La rassegna stampa di Eurointelligence si è occupata delle ferventi trattattive in corso per evitare la “guerra commerciale” avviata dal Presidente Trump,  riportando alcuni interventi autorevoli: innanzitutto Munchau sul Financial Times nota come Trump abbia gioco facile contro una Germania sotto scacco perché strutturalmente dipendente dalle esportazioni; Der Spiegel riporta quindi di alcune condizioni che saranno poste alla Ue dall’amministrazione USA per evitare la guerra commerciale, condizioni che però molto probabilmente non potranno essere soddisfatte; infine sul Council on Foreign Relations Brad Setser osserva come agli Usa comunque non basterebbe stringere un’alleanza di paesi che si coalizzano contro la Cina, perché non è la Cina il vero problema: i maggiori squilibri globali provengono proprio dagli alleati delle economie avanzate, in primo luogo, naturalmente, la Germania (travestita da eurozona).    

 

 

 

Eurointelligence,  19 marzo 2018

 

È stata una settimana di frenetica attività diplomatica al fine di scongiurare una potenziale guerra commerciale. Le tariffe USA su acciaio e alluminio dovrebbero entrare in vigore venerdì. Il nuovo ministro dell’economia tedesco, Peter Altmeier, è arrivato a Washington per colloqui con Wilbur Ross, il segretario al commercio degli Stati Uniti. L’intervista di Altmeier a Handelsblatt stamattina ci dice solo una cosa: che, al di là del desiderio di non intensificare il conflitto, il governo tedesco è privo di strategia.

 

Non scavare quando sei finito in una buca, ci sembra una strategia piuttosto a breve termine. Come sottolinea Wolfgang Munchau nella sua rubrica sul FT, questa non è una guerra commerciale che l’UE possa vincere. Se l’UE dovesse fare una grande battaglia per questo, stabilendo venerdì una lunga lista di sanzioni, gli Stati Uniti risponderebbero immediatamente con una tariffa sulle importazioni di automobili. E come sostiene Munchau, questo sarebbe l’equivalente di uno scacco matto. Donald Trump ha ragione nel sostenere che le guerre commerciali sono facili da vincere – se il tuo avversario è sufficientemente disperato e dipendente dall’esportazione di manufatti, come la Germania. Quando dicevamo che un surplus delle partite correnti dell’8% (o probabilmente superiore) non è sostenibile, non era da intendersi come una questione se il surplus è giusto o sbagliato. Insostenibile significa che ad un certo punto è destinato a finire – attraverso un aggiustamento oppure di forza.

 

Nel fine settimana la rivista Der Spiegel ha pubblicato una storia secondo la quale c’è un barlume di speranza. Era una di quelle brevi notizie dello Spiegel, raccolte da una singola fonte, ma non abbastanza ampie per un articolo completo. La storia sostiene che gli Stati Uniti faranno tre richieste specifiche come precondizione per esentare l’UE dalle tariffe sull’acciaio e l’alluminio. La prima è che l’UE metta un tetto massimo alla produzione di acciaio ai livelli del 2017. Senza indicare però la modalità di misurazione, se in volume o in valore. La seconda è che l’UE prenda misure antidumping nei confronti della Cina e accetti di cooperare con gli Stati Uniti nelle questioni relative alla politica commerciale internazionale. E per completare il tutto, gli europei dovranno fornire la prova che sono sulla buona strada per rispettare i loro impegni con la Nato in materia di spesa per la difesa. Quest’ultima è una richiesta impossibile da soddisfare, poiché nessuna prova del genere può essere data. La grande coalizione tedesca, ad esempio, non ha nessuna intenzione di aumentare la spesa per la difesa. La priorità del nuovo ministro delle finanze, Olaf Scholz, è di mantenere il surplus di bilancio.

 

Diamo per scontato che i reporter dello Spiegel abbiano parlato con qualcuno dell’amministrazione statunitense, ma ad ora non possiamo sapere se questa storia riflette correttamente ciò che sta per accadere, se non altro perché l’amministrazione Trump è essa stessa divisa al suo interno sulla politica da seguire.

 

Da tenere d’occhio questa settimana ci sono anche i colloqui tra Cecilia Malmström, il commissario europeo per il commercio, e Robert Lighthizer, rappresentante del commercio statunitense. La riunione dei ministri delle finanze del G20 si sta concludendo con una vuota dichiarazione sull’importanza del libero commercio globale. Nella sua copertura della storia, la FAZ ha notato che la dichiarazione di Amburgo dell’ultimo vertice del G20, che includeva un impegno contro il protezionismo, non ha impedito a Trump di imporre le tariffe sull’acciaio.

 

Donald Trump e i suoi consulenti concentrano gran parte della loro ira sugli scambi commerciali con la Cina, e con buone ragioni: circa un quarto del deficit commerciale degli Stati Uniti è con la Cina. Si parla del doppio del deficit commerciale con l’eurozona e di cinque volte quello con la Germania. Ma Brad Setser sul Council on Foreign Relations sostiene che il vero problema per gli Stati Uniti sono i surplus commerciali delle economie avanzate, in particolare della zona euro.

 

Setser sottolinea che, nel confronto globale, il surplus delle partite correnti della Cina è relativamente piccolo:

 

Le richieste di una coalizione globale di alleati degli USA per fare pressioni sulla Cina affinché cambi alcune delle sue pratiche commerciali più eclatanti vanno aumentando.

[ ]

Eppure, in questo momento le cattive pratiche commerciali della Cina non stanno creando tutto questo grande surplus di partite correnti.

Il surplus delle partite correnti della Cina è nettamente inferiore a quello della zona euro. O del Giappone. O delle economie emergenti dell’Asia (che non sono più paesi di recente industrializzazione, ma i nomi rimangono).”

 

 

Setser porta avanti due argomenti sul commercio globale. Uno è che a livello globale la maggior parte dei surplus delle partite correnti proviene di gran lunga dalle economie avanzate. Il secondo è che regolarmente questi avanzi sono da porre in correlazione con le politiche fiscali nazionali restrittive di queste economie avanzate:

 

Dopo la crisi globale, la Cina ha limitato l’impatto globale del suo manipolato mercato interno attraverso uno stimolo fiscale piuttosto massiccio (fuori bilancio) e un forte boom del credito. Questo stimolo non si è tradotto in tonnellate di domanda per i manufatti prodotti in Giappone, in Europa o negli Stati Uniti, ma ha generato una forte domanda di materie prime. E gli esportatori di materie prime a loro volta acquistano molti manufatti dal Giappone, dall’Europa e persino dagli Stati Uniti.

 

Il risultato netto è che la Cina, grazie a una combinazione di espansione del credito e di una politica fiscale generale espansiva, impiega molti dei suoi enormi risparmi a livello nazionale. Almeno per ora.

 

(Per parlare chiaramente: il surplus delle partite correnti della Cina è più grande di quello riportato ufficialmente, forse di un punto percentuale del PIL. Ma anche se arriva al 2,5% del PIL cinese, è più piccolo, in relazione al PIL, rispetto alle eccedenze delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti. In realtà, temo che l’eccedenza della Cina potrebbe essere in procinto di crescere: la crescita delle esportazioni è stata forte, e la Cina sembra intenzionata a realizzare un po’ di consolidamento fiscale, che peserà sulle importazioni).

 

Gli alleati degli Stati Uniti generalmente hanno politiche fiscali molto più restrittive della Cina. Questa è una grande ragione per cui registrano surplus di partite correnti maggiori della Cina. La Corea e Taiwan (e la Svizzera neutrale) hanno anche agito sul mercato dei cambi quando hanno avuto bisogno di mantenere deboli le loro valute (la Corea in modo egregio a gennaio).

 

Di conseguenza, l’eccedenza delle partite correnti degli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia è vicina a $ 800 miliardi – ben oltre i circa $ 200 miliardi della Cina. Tale somma sarebbe un po’  maggiore se si aggiungesse il surplus di paesi europei democratici ma formalmente non allineati come la Svezia e la Svizzera.

 

C’è un punto importante qui. Le maggiori eccedenze mondiali (e per questo, i maggiori deficit) si trovano ora nelle economie avanzate, e le economie avanzate hanno generalmente tariffe doganali relativamente basse. I fattori macroeconomici e i livelli delle valute, che a loro volta dipendono dalle scelte di politica macroeconomica, svolgono un ruolo molto più importante nel determinare la bilancia commerciale complessiva rispetto alle pratiche commerciali reali.

 

 

 

 

Il grafico seguente rappresenta i saldi delle partite correnti  in valore assoluto in dollari, invece che in rapporto al Pil:

 

 

 

 

 

Tutto ciò significa che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma per quanto riguarda le pratiche commerciali della Cina, che Setser d’altronde è d’accordo a definire ingiuste:

 

Ovviamente questo rappresenta un po’ un dilemma per gli Stati Uniti. Se il prezzo di una coalizione contro le pratiche commerciali della Cina è di chiudere gli occhi davanti alle politiche macroeconomiche nell’Eurozona, in Giappone, Corea e Taiwan, che hanno aumentato i loro surplus con l’estero, non ci sono molte possibilità che il disavanzo commerciale globale degli Stati Uniti possa cambiare. La Cina contribuisce indubbiamente al disavanzo aggregato degli Stati Uniti, ma svolge un ruolo minore (e altri in Asia svolgono un ruolo più importante) di quanto non indurrebbe a pensare il suo surplus bilaterale con gli Stati Uniti.

 

Fintanto che il surplus aggregato in Asia e in Europa rimane elevato, qualcuno nel mondo dovrà pur avere un grosso deficit estero, e tutto fa pensare che saranno gli Stati Uniti. 

 

E le ultime previsioni tendono a indicare l’aumento, non la diminuzione, delle eccedenze in molti dei più grandi alleati americani.”