Come in un film non particolarmente brillante in cui lo svolgersi della trama si intuisce già dai primi minuti, gli elettori francesi di sinistra che hanno votato in massa per Macron, presumibilmente per arginare il “pericolo fascista” della Le Pen, si scoprono traditi e arrabbiati per la deriva neoliberale nel novello Bonaparte francese. Eppure, tra alleggerimento della tassazione per i benestanti, riforma del mercato del lavoro, prelievi ai pensionati e guerra di thatcheriana memoria alla potente categoria dei lavoratori ferroviari, nulla di quello che Macron sta facendo era stato nascosto in campagna elettorale. Ma se anche nella destra repubblicana cresce la resistenza ai programmi del nuovo presidente, colpevole di tradire i valori tradizionali francesi, è tutto da vedere che le opposizioni si saldino e riescano a bloccare il progetto “modernizzatore” di Macron, a cui va riconosciuta l’abilità di saper manovrare la narrativa pubblica francese e la macchina di governo. Da Foreign Policy.

 

di Arthur Goldhammer, 23 aprile 2018

 

 

Come candidato alla presidenza francese nel 2017, Emmanuel Macron si è frequentemente vantato di non essere “né di destra né di sinistra”, sostenendo che la sua candidatura era una terza via. Ha poi corretto questa sua auto-descrizione in sia di destra sia di sinistra”. Nel periodo antecedente al primo turno delle elezioni, Macron ha persino tenuto un’affascinante lezione sulla differenza tra di esse a una classe di scuola elementare: la destra è per la libertà, ha detto con un sorriso disarmante, mentre la sinistra sostiene l’uguaglianza. Promettendo di gettare un ponte tra le due idee, lui sarebbe stato il candidato della fratellanza. Liberté, egalité, fraternité: è stato un chiaro gioco di prestigio per l’ex studente di filosofia, che ha cercato di incantare la stanza piena di alunni con la sua sintesi hegeliana del controverso passato rivoluzionario della Francia.

 

Ora, a quasi un anno dall’inizio della presidenza di Macron – con il suo indice di gradimento sceso al 40% dopo tre mesi consecutivi di declino – molti di quelli che lo hanno votato nella speranza che avrebbe trasceso la divisione sinistra-destra hanno iniziato a chiedersi se hanno creduto a una farsa, nonostante il fatto che Macron, una volta in carica, abbia fatto più o meno esattamente quello che aveva detto che avrebbe fatto. I tradizionalisti di destra si tirano indietro sui suoi piani per trasformare la Francia in una “nazione startup” modellata sulla Silicon Valley, mentre la sinistra frena sui suoi tentativi di dare un giro di vite all’immigrazione illegale e di proporre tagli alle tasse per i ricchi. Grazie a quest’ultima proposta Macron si è guadagnato l’epiteto di “presidente dei ricchi”.

 

L’ira della sinistra si è sollevata presto. Prima dell’ottobre 2017, soltanto pochi mesi dopo aver preso possesso del suo ufficio a maggio, Macron aveva eliminato la tassa patrimoniale sui beni diversi dagli immobili, una mossa che aveva anticipato – e giustificato – durante la campagna elettorale come un incentivo agli investitori e una lusinga ai benestanti per rimanere in Francia. Secondo le stime, circa 10.000 milionari sono fuggiti dalla Francia nel 2015.

 

Macron ha anche fatto passare una riforma importante della legge sul lavoro. Tenendo fede a una promessa spesso ripetuta durante la campagna elettorale, ha esteso la riforma del lavoro che aveva iniziato come ministro dell’economia sotto il presidente socialista Francois Hollande. Sebbene i dettagli del nuovo codice del lavoro siano complessi, le misure di Macron essenzialmente mirano a consentire alle aziende una maggiore flessibilità nell’assumere, licenziare, decidere l’orario e le condizioni di lavoro – ordinaria economia neoliberale dal lato dell’offerta.

 

Quindi, per rimediare a una parte delle entrate perse con l’eliminazione della tassa patrimoniale, ha imposto un “contributo sociale generalizzato” ad alcune categorie di pensionati. Ma questo non ha fatto altro che rinforzare la percezione che avesse virato a destra. I critici lo accusano di mirare a spennare gli anziani per blandire i ricchi, e la critica ha colpito: secondo un sondaggio, il 71% dei francesi giudica “ingiustificata” la nuova tassa sui pensionati, anche se questa non tocca tutti i pensionati e sarà parzialmente compensata da una graduale riduzione delle tasse locali sulla proprietà.

 

Nel tentativo di placare i pensionati irritati dalla nuova tassa, Macron li ha profusamente ringraziati – sei volte – in una intervista televisiva con il giornalista Jean-Pierre Pernaut ad aprile. Non ha avuto l’effetto voluto: i telespettatori intervistati immediatamente dopo la trasmissione hanno accusato il presidente di mostrare “disprezzo” verso i pensionati e di trattarli come “cittadini di seconda classe” perché ha tassato le loro indennità mentre tagliava le tasse ai ricchi.

 

Infine, la proposta di Macron di riformare le ferrovie nazionali francesi, la SNCF, ha irritato quelli che lo vedono spostarsi ancora più a destra. Il sistema ferroviario – e i lavoratori delle ferrovie – hanno a lungo goduto di uno spazio privilegiato nell’economia e nell’immaginazione francese. Sette cittadini francesi su dieci preferiscono il treno agli altri mezzi di trasporto, e la SNCF è venerata come il servizio pubblico per antonomasia.

 

I lavoratori della ferrovie francesi, conosciuti come cheminots, oggi godono di condizioni contrattuali abbastanza generose, in confronto ad altri lavoratori. Una volta assunti, i loro posti di lavoro sono garantiti per tutta la vita – i licenziamenti non sono permessi. Tutti i dipendenti della SNCF possono andare in pensione a 55 anni, e quelli che devono viaggiare su lunghe distanze rispetto alla loro sede di lavoro, come gli ingegneri, possono andare in pensione a 50 anni, anche se le riforme precedenti hanno gradualmente aumentato l’età di pensionamento e irrigidito le regole per accedervi.

 

Macron vuole cambiare tutto questo, in parte in risposta all’iniziativa dell’Unione Europea voluta per aumentare la competizione nel settore ferroviario. Sostiene che le ferrovie francesi “sono del 30% meno efficienti” delle ferrovie dei paesi confinanti, come la Germania. I sindacati mettono in dubbio questi numeri. I leader sindacali sostengono che la SNCF ha un problema di alti costi, la ragione principale dei quali non sono gli stipendi e le indennità concessi ai lavoratori delle ferrovie, ma il forte indebitamento della compagnia, risultato dei pesanti prestiti ottenuti negli ultimi 30 anni per costruire le linee ad alta velocità, che per lo più forniscono un servizio ai benestanti.

 

C’è una notevole delusione per il fatto che Macron, da presidente, sembri aver virato verso destra. Secondo un ampio sondaggio post-elettorale, il 45% di quelli che hanno votato Macron al primo turno delle elezioni presidenziali dell’anno scorso avevano votato per il candidato socialista, Hollande, al primo turno del 2012. In altre parole, Macron non sarebbe presidente oggi se non fosse stato per questa sostanziale dimostrazione di sostegno da parte degli elettori che si sono identificati con la sinistra. Ma questo spostamento è stato telegrafato all’inizio della sua presidenza: sebbene diversi suoi ministri, inclusi Gerard Collomb agli Interni e Jean-Yves Le Drian agli Esteri, vengano dal Partito Socialista, il Primo Ministro Edouard Phillippe, il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, e il ministro del Bilancio Gerald Darmanin vengono tutti dalla destra. In effetti, se le elezioni avessero prodotto un presidente di centro-destra, il programma elettorale del governo sarebbe risultato identico a quello di Macron. Philippe è stato un alto consigliere del leader di centro-destra Alain Juppé, e lo stesso Le Maire è stato un candidato alla nomination dei Repubblicani.

 

In effetti, Macron ha dato alla destra così tanto di quel che voleva da aver effettivamente diviso i Repubblicani. Un gruppo di moderati, soprannominati “Costruttivi” per la loro disponibilità a lavorare con Macron, sono stati ricompensati con l’espulsione del nuovo leader Repubblicano, Laurent Wauquiez. Essendo lui stesso un conservatore, Wauquiez non può criticare Macron perché  concede alla destra la politica economica che la destra diceva di volere, così ha preso ad attaccare il presidente in quanto “elitario” staccato dalla realtà, che “dà ordini” con arroganza alla gente autentica delle province e governa assistito da “una nuova nobiltà di stato” di burocrati parigini. Se Macron ha successo, sbuffa Wauquiez, la Francia sarà trasformata in una “nazione startup” di individui “iperconnessi, ma senza radici“.

 

Inoltre, la destra tradizionale rifiuta di riconoscerlo come un conservatore, perché il suo piano di condurre la Francia verso un futuro imprenditoriale hi-tech è visto come una minaccia ai valori tradizionali. Niente compiace di più Macron dell’essere attaccato su entrambi i fianchi, perché essere bersagliato  da entrambi i lati dà credito alla sua rivendicazione di non appartenere a nessuno dei due schieramenti.

 

Un esempio calzante: la sera del 15 aprile, Macron si è seduto con due giornalisti combattivi per un’intervista. Edwy Plenel, l’editore di Mediapart, rappresentava la sinistra militante, mentre Jean-Jacques Bourdin, della stazione radio RMC, rappresentava la destra populista. Entrambi cercavano di inchiodarlo col loro fuoco incrociato. Macron ci è andato a nozze, a dimostrazione che la sua grande forza di combattente politico non è né il suo diretto sinistro né il suo gancio destro, ma piuttosto il suo abile gioco di gambe retorico, che tiene sbilanciati i suoi opponenti. “La gente ha visto un presidente che può prendere un pugno e darne uno quando necessario”, si vantava il portavoce del governo, Christophe Castaner. Il confronto, ha detto, è stato “quasi fisico”.

 

Il pugilato politico televisivo è una cosa, ma i lavoratori francesi hanno perfezionato da lungo tempo il proprio stile di jujitsu da strada. Tre giorni dopo l’intervista televisiva di Macron i lavoratori ferroviari erano di nuovo in sciopero, intenzionati a interrompere i trasporti due giorni su cinque, fino a quando il governo non si arrende.

 

Nonostante questo, il presidente promette di tener duro. Crede di avere identificato gli ostacoli sulla strada del progresso ed è determinato a spazzarli via per creare il sentiero luminoso verso un futuro più brillante. Macron, dopo tutto, è un seguace dell’economista austriaco Joseph Schumpeter, che sosteneva che il progresso economico è un prodotto della “distruzione creativa”. E il presidente francese è un tecnocrate fino al midollo, uno che crede che lo stato è l’unico arbitro e rappresentante dell’interesse generale.

 

Il pericolo è che le modifiche strutturali che Macron intende apportare non producano i risultati previsti. Momentaneamente è sembrato che una ripresa generale dell’economia europea stesse lavorando in suo favore: la marea in crescita avrebbe sollevato la barca francese con tutte le altre. Ma i recenti segnali di rallentamento lo mettono in dubbio, e il risultato delle elezioni tedesche ha ridotto la possibilità di qualunque riforma dell’UE che Macron abbia sostenuto. Ciò ha soltanto aumentato il disappunto dei suoi sostenitori di sinistra.

 

Tuttavia, l’eloquenza di Macron e la sua evidente padronanza della macchina di governo continuano a impressionare una parte sufficiente del pubblico e della classe politica, e questo è il motivo per cui resta dubbio che i vari movimenti di opposizione sorti si salderanno a sufficienza da bloccare le sue riforme. Ma non manca d’ironia che il talento di Macron nel condurre la burocrazia si stia dimostrando la sua salvezza, anche mentre si dissolve la sua reputazione di centrista.