Per quanto contenga anche una serie di affermazioni discutibili, questo articolo di Martin Wolf – pubblicato su uno dei capisaldi dell’informazione economica ortodossa, il Financial Times – mette in luce come il risultato delle elezioni italiane sia da addebitare al fallimento economico dell’eurozona. Ma soprattutto rileva l’assenza in Italia di spazi di manovra politica “all’unico livello che conta veramente, quello nazionale”. Economia stentata e impotenza della politica sono una ricetta per produrre populismo e fragilità del sistema, conclude. Non proprio novità, ma ora arrivano dal Financial Times, che supera di slancio a sinistra la pseudosinistra italiana.   

 

 

 

di Martin Wolf, 13 marzo 2017

 

 

Fino a quando la prosperità non sarà distribuita meglio, l’Europa rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti

 

I risultati delle elezioni in Italia danno una lezione all’Europa. Un tempo gli italiani erano tra i sostenitori più entusiasti del progetto europeo. Ora non è più così. La combinazione di malessere economico e impotenza politica ha screditato non solo l’élite politica e parlamentare italiana, ma anche l’impegno del Paese con l’UE. Questo non significa che l’Italia stia per uscirne: i costi sarebbero eccessivi. Significa però che oggi è molto maggiore la minaccia sia di attriti tra l’Italia e l’establishment europeo sia di ulteriori perturbazioni finanziarie ed economiche.

 

I risultati elettorali sono altrettanto sconvolgenti di quelli del referendum sulla Brexit e dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti: il 55% degli elettori ha scelto i partiti euroscettici e antisistema.

 

Grafico 1

Fallimento cumulativo dell’obiettivo di inflazione

Indice dei prezzi al consumo di fondo (esclusi alimentari ed energia) in Eurozona
(100=gennaio 2017)

 

 

Linea blu: inflazione effettiva (media mobile su 12 mesi)

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall’obiettivo (%)

 

Il Movimento Cinque stelle – un non ben caratterizzato partito di protesta – ha ottenuto il 32% dei voti, mentre la Lega – un partito nazionalista di destra – ne ha presi il 18%. La percentuale di voti del Partito democratico di centro-sinistra, quello in cui l’establishment europeo aveva riposto la sua fiducia, è crollata dal 41% di quattro anni fa al 19% di oggi. La quota di Forza Italia, di Silvio Berlusconi, è scesa al 14%. La rivoluzione populista divora chi l’ha generata.

 

Perché gli elettori italiani sono così disincantati? Le risposte ovvie sono che l’andamento dell’economia è stato molto deludente, e i politici italiani affermati sono sembrati del tutto inefficaci. Questo certo non è dovuto soltanto – e probabilmente nemmeno come prima causa – alla partecipazione dell’Italia all’euro. Ma l’essere parte dell’eurozona ha peggiorato le cose. Non da ultimo, offre un capro espiatorio esterno, che politici senza scrupoli sono felici di sfruttare (offre soprattutto un vincolo esterno usato per imporre le politiche economiche deflazionistiche che hanno schiacciato l’economia del Paese, ci permettiamo di far notare, NdVdE). Incolpare gli stranieri è sempre una strategia allettante. In un paese in crisi con una popolazione frustrata, è irresistibile.

 

 

Grafico 2

Crescita fiacca del PIL nominale

Crescita effettiva e obiettivo di crescita del PIL nominale in Eurozona (Q1 2007=100), con % di scostamento dall’obiettivo

 

Linea blu: crescita effettiva 

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall’obiettivo (%)

 

 

Un aspetto da notare dell’eurozona è stata l’inadeguatezza della sua politica macroeconomica generale. Nel gennaio 2018 l’indice dei prezzi al consumo della zona euro (esclusi i prezzi instabili) era inferiore del 7,2% rispetto a quello che sarebbe stato se da gennaio 2007 fosse aumentato a un tasso annuo dell’1,9% – ovvero un tasso di inflazione che è un’interpretazione ragionevole dell’obiettivo della Banca centrale europea “tassi di inflazione nel medio termine inferiori, ma vicini, al 2% “.

 

Un altro modo di valutare la politica macroeconomica è in termini di crescita del prodotto interno lordo nominale. Al terzo trimestre del 2017, il PIL nominale della zona euro era inferiore dell’11% rispetto a quello che sarebbe stato se fosse cresciuto ad un tasso annuo del 3% dall’inizio del 2007 – un tasso che sarebbe stato coerente con una crescita reale annua intorno all’1% e inflazione del 2%. Sotto Mario Draghi, in generale, la BCE ha agito con successo. Eppure nel suo complesso la politica macroeconomica è stata chiaramente inadeguata. Non è riuscita a determinare un’adeguata crescita della domanda aggregata complessiva (vedi i grafici).

 

Grafico 3

Divergenza nelle entrate nominali

PIL nominale (Q1 2007=100)

 

 

All’interno di questo contesto macroeconomico debole, tra i singoli paesi membri si sono aperte divergenze enormi. Il PIL nominale della Germania è aumentato del 34% tra il primo trimestre del 2007 e l’ultimo trimestre del 2017 (un tasso medio annuo composto del 2,7%). Nello stesso periodo l’Italia è cresciuta di appena il 9 % (un tasso medio annuo composto dello 0,8 per cento).

 

Non sorprende che, data la modesta crescita generale del PIL nominale, perfino l’inflazione media di fondo annuale della Germania sia stata in media di poco superiore all’1%. Un’inflazione così bassa nel principale paese creditore ha reso molto più difficili gli adeguamenti della competitività all’interno dell’eurozona.

 

Se il governo italiano fosse stato in grado di perseguire la sua tradizionale politica di svalutazione e inflazione, avrebbe potuto generare un aumento molto più sostenuto del PIL nominale. Questo sicuramente avrebbe prodotto livelli più elevati anche della produzione reale. Il PIL reale dell’Italia nell’ultimo trimestre del 2017 è stato, invece, inferiore del 5% al suo livello nel primo trimestre del 2007, mentre il PIL reale pro-capite era ancora circa del 9% inferiore rispetto al livello del 2007, un decennio pieno dopo. Non c’è da meravigliarsi che gli italiani siano disillusi.

 

Grafico 4

Divergenza nelle entrate reali

PIL reale pro capite (2007=100)

 

 

Senza dubbio l’Italia ha enormi problemi economici strutturali, che limitano fortemente la crescita, ma la produzione potenziale non può essere diminuita così tanto dal 2007. L’Italia soffre anche di una domanda cronicamente insufficiente, un problema a cui l’eurozona, come è gestita ora, semplicemente non è in grado di porre rimedio. Questo è in parte dovuto al fatto che la domanda globale [in eurozona] è stata troppo scarsa e in parte al fatto che, se si rispettano le regole, la domanda non può essere sostenuta dove è più debole.

 

Una recessione prolungata, con alta disoccupazione e bassa occupazione, ha inevitabili conseguenze politiche. Ma la maggiore frustrazione potrebbe essere che le persone per cui gli Italiani votano non hanno praticamente alcuno spazio di manovra. La questione è stata chi votare (o talvolta non votare del tutto) perché portasse avanti le politiche decise a Bruxelles e Berlino. Perché non votare per un comico o per un partito creato da un comico? Potrebbe non fare molta differenza riguardo a quello che succede in Italia, ma almeno potrebbe essere più divertente.

 

Alcuni economisti italiani ora sostengono che il paese potrebbe ottenere un certo grado di libertà di politica macroeconomica emettendo il cosiddetto ” denaro fiscale “, una valuta parallela che potrebbe essere utilizzata per pagare le tasse in Italia.

 

Grafico 5

Divergenza nell’occupazione

Tasso di occupazione (% tra i 15 e i 64 anni)

 

 

Tecnicamente, questo è possibile. Scatenerebbe sicuramente reazioni isteriche nell’Europa settentrionale, poiché eliminerebbe il monopolio della politica monetaria della BCE. Ma il fatto stesso che una idea così radicale sia discussa dimostra la portata del disincanto in un paese così grande e importante. A meno che e fino a quando la zona euro non sarà in grado di generare prosperità ampiamente condivisa, rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti politici.

 

La debolezza del sistema, oltre all’impotenza della politica democratica all’unico livello che conta veramente (quello nazionale) resta una ricetta per il populismo e la fragilità.

 

L’Italia, come molti dicono, è troppo grande sia per fallire sia per essere salvata. Ma i suoi elettori si sono spostati dall’eurofilia allo scetticismo.

 

Che questo piaccia o no, i rischi di ulteriori sconvolgimenti sono grandi.