In questo studio pubblicato su Makroskop,  un giovane dottorando tedesco in economia politica elabora in una serie di grafici i flussi commerciali della Germania con i principali partner europei. Dai dati  risulta in modo evidente come quello che una volta era considerato *il malato d’Europa si sia in realtà ripreso a spese del resto del continente, utilizzando il vecchio rimedio del mercantilismo seicentesco. Un modello di crescita miope che non può risultare sostenibile a lungo termine, e che oltretutto ignora e disprezza l’esigenza, oggi più che mai vitale, di promuovere nel mondo rapporti internazionali equilibrati.   

 

 

di Patrick Kaczmarczyk, 6 febbraio 2018

 

Traduzione di Michele Paratico

 

Qui in Germania gli eccessi commerciali tedeschi vengono valutati come risultato del successo di riforme strutturali e della qualità superiore dei prodotti. Un “modello di successo” valido per tutti gli altri paesi d’Europa? In realtà i dati dei commerci bilaterali mostrano che il commercio della Germania con i suoi vicini europei non è niente più che un mercantilismo perfezionato.

 

 

Cercando nel Duden (noto vocabolario tedesco, ndt) la parola “mercantilismo”, si trova la seguente definizione: “(Nel periodo dell’Assolutismo) Politica economica che promuove soprattutto l’industria e il commercio estero, allo scopo di rafforzare la forza finanziaria e la potenza dello stato”

La pratica implementazione di una tale politica commerciale fu descritta al meglio da Sir Thomas Mun, l’allora direttore della Compagnia dell Indie Orientali. In una delle sue famose opere, England’s Treasure by Forraign Trade (1664), scrive Mun:

 

 

I mezzi normali […] per accrescere il nostro benessere e patrimonio sono quelli del commercio estero, per il quale dobbiamo osservare la seguente regola: vendere ogni anno agli stranieri più di quanto consumiamo, in valore, dei loro prodotti

“The ordinary means […] to increase our wealth and treasure is by Forraign Trade, wherein wee must observe this rule: to sell more to strangers yearly than wee consume of theirs in value.” (originale).

 

Con questo, surplus commerciali e “Schwarze Null” (politica volta ad ottenere il pareggio del bilancio statale: tanto entra, tanto esce, ndt) non sono nuove idee dei politici e boss dell’economia tedeschi, ma semplicemente un’espressione del fatto che buona parte delle élite, dal punto di vista intellettuale, è rimasta indietro al 17° secolo. Questa ideologia diventa particolarmente perfida se osserviamo lo sviluppo del commercio tedesco con i suoi vicini europei. A questo fine ho analizzato i dati del Fondo Monetario Internazionale. Questi mostrano come sia cambiato il commercio bilaterale della Germania con i principali Stati europei nel periodo dal 1998 fino al 2016.

 

Per poter interpretare meglio i grafici è innanzitutto importante comprendere cosa esprimono i differenti valori. Il bilancio commerciale bilaterale stesso è la differenza tra le esportazioni e le importazioni di un paese i con un paese partner d (d in questo caso è la Germania) in un certo periodo t (ad esempio un determinato anno, ndt). Per generare una scala che restituisca valori normalizzati ho rapportato il bilancio bilaterale al volume totale del commercio, in modo tale che:

 

Bilancia_commercialeidt = (Exportidt – Importidt) / (Exportidt + Importidt)

 

In questo modo si ottengono valori da -1 a +1, dove -1 implica che il commercio globale di un paese con il paese partner di turno consiste solo di importazioni (+1 invece solo di esportazioni) mentre 0 rappresenta una bilancia commerciale equilibrata. Per illustrare questo con un esempio, ammettiamo che il paese A esporti in Germania beni e servizi per un ammontare pari a 5 miliardi di Euro. A sua volta la Germania esporta beni nel paese A per un ammontare pari a 10 miliardi di Euro e per questo si ha un deficit nella bilancia commerciale di 5 miliardi di Euro. In rapporto al volume totale del commercio (15 miliardi di EUR) si ottiene quindi (applicando la formula precedente, ndt) un valore pari a -0,33 nella nostra scala.

 

[ Ancora a mo’ di esemplificazione: se un ipotetico Paese A importa da B per 90 mld. € e vi esporta per 10 mld. €, allora il valore nell’indice creato da Kraczmarczyk sarà –0,80 e l’importazione sopravanzerà l’export dell’800%. Se invece i valori di interscambio assoluti saranno di IMP= 65 mld. €; EXP= 35 mld.€; allora l’indice segnerà –0,30 e l’import sopravanzerà l’export di circa l’86%. E via dicendo: –0,15 corrisponderà ad un eccesso di IMP sull’ EXP del 35,3%. Un valore di –0,05 significherà eccesso di IMP sull’ EXP del 10,5%. Ndt]

 

Il commercio della Germania con l’Europa

 

Il grafico seguente mostra lo sviluppo dello squilibrio del commercio tra la Germania e i suoi partner commerciali europei. Paesi che fanno registrare deficit con la Germania vengono rappresentati in rosso, Paesi che realizzano dei surplus, sono segnati in verde; l’intensità del colore dipende dall’intensità dei deficit o dei surplus.

 

 

Ndt: il Grafico n.1 è animato. Per vedere l’animazione cliccare il link

 

Come si nota dall’animazione, risulta evidente che tutta l’Europa (con l’eccezione di casi speciali come Irlanda, Norvegia e Olanda) a partire dal 1998 e fino alla fine degli anni 2000 si tinge di un rosso che diventa sempre più acceso. Si potrebbe anche dire che la guarigione del ”malato” porti al resto del continente una febbre epidemica. Gli squilibri raggiungono la massima temperatura nel periodo della grande crisi finanziaria del 2007-2008.

 

In questo è importante notare che prima della crisi il commercio intra-UE era particolarmente marcato. Colin Hay e Daniel Wincott lo chiariscono bene nel loro libro “The political economy of European welfare capitalism”. Secondo quanto riportato (nel libro di Hay e Wincott, ndt) quasi non ci sono stati paesi che abbiano esportato di più nel resto del mondo che verso i partner europei – e l’ingresso di nuovi paesi nell’Unione europea non ha cambiato il quadro. Tra il 1980 e il 2005 ciò era valido perfino per ciascun paese preso singolarmente (considerati nel loro insieme, fino al 2015 più di 2/3 di tutte le esportazioni hanno avuto luogo all’interno dell’UE). Il grafico successivo [pag. 81 (del libro di Hay e Wincott, ndt)] indica il rapporto tra esportazioni intra-UE e esportazioni extra-UE per l’UE-a-15 e chiarisce questo trend (linea nera). Un valore pari a 1 (linea rossa) implica che il 50% delle esportazioni di un paese sono del tipo intra-UE e il rimanente 50% del tipo extra-UE. In questo contesto è assurdo non vedere gli eccessi (di esportazioni, ndt) tedeschi come parte del problema che ha portato alla grande crisi europea.

 

 

Dall’animazione (del Grafico n.1, ndt) risulta che l’intensità degli eccessi è calata nel corso dei programmi di austerità, tuttavia la Germania per la maggior parte del tempo non si discosta dalla sua posizione commerciale mercantilista, le cui linee guida furono così ben formulate da Mun nel 1664. Gli stessi eccessi dei paesi dell’Europa dell’Est si adattano in modo ideale ai binari mercantilistici della politica e dell’economia tedesche perché non emergono da un positivo sviluppo della domanda locale (in Germania, ndt). Sono invece il risultato di investimenti diretti tedeschi volti a produrre nella regione (Europa dell’Est, ndt) a prezzi più convenienti per poi reimportare tali prodotti. In relazione a ciò il grafico seguente (n° 3, ndt) mostra la notevole discrepanza tra il rapporto della Germania con i paesi dell’Europa dell’Ovest e quello con i Paesi dell’Est e del Centro Europa (CEE). Balza all’occhio che la tendenza nel commercio con i paesi dell’Europa occidentale fa segnare di nuovo forti sbilanciamenti nel commercio bilaterale.

 

 

Se si osservano attentamente i dati alla base (dei grafici, ndt), lo sviluppo di alcune importanti relazioni commerciali bilaterali diventa ancora più preoccupante. La maggior parte dei valori della bilancia commerciale bilaterale con la Germania in tutto il periodo temporale considerato si trova tra -0,1 e -0,2. Ciò implica che le importazioni dalla Germania superano di circa il 22% (- 0,1) e il 50% (-0,2) le esportazioni (verso la Germania, ndt).

 

Si arriva allo stesso risultato, se si pesano di volta in volta i dati con i rispettivi volumi commerciali. Specialmente nel commercio con paesi che sono stati caratterizzati da una forte industria non si dovrebbe giungere, in condizioni normali, a pesanti e persistenti squilibri commerciali. Tuttavia, ad esempio, il deficit dell’Italia con la Germania è cresciuto dal 1998 – ovvero un anno prima che l’Euro entrasse in vigore – fino al 2007 di un fattore superiore a 38 (da 585.570.000 US$ a 22. 637.560.000 USD$). Perfino nel 2009 il deficit italiano nei confronti della Germania superava il deficit commerciale estero complessivo dell’Italia.

 

Il deficit della Francia (nei confronti della Germania, ndt) è cresciuto nello stesso modo di circa 30 volte nello stesso identico periodo temporale – da 1.317.100.000 US$ (1998) a 40.461.100.000 US$ (2008). La più forte crescita, in entrambi i casi, è avvenuta tra il 1998 e il 1999, quando il deficit dei francesi con i tedeschi è cresciuto più di sei volte (da 1.317.100.000 US$ a 8.619.530.000 US$) e quello degli italiani di quasi 5 volte (da 585.570.000 US$ a 2.840.150.000 US$). Nessuna “riforma strutturale di successo in Germania” può spiegare il fatto che il deficit bilaterale sia esploso così in un solo anno. Tanto meno plausibile è l’ammettere che la qualità dei prodotti tedeschi sia cresciuta in maniera così radicale.

 

Purtroppo ci sono ben pochi segnali che (indichino come) la Germania si muova in direzione di un commercio equilibrato con i suoi grandi partner commerciali europei attraverso un dinamico sviluppo della domanda. C’è a dire il vero una tormentata risalita in Italia, ma tuttavia originata principalmente da una riduzione delle importazioni (da circa 90 miliardi di euro (2008) a circa 66 miliardi di euro (2016)). Il valore (della bilancia commerciale calcolata con la solita formula, ndt) della Francia è oscillato intorno a -0,15 e ristagna ulteriormente; ciò significa che le importazioni di prodotti tedeschi superano le esportazioni verso la Germania di circa un 35%. Nel caso della Gran Bretagna lo squilibrio commerciale è ancora più marcato. [Di quasi il 100%, ndt].

 

 

Francia – l’altro vicino

 

 

I lettori di Makroskop sanno che la Francia è stato l’unico paese che ha adottato una politica salariale perfettamente in linea con gli obiettivi di inflazione della BCE – e per questo è stata punita duramente attraverso il dumping salariale della Germania. Poiché i prodotti tedeschi sono diventati chiaramente più a buon mercato, la Francia ha perso in competitività. In un certo senso l’andamento degli squilibri commerciali europei della Francia ci dà un’immagine opposta a quella tedesca. Però la Francia all’inizio degli anni 2000 – e di nuovo recentemente – mostra un modello che la Germania non conosce: con alcuni paesi realizza deficit e con altri paesi eccessi.

 

 

Ndt: il Grafico n.5 è animato. Per vedere l’animazione clickare il link

 

 

Perchè i rapporti commerciali intra-europei sono importanti

 

L’analisi degli squilibri commerciali bilaterali racconta naturalmente solo una parte della storia. I rapporti commerciali tra l’America e la Germania e tra la Cina e la Germania, non trattati in questo articolo, sono enormemente importanti e contribuiscono pesantemente agli eccessi tedeschi. Tuttavia ciò non cambia nulla al fatto che il commercio regionale rimanga il più importante motore per un dinamico sviluppo economico in Europa.

 

L’applicazione del modello mercantilistico a tutta l’Unione europea (specialmente all’Eurozona) non potrà essere sostenibile nel lungo termine. Innanzitutto l’Europa si rende con ciò dipendente dalla domanda del resto del mondo. In secondo luogo l’Euro a causa di una politica monetaria restrittiva e pesanti eccessi (commerciali, ndt) si apprezzerà così tanto che il vantaggio concorrenziale, raggiunto tramite la moderazione salariale, verrà annullato. In terzo luogo l’Europa ha una quota di esportazioni pari al 15% ed è tanto improbabile quanto irrazionale volere aumentare significativamente questa quota; il mondo non è un unico grande e integrato mercato (vedi https://makroskop.eu/2017/08/globalisierung-unter-der-lupe/) ma consiste piuttosto di molte economie nazionali abbastanza chiuse. Quarto, e questo è almeno altrettanto importante, con il Mercantilismo si pone naturalmente la questione morale del perché gli uni debbano sempre realizzare eccessi a spese degli altri invece di dedicarsi ad un commercio equo e equilibrato.

 

Tuttavia nella follia della concorrenza tra le nazioni, che spinge in avanti la Germania con tutti i mezzi, evidentemente non rimane il tempo per riflettere su queste cose.

 

 

* [Con l’espressione “malato d’Europa” l’autore riprende il titolo di un articolo dell’Economist del 3 giugno 1999. Il settimanale inglese sosteneva allora – nel pezzo intitolato “The sick man of the euro” (“Il malato dell’Euro”) – che l’economia tedesca fosse ammalata. La sua crescita languiva al disotto del livello medio in Europa e frenava tutta l’Eurozona. Il motivo principale andava visto, secondo l’Economist, non tanto nella politica macroeconomica restrittiva (di cui si ammetteva l’esistenza), ma in deficit strutturali di tipo microeconomico: il troppo welfare rendeva troppo costoso produrre e investire in Germania poiché implicava un costo del lavoro troppo alto, una tassazione troppo elevata, un mercato del lavoro troppo rigido ecc. L’articolo provocò uno choc in Germania e viene ancora oggi citato come un importante stimolo ad avviare la fase delle riforme liberiste, accettate anche dalla SPD, allora al governo con i Verdi, e a ‘far risorgere’ l’economia tedesca. L’ironia di Kaczmarczyk è evidente: quelle “riforme” ed il contestuale dumping salariale fecero guarire il malato ai danni degli altri partner dell’Eurozona. La cura fu infatti a tutti gli effetti di tipo mercantilista. Ndt].