Dal New York Times una dura denuncia contro le autorità di vigilanza, il ceto politico e il mondo accademico, colpevoli di non aver seguito le minime regole di buonsenso prescritte dalla buona pratica economica, e di aver lasciato invece gonfiare a dismisura i profitti speculativi fino al prevedibile recente crollo delle borse, che potrebbe essere solo un assaggio di una crisi molto più profonda all’orizzonte. L’aspetto più amareggiante è l’assoluta mancanza di responsabilità di tutti gli attori economici, che pure causano ingenti perdite all’economia reale canalizzando risorse verso la cartolarizzazione selvaggia. Un monito di come le politiche economiche debbano sempre essere calibrate alla situazione reale di ogni singolo paese, perché non esistono misure universalmente valide sempre e comunque.

 

 

 

di Desmond Lachman, 06 febbraio 2018

 

 

Secondo un vecchio proverbio, il successo ha molti padri, ma il fallimento è orfano. Lo si è visto fin troppo bene in occasione della grande recessione del 2008-09: Dopo i fatti, nessuno si è fatto avanti, dalle comunità politiche, finanziarie o accademiche, per accettare la responsabilità della peggiore recessione globale degli ultimi 70 anni.

 

 

È improbabile che qualcuno si prenda la responsabilità per l’attuale crollo del mercato globale che, dopo tre giorni, non è ovviamente solo un assestamento, ma una tardiva correzione di anni di eccessi. Rimane da vedere se il danno sarà limitato ai mercati o si riverserà nell’economia generale, ma di sicuro potremmo essere sull’orlo di un’altra crisi finanziaria globale.

 

 

E tutto questo nonostante la presidente uscente della Federal Reserve, Janet Yellen, ci abbia ripetutamente rassicurato che non avremmo assistito a un’altra crisi economica globale durante la sua vita, mentre la comunità economica accademica si è caratterizzata ancora una volta per il suo pressoché totale silenzio mentre ultimamente nel mercato si andavano creando bolle di ogni tipo. E proprio il mese scorso a Davos, in Svizzera, il presidente Trump si è vantato ancora una volta che le politiche della sua amministrazione stavano spingendo i mercati azionari a continui record, mentre i banchieri continuavano spensieratamente a fare prestiti rischiosi.

 

 

Non sorprende che prima o poi i mercati finanziari globali stacchino violentemente la spina come sembrano fare adesso, se si pensa fino a che punto sono stati sono stati lasciati liberi di non rispettare le loro stesse regole. Era solo una questione di tempo prima che si verificasse un crollo.

 

 

E non solo perché il fatto che non è stato fatto nulla per evitare che le quotazioni in borsa globali raggiungessero livelli visti solo tre volte negli ultimi cento anni. Ancor più grave è il fatto che i rendimenti dei titoli di stato siano stati lasciati scendere a livelli storicamente bassi, e non sia stato fatto nulla per impedire alle istituzioni finanziarie di concedere prestiti molto rischiosi a tassi di interesse eccessivamente bassi.

 

 

Si può forse in parte perdonare alle principali banche centrali del mondo, compresa la Federal Reserve sotto il predecessore della signora Yellen, Ben Bernanke, di aver messo in moto il nostro attuale ciclo di espansione del boom con i loro programmi per fronteggiare la Grande Recessione. Per uscirne, le principali economie si sono affidate troppo pesantemente alla politica monetaria, rifiutandosi di adottare contemporaneamente misure di stimolo di bilancio adeguate e ben mirate.

 

 

Con un’economia che correva il rischio di soccombere in una spirale deflazionistica e con tassi d’interesse ridotti al minimo, le banche centrali del mondo non avevano altra scelta se non acquistare titoli di stato su vasta scala per incoraggiare gli investitori ad assumersi ulteriori rischi. All’epoca sembrava un rischio ragionevole, anche se rischiava di distorcere i prezzi dei mercati finanziari e creare una bolla nelle borse globali.

 

 

Meno comprensibile è stata, l’anno scorso, la mancata rimozione da parte della Fed della mangiatoia del basso tasso di interesse quando già il festino economico globale stava mostrando chiari segni di sfuggirle di mano. Se nell’ultimo anno l’economia americana ha quasi raggiunto la piena occupazione, i titoli azionari sono aumentati del 25% e il dollaro è svalutato del 10%, perché la Fed è stata così riluttante ad aumentare i tassi? Una politica monetaria più aggressiva nel 2017 avrebbe potuto riportare il buonsenso nel mercato e ridurre le possibilità che l’economia americana potesse surriscaldarsi e stimolare di conseguenza l’inflazione.

 

 

È anche difficile capire perché l’amministrazione Trump e il Congresso guidato dai Repubblicani abbiano approvato un taglio fiscale senza coperture proprio nel momento più sbagliato del ciclo economico. Con una disoccupazione molto bassa e un’economia in rapida crescita, l’ultima cosa di cui l’economia aveva bisogno era uno stimolo fiscale che potesse alimentare i timori di inflazione e far rispuntare i bond vigilantes dal nulla.

 

 

Anche gli accademici e i banchieri dovrebbero prendersi la responsabilità di aver imparato così poco dall’ultimo ciclo di espansione del pianeta. È troppo chiedere agli economisti accademici di sapere che un’eccessiva inflazione dei prezzi dei beni non è coerente con la stabilità economica di lungo periodo e che il loro ruolo dovrebbe essere quello di dare l’allarme quando si formano bolle? È troppo chiedere al settore finanziario di ricordare che fare prestiti incauti è un rischio per tutti quando la giostra alla fine si ferma?

 

 

Sollevo tutte queste domande non come un esercizio accusatorio ma nella speranza che nelle prossime settimane politici, economisti ed amministratori traggano le giuste lezioni su come siamo entrati in questa difficilissima situazione di mercato economico e finanziario. Solo allora ci sarà qualche possibilità di sfuggire a questi cicli di espansione seguita da recessione, che ora sembrano verificarsi regolarmente.

 

 

 

 

Desmond Lachman è specializzando presso l’American Enterprise Institute. In passato è stato vicedirettore nel dipartimento di sviluppo e revisione delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e principale stratega economico dei mercati emergenti presso Salomon Smith Barney.