Dal Poynter Institute, uno dei principali centri internazionali di analisi e documentazione sul giornalismo e leader nel campo della formazione, un articolo decisamente critico sul portale creato dal governo italiano contro le cosiddette fake news, iniziativa certamente spinta da timori e preoccupazioni in merito agli esiti delle prossime elezioni.  Il prestigioso istituto non nasconde il suo giudizio sul fatto di affidare alla polizia il controllo sulla falsità o la verità delle notizie, cosa che in un regime democratico spetterebbe al giornalismo, quello vero naturalmente. 

 

 

 

 

Di DANIEL FUNKE · 19 gennaio 2018

 

Nel tentativo di affrontare le fake news prima delle elezioni di quest’anno, il governo italiano ha creato un portale online in cui le persone possono segnalare bufale.

 

Il portale, annunciato giovedì dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, invita gli utenti a fornire il loro indirizzo email, un link alla disinformazione che stanno segnalando e qualsiasi social network su cui abbiano trovato la notizia.

 

Quindi le segnalazioni vengono trasferite alla Polizia Postale, un’unità della polizia di stato che indaga sul crimine informatico, che le controllerà e – se le leggi sono state infrante – procederà per via legale. Nei casi in cui nessuna legge fosse infranta, il servizio si avvarrà comunque di fonti ufficiali per negare le informazioni false o fuorvianti.

 

L’esempio fornito da Minniti questo giovedì risale al mese scorso, quando l’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, affermò che la Russia aveva influenzato il referendum costituzionale italiano del dicembre 2016 – una pretesa che avrebbe potuto venire smentita ricorrendo alla testimonianza dei funzionari dei servizi segreti davanti al Parlamento.

 

L’annuncio arriva nel bel mezzo di una sorta di frenesia nazionale – animata in particolare dal Partito Democratico al governo – sul potenziale impatto delle fake news sulle elezioni politiche di marzo. Ed è stata una sorpresa per Giovanni Zagni, giornalista attento alla verifica delle notizie (fact checking), che ha letto dell’annuncio su giornali come la Repubblica.

 

Questo progetto mi lascia con molti interrogativi e solleva diversi problemi” ha dichiarato a Poynter in una mail il direttore di “Pagella Politica” (cofondatore insieme ad Alexios Mantzarlis della rete internazionale di fact-checking). “La Polizia Postale si va a muovere in un campo molto delicato, al limite della censura e della legge che tutela la libertà di stampa“.

 

Pur sostenendo che si tratta di un tentativo lodevole, una delle principali preoccupazioni di Zagni è il fatto che la Polizia Postale non dà una definizione di “fake news” da nessuna parte; il comunicato stampa ufficiale si riferisce in modo opaco a “notizie false e tendenziose”. Diffondere quel tipo di contenuto potrebbe essere contrario alla legge se si traduce in una “turbativa dell’ordine pubblico”, e questo lascia alla polizia un forte potere discrezionale su quale genere di informazione sia perseguibile online.

 

Questa è una linea molto sottile sulla quale muoversi: in caso di reato, i responsabili possono rischiare fino a tre mesi di prigione“, ha detto. “Vogliono cercare quelli che diffondono notizie false? E se a farlo fossero giornali importanti e non solo oscure pagine Facebook?

 

Stanno trasformando i poliziotti in veri e propri controllori delle notizie?

 

Fabio Chiusi, giornalista e ricercatore presso il Progetto Punto Zero, ha fatto eco alle preoccupazioni di Zagni. Ha detto a Poynter in una e-mail che mentre le informazioni false sono una legittima preoccupazione per qualsiasi governo, costruire delle soluzioni avventate e precipitose non è la giusta risposta.

 

In realtà, dice, questo tipo di soluzione peggiora il problema.

 

Ogni volta che alla polizia è affidato il compito di trattare con la verità e la falsità delle notizie e di contenuti politici, ebbene, chi ha a cuore la democrazia dovrebbe preoccuparsi – non certo sentirsi tutelato“, ha affermato Chiusi. “I cittadini delle democrazie sane non hanno bisogno di essere protetti dalle falsità di questo tipo: dovrebbero essere in grado di esercitare liberamente il proprio giudizio, senza interferenze da parte delle autorità statali – specialmente da parte della polizia

 

Arianna Ciccone, fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo, si è detta d’accordo. Ha dichiarato a Poynter in una e-mail che l’iniziativa – che a quanto dice Chiusi non offre contromisure a coloro che potrebbero essere falsamente accusati – apre la possibilità di future violazioni della libertà di parola da parte del governo, e può provocare un effetto potenzialmente deterrente sulla stampa.

 

In breve: se i giornalisti hanno troppa paura che commettere un errore può dar luogo a un’azione legale, cosa potranno mai scoprire e indagare?

 

Fortunatamente in Italia il reato di “notizie false” non esiste, e se consideriamo il reato di diffamazione, devono essere i tribunali a stabilirlo, non la polizia“, ​​ha detto la Ciccone. “E la lotta contro le informazioni false attraverso informazioni corrette (come previsto da questa iniziativa) non dovrebbe in alcun modo essere una prerogativa della polizia. Accettare, con questo primo passo, l’idea di una verità determinata dallo stato, apre la strada a molte altre possibilità e iniziative.

 

Non si può ignorare il contesto politico di questi ultimi sforzi del Ministero. Diversi giornalisti ed esperti italiani – tra cui Ciccone e Zagni – hanno detto a Poynter che non è ancora chiaro se le notizie false abbiano o meno degli effetti reali sugli elettori in vista delle elezioni politiche. La questione è stata fortemente politicizzata dal partito al governo, e benché le notizie più estremiste e le bufale online possono raggiungere un vasto pubblico, in che misura il governo o le organizzazioni della società civile debbano intervenire, non è altrettanto chiaro.

 

Il tentativo del Ministero dell’Interno è chiaramente malposto, ha detto Chiusi. Se il governo italiano voleva davvero sapere cosa stia accadendo a proposito delle fake news, avrebbe dovuto investire di più in ricerche e approfondire la questione.

 

“In una democrazia sana, e secondo logica e buon senso, uno cerca di fare una diagnosi della gravità della propria condizione prima di prendere un farmaco”, ha detto. Qui invece si provvede in anticipo, prima di conoscere davvero l’estensione del problema delle fake news, ammesso che il problema esista davvero”.

 

Al cuore della questione, secondo Ciccone vi è il problema che la verifica delle potenziali falsità da parte della polizia consiste in una cessione della responsabilità giornalistica al governo.

 

“Non è compito dello Stato stabilire la verità”, ha detto Ciccone. “Questo si fa nei regimi autoritari”.