Sul Financial Times, Wolfgang Munchau certifica che l’agenda di riforma dell’eurozona voluta da Macron non ha alcuna possibilità di vedere la luce. Con l’uscita di scena di Martin Schultz, infatti, anche l’SPD, ridotta all’osso dalle ultime elezioni, ha abbandonato il sostegno al progetto, e anzi i suoi ministri di spicco all’interno della grande coalizione sposano quella che fu la linea di Schauble. Mentre il governo tedesco è pressato dalle istanze euroscettiche dei vincitori delle elezioni, i Liberal Democratici e Alternativa per la Germania. Così, mentre la Germania si mette ancora più di traverso all’integrazione europea (quando non sia favorevole agli interessi nazionali tedeschi), la Francia si scopre sempre più subalterna, in una unione monetaria nella quale la sua voce conta poco e in una situazione geopolitica nella quale il suo partner più affidabile, il Regno Unito, è ormai fuori dalla UE.

 

 

 

di Wolfgang Munchau, 15 aprile 2018.

 

La luna di miele franco-tedesca è finita. All’inizio dell’anno Angela Merkel, la cancelliera tedesca, e Martin Schulz, l’ex leader del Partito Social Democratico (SPD), concordavano che la Germania avrebbe iniziato un dialogo significativo con Emmanuel Macron, il presidente francese, sulla riforma dell’eurozona.

 

A quanto pare, il programma sull’eurozona era un progetto personale di Schultz, non dell’SPD. Quando a febbraio è stato deposto dal ruolo di presidente del partito, quest’ultimo ha perso interesse per il progetto. La grande coalizione è di nuovo al potere, ma ora senza il solo progetto interessante che ne avrebbe giustificato l’esistenza.

 

Olaf Scholz, ministro delle finanze dell’SPD e nuovo uomo forte del partito, è particolarmente indifferente. È scettico tanto quanto il suo predecessore, Wolfgang Schauble, sull’importante tema del sistema europeo di assicurazione dei depositi.

 

L’opposizione alla riforma dell’eurozona all’interno del partito della Merkel, la CDU, e del suo partito fratello bavarese, la CSU, è forte come sempre. Il gruppo CDU/CSU al Bundestag rigetta tutti i temi, tranne uno, del programma di riforma di Macron. Non vogliono un Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) allargato, l’ombrello di salvataggio, né un bilancio unico dell’eurozona. E, come Scholz, non vogliono un sistema europeo di assicurazione dei depositi fino a che le banche italiane non saranno riuscite a sbarazzarsi della maggior parte dei crediti deteriorati iscritti nei loro bilanci.

 

Non vogliono nemmeno la riduzione del debito per la Grecia. L’unica idea tra quelle della riforma verso la quale c’è un tiepido sostegno è quella di una protezione fiscale per il fondo di risoluzione bancario, cosa che sarebbe dovuta avvenire molto tempo fa.

 

Il messaggio è chiaro: la Germania sta dicendo no a Macron sulla riforma dell’eurozona, almeno nella sostanza. Potrebbero ancora esserci accordi simbolici, forse un minuscolo bilancio dell’eurozona senza alcun valore macroeconomico. Per aggiungere al danno la beffa, la Merkel ha anche preventivamente escluso il coinvolgimento della Germania nell’azione militare contro il regime siriano.

 

Mi chiedo come saranno ricevuti questi due messaggi scollegati. La Francia adesso è esattamente nella posizione sulla quale Marine Le Pen, la leader del Fronte Nazionale di estrema destra, aveva messo in guardia: in una unione monetaria nella quale la voce della Francia conta poco e in una situazione geopolitica nella quale è il Regno Unito il partner più affidabile.

 

Il sostegno entusiasta di Macron all’integrazione europea contrasta con l’immutata realtà politica che Francia e Germania non sono più alleati naturali. Diversamente che in Francia, i partiti europeisti in Germania sono in ritirata. Il partito della Merkel ha perso un milione di voti, andati ai Liberal Democratici e ad Alternativa per la Germania, che propugnano entrambi politiche che porterebbero alla distruzione dell’eurozona. Sessanta parlamentari della CDU/CSU hanno votato contro il programma di sostegno alla Grecia nel 2015. Se affrontasse una ribellione simile oggi, la grande coalizione non avrebbe più una maggioranza.

 

Ciò rende impossibile la riforma dell’eurozona? Non penso. La scadenza di giugno per le riforme dell’eurozona è stata scelta perché a Macron serve qualcosa di concreto da mostrare prima delle elezioni europee di maggio 2019.

 

Come sostenitore di lunga data della riforma dell’eurozona, mi trovo nella posizione inusuale di preferire una ritirata tattica. Sarebbe meglio attendere un momento migliore per spingere i due temi che realmente contano, nessuno dei quali è in agenda ora: la creazione di un unico asset sicuro, ovvero il bond dell’eurozona; e la separazione legale e politica dei governi nazionali dalle loro banche.

 

I riformatori dovrebbero sfruttare il fatto che ampi e persistenti surplus delle partite correnti nei paesi settentrionali dell’eurozona li rendono vulnerabili ad un’improvvisa interruzione dei flussi commerciali. Solo una crisi esistenziale che minacci la sopravvivenza ultima dell’eurozona ha il potenziale di destare l’attenzione nei paesi del Nord. Un surplus delle partite correnti molto ampio rende forti in tempi buoni, ma deboli in tempi cattivi. Adesso è il momento di ottenere concessioni dalla Germania e dall’Olanda.

 

L’alternativa è sprecare capitale politico scarso su riforme deboli. Dovremmo anche accettare condizioni che possono aumentare l’instabilità finanziaria, come la richiesta tedesca di una ristrutturazione semi-automatica del debito o tetti alla quantità di bond sovrani detenuti dalle banche. Se l’alternativa è un grande salto nella direzione sbagliata, stare fermi costituirebbe un progresso relativo.