In un articolo su Foreign Policy, Luigi Zingales, uomo dell’establishment ma anche suo critico, sembra sorprendentemente augurarsi che l’esito delle elezioni del 4 marzo possa portare finalmente a una contrapposizione vera tra ltalia e UE. Dichiarato senza giri di parole che i problemi della moneta unica erano ben noti fin dal principio, che la crisi degli spread è stata cinicamente manovrata dalla BCE per fini politici, e che l’establishment italiano finora ha preferito barricarsi dietro le istanze europee (anziché opporvisi) per aggirare così il processo democratico, Zingales sembra augurarsi che l’Italia possa finalmente voltare pagina. La presenza di due importanti partiti “populisti” in Italia, anziché di uno solo, secondo Zingales è un bene, a patto che i due non si uniscano in coalizione, perché così mentre uno dal ruolo di governo svolgerebbe delle trattative con l’Europa, l’altro potrebbe presentarsi come spauracchio per un’alternativa ancora più radicale in caso di fallimento. Quel che soprattutto lascia perplessi in questa analisi sono le priorità indicate da Zingales per la possibile intesa, da lui auspicata, tra Movimento 5 Stelle e PD. La prima – che conterebbe su una apertura di Macron alla revisione delle regole sulla immigrazione – pare già smentita sul nascere; le altre due, l’assicurazione europea sulla disoccupazione e la prospettiva di una ristrutturazione del debito pubblico italiano, non farebbero che portare avanti il disegno liberista di integrazione sovranazionale che sta rovinando il nostro paese, con buona pace del “populismo”  che, a parole, dovrebbe trionfare. (Inoltre, l’ostacolo al successo rappresentato dalla mancanza di persone qualificate a negoziare tra i populisti, per quanto riguarda la Lega andrebbe aggiornato…)

 

 

 

di Luigi Zingales, 3 aprile 2018

 

Le recenti elezioni italiane rappresentano per l’Europa un colpo più duro di quello della Brexit. I britannici, dopotutto, erano sempre stati euroscettici. Il Regno Unito aveva aderito all’allora Comunità Economica Europea tardi e con riluttanza, e per la maggior parte degli ultimi 45 anni la maggioranza dei britannici non ha visto l’Unione europea come qualcosa di vantaggioso. Il voto sulla Brexit è stato poco più che la legittimazione politica di un’avversione già presente e profondamente radicata.

 

Al contrario l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, è sempre stato un paese eurofilo. Storicamente più dell’80 percento degli italiani vedeva benefici nell’appartenenza all’UE. Quando il 4 marzo gli italiani hanno votato in massa per partiti euroscettici non lo hanno fatto perché detestano l’Europa, ma perché hanno sentito che l’Europa li stava rovinando. Una coalizione che includa almeno uno di questi partiti formerà, con ogni probabilità, il prossimo governo italiano.

 

Ora la questione critica – non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa – è cosa potrà realmente fare un nuovo governo italiano, con nuovi partiti e nuovi uomini politici. Ciò dipenderà dalla capacità della classe politica populista, non ancora messa alla prova, di trovare punti su cui fare leva per opporsi efficacemente al resto dell’Europa. E i populisti italiani, se saranno creativi, potranno farcela.

 

È l’economia, stupido!

 

Prima delle elezioni italiane il prestigioso giornale tedesco Der Spiegel pubblicava un pezzo che descriveva l’Italia come un paese di bambini che votano per dei clown. Era un articolo ovviamente offensivo. Ma ha anche dimostrato la completa mancanza di comprensione della situazione politica italiana. Per gli elettori italiani – per parafrasare James Carville, ex consigliere politico del presidente USA Bill Clinton – “è l’economia ed è l’immigrazione, stupido!”.

 

La crisi economica italiana inizia nel 2008 ed è confrontabile alla crisi degli anni ’30 in Germania: tre grosse banche sono crollate, il 30 percento delle aziende sono fallite, la disoccupazione ha raggiunto il 12 percento, quella giovanile il 35 percento, e centinaia di migliaia di persone brave e capaci sono costrette a lasciare il paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Dati questi numeri, ciò che sorprende non è il voto di protesta, ma semmai quanto questo voto di protesta sia stato contenuto. Il Movimento Cinque Stelle (che ha ottenuto circa il 32 percento dei voti) è più simile al partito mainstream tedesco dei Verdi che non all’estrema sinistra della Linke, ed è chiaramente più moderato dei partiti anti-establishment come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Al contempo la Lega (che ha ottenuto il 17 percento dei voti) è più moderata rispetto ad Alternativa per la Germania, che nelle scorse elezioni nel paese tedesco ha preso il 13 percento dei voti nonostante una disoccupazione ad appena il 3,6 percento e un reddito pro capite che negli ultimi due decenni è cresciuto del 30 percento.

 

Se l’Europa non è certamente l’unico colpevole della pessima situazione economica dell’Italia, non si può nemmeno dire che sia senza colpe. Il progetto di una moneta unica europea conteneva grossi difetti – tra cui la combinazione di rigide regole di bilancio e la mancanza di stabilizzatori automatici (come ad esempio l’assicurazione sulla disoccupazione negli USA, un sistema pagato in parte coi fondi federali) – e questi difetti erano ben noti ai suoi creatori, anche a quelli italiani. Nonostante questi ben noti difetti (e l’insorgere di una enorme crisi), nel corso degli ultimi 20 anni non è stato fatto nessun passo avanti per correggerli.

 

Altri problemi sono diventati evidenti solo durante la stessa crisi dell’euro – ad esempio la mancanza di un meccanismo per un intervento rapido volto a evitare il panico sul mercato dei titoli pubblici. Qualsiasi paese con una situazione fiscale precaria come quella italiana deve sapere che la banca centrale è pronta a intervenire per sostenere il debito pubblico in caso di una crisi di fiducia. Si vedano le differenze tra i rendimenti dei titoli del Regno Unito e quelli della Spagna dopo la crisi finanziaria. I due paesi avevano livelli di debito e di deficit molto simili. Ma il mercato ha preteso dalla Spagna, non dal Regno Unito, rendimenti maggiori dei titoli, per il fatto che c’erano incertezze sulla volontà della Banca centrale europea (BCE) di intervenire in caso di necessità.

 

A dire il vero la BCE alla fine è intervenuta, sia nel caso spagnolo che in quello italiano, ma solo dopo un lungo indugio. Il ritardo nell’intervento non era dovuto a incompetenza, ma all’esplicito desiderio di imporre la “disciplina di mercato” – sarebbe a dire, mettere pressione sul governo affinché migliorasse la sua situazione fiscale. È stata una sorta di waterboarding economico (una forma di tortura nota come “annegamento simulato” o “sottomarino”, ndt) che ha lasciato l’economia italiana devastata e gli elettori italiani legittimamente infuriati verso le istituzioni europee.

 

… Ma c’è anche l’immigrazione

 

Nel frattempo l’immigrazione ha giocato un ruolo importante (e uno potrebbe dire sproporzionatamente importante) nelle elezioni USA del 2016 e nelle elezioni tedesche del 2017, e lo stesso ha fatto anche nelle elezioni italiane 2018. In Italia, però, il problema immigrazione è fondamentalmente diverso da quello degli Stati Uniti e della Germania. Molti degli immigrati non vogliono stabilirsi in Italia. Si trovano in Italia solo come paese di passaggio per raggiungere successivamente la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Ma allora perché gli italiani sono così risentiti sull’immigrazione? Perché le regole europee sono progettate affinché il paese di arrivo (che generalmente è l’Italia) sopporti tutti i costi dell’assistenza. È come se tutti gli immigrati degli Stati Uniti passassero per il New Mexico, e fosse questo stato ad essere il responsabile esclusivo della loro assistenza, tramite il proprio bilancio statale – con la differenza ulteriore che gli immigrati che arrivano nel New Mexico possono liberamente muoversi verso il resto della nazione, mentre gli immigrati che arrivano in Italia non possono. La scorsa settimana i media italiani hanno riportato il caso di una donna nigeriana incinta, che stava morendo di cancro e al contempo stava cercando di raggiungere la propria sorella in Francia per affidarle il bambini, ma è stata respinta dalla polizia francese verso l’Italia, dove è morta.

 

Per aggiungere al danno la beffa, la crisi migratoria italiana è un disastro di matrice europea. L’intervento europeo che ha distrutto il paese libico – paese che ora è terreno fertile del terrorismo e dell’immigrazione illegale – è stato voluto dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che intendeva accrescere il potere della Francia all’estero  e forse anche nascondere la provenienza del denaro che si dice abbia ricevuto dal leader libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale.

 

Certo, l’UE non è l’unica parte in causa nella crisi migratoria italiana. Il governo italiano ha firmato volontariamente la Convenzione di Dublino, che assegna il peso dell’immigrazione al paese di sbarco (sebbene la stessa Convenzione implichi anche che ciascun paese debba farsi carico di una quota di migranti, e la maggior parte dei paesi ha rifiutato), e ha, seppure in modo riluttante, seguito Sarkozy nell’avventura militare libica.

 

Dov’è la speranza?

 

Il quadro della situazione che ho tracciato finora è piuttosto desolante. C’è un lato positivo? Sì, e si trova nel senso di urgenza scatenato dal risultato delle elezioni italiane. Già prima che i voti italiani fossero scrutinati, il presidente francese Emmanuel Macron aveva iniziato ad ammettere che l’Italia era stata lasciata sola nella crisi dell’immigrazione. La settimana seguente Macron ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel per riaffermare la necessità di una riforma delle politiche europee e condividere meglio il peso dell’immigrazione in tutto il continente.

 

Ciò che sta spingendo l’attivismo di Macron non è solo la sua ambizione di scrivere la storia come demiurgo di una nuova Europa. È anche la consapevolezza che – se non ci sarà una opportuna reazione – il voto italiano potrebbe alla fine portare all’uscita dell’Italia dall’euro, un’uscita che la Francia non può permettersi. Se la forte economia tedesca potrebbe funzionare anche in una più ristretta unione monetaria dei paesi nordici, lo stesso non si può dire della Francia. Un’Italia con una moneta svalutata sottrarrebbe alla Francia quote di mercato in molti dei suoi più importanti settori economici, dall’agroalimentare al settore automobilistico, fino al settore dei servizi bancari, per non parlare del turismo. È già abbastanza difficile per la Francia mantenere il suo costoso stato sociale e al contempo competere alla pari con le aziende tedesche. Le diventerebbe impossibile continuare così se le aziende italiane riuscissero facilmente a prevalere su quelle francesi grazie a una moneta svalutata. Uno scenario di “Quitaly” [in italiano diremmo “UscITA”, NdVdE] sarebbe il più grande regalo politico che una indebolita Marine Le Pen potrebbe ricevere ora – ed è per questo che Macron intende fare tutto il possibile per evitarlo.

 

Il problema è che il suo potere può essere limitato. Qualsiasi riforma richiede il consenso del resto dell’Unione e, soprattutto, della Germania. Gli elettori tedeschi sono terrorizzati all’idea di diventare i finanziatori di ultima istanza di un’Europa in fallimento. Per questa ragione i politici tedeschi si oppongono a qualsiasi forma di accordo per una condivisione dei rischi, sia pure la più modesta e ragionevole, come quella di un deposito assicurativo comune per le banche supervisionato dalla BCE. È come se lo stato di New York avesse insistito che fosse la California a ripianare interamente le perdite che il fallimento di IndyMac ha inflitto alla Federal Deposit Insurance Corp.

 

Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo

 

Nonostante ciò la strategia di un nuovo governo italiano dovrebbe essere quella di fare leva sull’evidente interesse di Macron a riformare l’eurozona. E può farcela, se gioca le carte giuste.

 

Il primo passo dovrebbe essere quello di respingere la strategia negoziale aggressiva adottata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Lui pensava di poter ottenere concessioni sul debito dai suoi partner europei minacciando un default volontario sui titoli greci precedentemente acquistati dalla BCE, al fine di far saltare il quantitative easing e provocare un contagio in tutto il continente. Varoufakis non ha considerato che i politici tedeschi avrebbero preferito perdere dei miliardi piuttosto che cedere a una minaccia, perché in tal caso sarebbero stati certamente rimossi da un elettorato furioso nelle elezioni immediatamente seguenti.

 

Sebbene l’Italia abbia maggiore potere contrattuale rispetto alla Grecia, può essere soffocata finanziariamente proprio nello stesso modo – come la Grecia lo fu nel 2015 – se dovesse rendere esplicita la propria minaccia. Nel momento in cui il governo italiano dovesse minacciare di uscire dall’euro, i capitali inizierebbero immediatamente a defluire dal sistema bancario italiano. Per restare aperte, le banche italiane dovrebbero allora ottenere qualche forma di liquidità di emergenza dalla BCE. Se il governo italiano dovesse esplicitare le proprie considerazioni su una uscita dall’euro, la BCE avrebbe l’incentivo a negare tali prestiti, provocando una corsa agli sportelli.

 

Il governo italiano potrebbe bloccare temporaneamente la corsa agli sportelli imponendo dei controlli sui movimenti di capitali e dei limiti sul ritiro di contante agli sportelli, proprio come è avvenuto in Grecia. Ma queste misure impatterebbero gravemente sull’economia, minando il sostegno popolare a qualsiasi governo decidesse di imporle. Cosa più importante, causerebbero fratture in qualsiasi coalizione e nei partiti stessi. Alcuni osservatori – come Wolfgang Münchau sul Financial Times – hanno sostenuto che l’Italia sia troppo grande per fallire, implicando che il resto dell’Europa dovrebbe correrle in soccorso. Forse ha ragione, ma l’aiuto verrebbe eventualmente all’ultimo istante, dopo mesi se non anni di perdite sui depositi e di recessione economica. In una qualsiasi guerra di logoramento – indipendentemente da quale governo la porti avanti – l’Italia dovrebbe colpire per prima.

 

Ma anche il tradizionale metodo italiano di rinunciare a qualsiasi richiesta di riforma fondamentale dell’eurozona in cambio dell’ottenimento di un po’ di flessibilità sulle regole di bilancio europee (note anche come fiscal compact) non è una strategia vincente. Questo approccio finora ha ottenuto ben poco vantaggio per  l’Italia e ha causato una perdita di consenso di metà dell’elettorato del paese.

 

Sarebbe molto meglio se un nuovo governo italiano adottasse un approccio su due livelli: un grosso sforzo per rivedere i difetti delle regole europee con l’implicita minaccia (anziché esplicita) che se tale strategia dovesse fallire il governo in carica crollerebbe e quello successivo uscirebbe dall’euro. È su questo che la presenza di due grossi partiti euroscettici italiani può portare un vantaggio. Se i due non governeranno assieme, uno dei due potrebbe negoziare con l’Europa sostenendo che, se le trattative fallissero, l’altro salirebbe al potere e sarebbe peggio.

 

I primi ministri Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno già giocato a loro modo questa strategia dal 2014 al 2017, quando chiedevano maggiore flessibilità di bilancio al fine di evitare un’ulteriore crescita dei partiti populisti. Ma c’erano due grosse differenze rispetto ad ora: primo, erano alquanto isolati in Europa nella loro richiesta di maggiore flessibilità fiscale, ed erano incapaci di ispirare una coalizione più ampia. Oggi se l’Italia conduce la sua battaglia per le necessarie riforme, anziché per chiedere flessibilità sulle regole già esistenti, può contare sul sostegno della Francia di Macron, che ha a sua volta da ammorbidire il proprio elettorato sempre più euroscettico, col rischio di perdere le prossime elezioni.

 

La seconda differenza rispetto ai precedenti tentativi italiani di strappare qualche concessione all’Europa è che il resto del continente prima non credeva che la minaccia populista fosse una minaccia reale, specialmente dopo una serie di risultati rassicuranti nel corso del 2017, dalla Francia all’Olanda, all’Austria. Ora due partiti populisti in Italia avrebbero, assieme, la maggioranza dei seggi parlamentari alla Camera e al Senato, e la questione non è più se la minaccia populista sia reale, ma quale forma prenderà il populismo italiano.

 

Quale populismo?

 

Storicamente il populismo ha preso molte forme, alcune più a destra e altre più a sinistra. In questo l’Italia non è diversa dagli altri paesi. Da un lato c’è la Lega, che rappresenta una forma di nazionalismo economico un po’ come il Front National della Le Pen in Francia. Dall’altro lato c’è il Movimento Cinque Stelle, che enfatizza maggiormente le istanze progressiste come il reddito di cittadinanza, le questioni ambientali e la lotta alla corruzione.

 

Al momento presente una coalizione tra i due partiti populisti sembra la cosa più probabile, dato che le divisioni ideologiche ora sono meno forti del desiderio di sostituire l’attuale establishment. Da un lato una tale coalizione avrebbe la maggiore coerenza interna nel trattare una linea dura con l’Europa. Dall’altro lato però indebolirebbe la posizione negoziale italiana. Se la coalizione dovesse fallire, non ci sarebbe alcuna alternativa se non il ritorno al vecchio regime.

 

Un’altra possibilità sarebbe un governo della Lega con i suoi alleati di centrodestra (che assieme hanno ottenuto il 37 percento dei voti), con una benevola astensione da parte del Partito Democratico. In questa coalizione l’euroscetticismo della Lega sarebbe diluito dalle posizioni più moderate dei suoi alleati. Il problema è che il resto della coalizione (e specialmente il partito dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi) è poco propenso a riformare l’Europa. Sarebbe più o meno la stessa cosa di prima.

 

La terza opzione è una coalizione tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il grande perdente delle ultime elezioni. Al momento questa sembra una possibilità remota, dato che il PD rigetta categoricamente l’idea. Tuttavia questa proposta avrebbe molti vantaggi. Primo, legittimerebbe l’elettorato italiano dando al primo partito, il Movimento Cinque Stelle, la possibilità di governare, mentre la presenza del Partito Democratico garantirebbe i partner europei e i mercati dalle opzioni più radicali (come il tentativo di uscire dall’euro). Rappresenterebbe anche una minaccia credibile per l’Europa, perché il fallimento di una coalizione Movimento Cinque Stelle-PD consegnerebbe l’Italia nelle mani dei populisti nazionalisti pronti a uscire dall’euro.

 

Le tre priorità

 

La prima priorità di un nuovo governo dovrebbe essere quella di riformare la Convenzione di Dublino sull’immigrazione. Questo sarebbe un risultato comunque minore, visto che Macron ha già aperto degli spiragli su questo punto. Oggi i richiedenti asilo politico non possono entrare legalmente in Europa, ma una volta che sono entrati possono fare richiesta di asilo politico. Dovrebbe essere vero l’opposto. Quando sono verificate certe condizioni dovrebbe essere relativamente facile per un richiedente asilo fare domanda dal proprio paese di origine, ma dovrebbe essere impossibile farlo dopo essere entrato illegalmente nel continente. Secondo punto, il pattugliamento delle coste e delle frontiere europee dovrebbe essere a carico di tutte le forze europee e non solo di quelle di frontiera. Di conseguenza gli immigrati che vengono soccorsi dalla polizia di frontiera dovrebbero essere suddivisi automaticamente tra i paesi membri in ragione del numero dei propri cittadini, e non abbandonati tutti in Grecia o in Italia. Terzo punto, la stessa libertà di movimento che viene garantita ai cittadini dei paesi europei all’interno della UE dovrebbe essere garantita anche agli immigrati. Questo renderebbe l’immigrazione davvero un problema europeo e non un problema dei paesi di frontiera.

 

La seconda priorità è quella di creare una qualche forma di assicurazione europea per la disoccupazione. L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi nell’eurozona a non avere un ampio programma di assicurazione per la disoccupazione. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto una campagna molto insistente a favore di una qualche forma di assicurazione. Tutti gli altri hanno insistito sull’infattibilità di un tale piano alla luce degli attuali limiti di bilancio imposti dall’Europa. La soluzione potrebbe essere una forma di assicurazione su base europea, che si attiverebbe nel momento stesso in cui un paese affronta un’ampia recessione. Questa non sarebbe solo una vittoria per il governo che riuscisse a metterla in atto, ma sarebbe anche un primo aggiustamento dei difetti della moneta unica.

 

Infine, per rassicurare i tedeschi che non dovranno pagare per una bancarotta italiana, il governo italiano potrebbe accettare la proposta avanzata dalla Germania di permettere ai paesi in difficoltà finanziaria di ristrutturare il proprio debito sovrano a due condizioni. Primo, che ogni paese possa emettere titoli pubblici solo fino al 60 percento del PIL che siano esenti da qualsiasi forma di bail-in e che siano garantiti dagli altri paesi dell’eurozona. In questo modo qualsiasi paese potrebbe finanziarsi con degli “asset sicuri” a un tasso conveniente. Secondo, che solo i titoli di nuova emissione possano essere considerati “senior” e pertanto garantiti. Questo provvedimento allevierebbe parzialmente le preoccupazioni tedesche sul rischio di una propria sottoscrizione di passività italiane già esistenti. Inoltre renderebbe “junior” tutti i titoli già esistenti, aprendo la possibilità di una ristrutturazione volontaria dei debiti già esistenti nei paesi più indebitati, cosa che avrebbero dovuto fare quando sono entrati nell’euro.

 

I maggiori ostacoli

 

Arrivare a un tale accordo non sarebbe facile, eppure gli ostacoli maggiori non starebbero nei partner europei dell’Italia, ma nell’Italia stessa. Il primo problema è quello della qualità del personale italiano a Bruxelles. Ancora oggi i burocrati e il personale politico italiano non sono certo tra i negoziatori più competenti. È poco probabile che un partito populista riesca a identificare e a promuovere una nuova squadra di negoziatori più competenti, così dalla sera alla mattina.

 

Il secondo ostacolo viene dalla visione cinica che l’establishment italiano ha dell’Europa. Se l’Italia non è stata capace di ottenere accordi migliori non è solo colpa dei suoi governi deboli e dei suoi burocrati incompetenti. La maggior parte dell’establishment italiano ha accolto le rigide regole europee per costringere gli italiani ad accettare ciò che altrimenti non avrebbero mai approvato attraverso un processo democratico. Come mi ha confessato l’amministratore delegato di una grossa banca italiana: “L’Italia sarebbe gestita meglio se fosse gestita dalla Germania”. La maggior parte dell’establishment italiano, quindi, è riluttante a opporsi a qualsiasi revisione delle regole europee.

 

Le elezioni del 4 marzo, però, non hanno rappresentato solo un voto anti-europeo: sono state soprattutto un voto anti-establishment. Gli italiani si sono democraticamente ribellati contro un establishment che è incapace di guidarli. O l’establishment italiano impara rapidamente la lezione o sarà obbligato a farsi da parte – non solo per il bene dell’Italia, ma per il bene di tutta l’Europa.