non danno alcuna opportunità di sviluppo reale alla nazione. Allo stesso tempo, la trappola del debito ha costretto Tunisi a concedere benefici fiscali agli investitori, che hanno saccheggiato il paese. Secondo uno studio della Fondazione Rosa Luxemburg (affiliata al partito die Linke), l’anno passato la Tunisia ha dovuto pagare oltre un quinto del suo bilancio a creditori stranieri. Conformemente a quanto previsto dal piano “Compact with Africa”, approvato dal G20, prosegue l’opera di trasformazione della Tunisia in un porto sicuro per gli interessi degli investitori tedeschi.

 

Proteste 

 

In Tunisia, proseguono le proteste contro la nuova legge finanziaria, entrata in vigore all’inizio dell’anno sotto la pressione del Fondo Monetario Internazionale (FMI). La legge ha lo scopo di contribuire ad aumentare le entrate del governo, al fine di ridurre il debito del paese, recentemente cresciuto in modo significativo. L’economia tunisina è crollata negli ultimi anni, sia per la riduzione gli investimenti esteri, sia per una caduta del turismo a causa dei numerosi attacchi terroristici jihadisti. La legge finanziaria sta ora spostando l’onere delle sovvenzioni e l’aumento dell’IVA sulla popolazione, che dovrà pagare di più per benzina, cibo e farmaci di prima necessità. La settimana scorsa sono esplose violente proteste e la polizia e l’esercito hanno subito pesanti aggressioni; oltre 800 persone sono state arrestate e un manifestante ha perso la vita. Ciò nonostante, domenica (il 14 Gennaio, ndt.) le manifestazioni contro la legge finanziaria non hanno perso vigore.

 

Un pezzo della catena di valore europea

 

Tuttavia, le vere cause dell’attuale crisi in Tunisia non sono solo dovute al recente collasso dell’economia, ma hanno profonde radici strutturali.

 

Come confermato dall’analisi della Fondazione Luxemburg, nel corso degli ultimi decenni l’economia del paese, “come risultato di una strategia per integrare l’economia in catene globali del valore è stata…orientata…unilateralmente su alcuni settori di esportazione”.

 

Si tratta di aree industriali come quella tessile e quella delle attrezzature meccaniche ed elettriche, che sono chiaramente “dominate da società europee”.

 

Le imprese tedesche hanno avuto un ruolo preminente in questa dinamica, al punto che circa 250 aziende della Repubblica federale hanno investito oltre 350 milioni di euro in Tunisia. Leoni, l’azienda produttrice di cavi di Norimberga, secondo dati interni, è attualmente il datore di lavoro più grande del Paese.

 

Accanto a Leoni possono contare su una forte presenza sul territorio i produttori di cavi (Dräxlmaier, Kromberg & Schubert), di materiali tessili (Van Laack, Rieker), il produttore di giocattoli Steiff, e diverse società di elettronica (Marquardt, Mentor, Wisi).

 

Come affermato dalla Fondazione, gli investimenti esteri hanno creato “una struttura economica basata sulla specializzazione nelle industrie a basso valore aggiunto”. Allo stesso tempo, gli investitori stranieri stanno “cercando la massimizzazione del profitto attraverso la riduzione dei costi”. Profitti che sono poi regolarmente – e presumibilmente non sempre in modo legale – trasferiti dalla Tunisia alle principali sedi internazionali delle imprese.

 

Di attività destinate allo sviluppo economico nel Paese ospitante, non vi è invece traccia.

 

Dumping Fiscale e trappola del debito

 

Un altro aspetto evidenziato dall’analisi è come la Tunisia, sotto la pressione della spinta alla competitività globale, stia cercando di attirare investitori stranieri e di trattenere quelli già presenti nel Paese attraverso “politiche di bassa tassazione (dumping fiscale)”

 

L’agenzia commerciale statale Germany Trade & Invest (GTAI) ha più volte confermato questa tendenza: “Gli investitori possono beneficiare di aliquote fiscali basse in Tunisia“.

 

In aggiunta, le imprese straniere possono ricevere forti incentivi in caso di “investimenti nella formazione dei giovani” e “aumento del valore aggiunto o della capacità di esportazione”.

 

A detta della Fondazione, la diretta conseguenza di queste misure è stata un calo delle entrate del governo e, di pari passo, “un peggioramento dei mezzi di sussistenza socio-economici” tra la popolazione. A questo va aggiunta “la trappola del debito”.

 

La forte competizione e le scarse chances di sviluppo nella catena di valore globale hanno indotto la Tunisia a un indebitamento strutturale, incancrenitosi col tempo. Ben 1,7 miliardi di dollari, più della metà di un prestito avuto dal Paese nel 2016 come parte di un provvedimento emanato dal FMI, serviranno a sanare proprio un credito stand by erogato dal Fondo monetario internazionale. Inoltre, nel 2017, la Tunisia è stata costretta a pagare ai creditori stranieri quasi “un quinto del prodotto interno lordo totale”.

 

Considerata la sua situazione debitoria, uno sviluppo prospero della nazione africana appare al momento irraggiungibile.

 

Incentivi agli investimenti

 

Da decenni le imprese tedesche utilizzano la Tunisia come habitat ideale per la produzione a basso salario (l’azienda Leoni è presente nel Paese dal 1977) contribuendo in modo significativo a immobilizzare la Tunisia nella sua attuale posizione economica. D’altra parte, i governi federali hanno sempre sostenuto le attività delle aziende nel Paese africano. Appena un anno dopo il rovesciamento del presidente Ben Ali, nei primi mesi del 2011, la Germania ha concluso una sorta di accordo di partnership per “la trasformazione” della Tunisia, che ha garantito alle imprese tedesche numerosi vantaggi lucrativi. L’ultimissimo capitolo di questa relazione tra i due Paesi ha avuto luogo col recente documento del G20, “Compact with Africa“, a cui ha fatto seguito l’annuncio da parte di Berlino e Tunisi di nuovi importanti incentivi per favorire gli investimenti esteri in Tunisia.

 

Nonostante la corsia privilegiata su cui possono contare, gli ambienti economici tedeschi lamentano da tempo che “l’attuazione di leggi che portino a un miglioramento del giro di affari in Tunisia” stia procedendo troppo lentamente. Inizialmente, il focus del “Compact” dovrebbe poggiare su una riforma del sistema bancario e finanziario.

 

Armi per Tunisi

 

Mentre le proteste della popolazione continuano, Tunisi può contare sulle funzionali armi tedesche per la repressione dei manifestanti. Nell’ultimo anno il governo federale ha aumentato le licenze per l’export di armi in Tunisia a oltre 58 milioni di euro. Recentemente sono stati importati 12 mitragliatrici automatiche dal produttore di armi della Germania del Sud Heckler & Koch.  Inoltre, le autorità tedesche hanno svolto numerosi corsi di formazione per i poliziotti tunisini, che dovrebbero intensificare in particolare il controllo dei confini, ma in alcuni casi possono essere utili anche per altri scopi. Il governo federale ha annunciato di voler addestrare la polizia tunisina anche in futuro.