Un articolo del Financial Times ospita due punti di vista contrapposti, per quanto entrambi moderati, sulle proposte di Macron per riformare l’Eurozona e correggerne gli squilibri e le asimmetrie più eclatanti, e soprattutto sull’opportunità o meno per la Germania di accettarle. Per chi segue il dibattito in Italia si tratta di analisi ben note, persino superate. Ma è interessante osservare come anche sul piano internazionale si sia ormiai insinuata la convinzione che la moneta unica, così come è stata strutturata, non sia sostenibile. ll punto di vista della cieca intransigenza, qui difeso da Sinn, è al momento quello sostenuto dalla leadership tedesca. E non è difficile dedurne che sarà proprio questa intransigenza, alla lunga, a portare al crollo dell’intera costruzione della moneta unica.

 

 

di Isabelle Mateos y Lago e Hans-Werner Sinn, 27 giugno 2018

 

 

Sì – è necessaria una maggiore condivisione del rischio

 

 

Scrive Isabelle Mateos y Lago che il progetto di espansione dell’UE presentato a settembre da Emmanuel Macron è stato accolto in Germania con un educato silenzio. Almeno fino al mese corrente, ossia quando Angela Merkel ha presentato le sue proposte: una serie di passi, per lo più piccoli passi, nei settori della governance economica, dell’immigrazione e del controllo delle frontiere, degli affari esteri e della difesa.

 

 

Mentre, a prima vista, le differenze non potrebbero essere più evidenti, il presidente francese e la cancelliera tedesca concordano su un punto essenziale: “Se restiamo fermi, saremo polverizzati“, come ha affermato la Merkel. Tuttavia, ciò che offrono non sono forse due visioni alternative, quanto piuttosto delle mosse decisive rispetto a ciò che è politicamente fattibile oggi.

 

 

Se la visione di Macron è “più giusta“, lo è soprattutto perché il momento di procedere con audacia è ora. I mercati ci hanno ricordato durante le trattative per il nuovo governo italiano che sono capaci di passare rapidamente dalla compiacenza al panico. La calma è in larga misura tornata, ma non sarebbe saggio darla per scontata.

 

 

Nonostante tutti i progressi compiuti per ridurre l’instabilità derivante dalla crisi del debito dell’eurozona, l’agenda è in larga parte incompiuta. Il circolo vizioso tra banche ed emittenti sovrani esiste ancora, così come il potenziale per il contagio internazionale. Se sotto stress, l’eurozona potrebbe ancora esplodere.

 

 

L’intuizione di Macron di settembre, secondo il quale sono necessari profondi cambiamenti per prevenire l’implosione, era corretta. Ma i recenti sviluppi politici dimostrano che l’Europa non può permettersi il lusso di temporeggiare finché l’umore dei suoi cittadini non migliora.

 

 

Come molti hanno osservato, la Germania ha solo accettato la moneta unica a condizione in primo luogo che i suoi membri fossero vincolati dalle sue stesse regole interne: una politica monetaria incentrata su bassa inflazione e una politica fiscale che mantenga basso il debito pubblico e il deficit. Dopo quasi 19 anni di questo esperimento, abbiamo imparato tre cose.

 

 

Innanzitutto, se uno Stato membro sviluppa un divario di competitività positivo (come ha fatto la Germania negli anni 2000), gli altri paesi, mancando l’opzione della svalutazione, possono colmare il divario solo attraverso aggiustamenti reali (come la moderazione salariale o le politiche di aumento della produttività). Se il divario non si può colmare, la crescita genererà significativi squilibri nelle partite correnti che, quando i finanziamenti vengono a mancare, rischiano di provocare delle crisi.

 

 

In secondo luogo, se i cicli economici dei vari paesi iniziano a divergere, la politica monetaria unica aggraverà questa divergenza, in quanto sarà troppo espansiva per i paesi in crescita e troppo restrittiva per quelli in recessione. Sono necessari strumenti efficaci di politica fiscale per contrastare questa forza centrifuga. Ma l’uso della politica fiscale è volutamente limitato, e lo sarà ancora di più nella prossima crisi, perché tutti gli Stati membri tranne la Germania ci arriveranno con rapporti molto più elevati di debito rispetto al prodotto interno lordo.

 

 

Insomma, queste regole potrebbero funzionare bene per la Germania, ma non per l’Italia, mentre gli altri membri dell’eurozona sono distribuiti tra i due estremi. Con queste premesse, due sono gli esiti possibili: o la Germania accetta un cambiamento delle regole che faccia funzionare l’eurozona per i paesi che non possono o non vogliono adottare il modello economico tedesco; o l’Italia deciderà di avere un futuro migliore al di fuori del blocco della moneta unica, un passo che porterebbe alla fine del sistema finanziario europeo e potrebbe addirittura portare altri paesi alla stessa conclusione.

 

 

L’opinione di Macron si basa sulla convinzione che il primo scenario sarebbe migliore per tutti i cittadini europei; è pertanto necessario condividere maggiormente i rischi sia pubblici che privati, avere più simmetria e maggiore flessibilità nell’affrontare gli shock e gli squilibri. Gli strumenti specifici sono negoziabili. Non dovrebbero necessariamente comportare la fine della disciplina, la mutualizzazione dei rischi esistenti o i finanziamenti tedeschi delle presunte follie altrui.

 

 

Nel passato l’Europa ha sempre fatto passi avanti in risposta alle crisi. Ma la prossima crisi rischia di infliggere il colpo micidiale. Se non si dà risposta a questo pericolo in tempo, ciò potrebbe imporre un significativo premio di rischio sulle attività europee in previsione dei potenziali danni futuri. La prevenzione può sembrare costosa, ma non agire rischia di esserlo molto di più.

 

 

La scrittrice è capo stratega multi-asset di BlackRock ed ex-funzionaria del FMI

 

 

 

No – la cancelliera deve resistere alle richieste di unione fiscale

 

 

Hans-Werner Sinn scrive: Angela Merkel ha risposto a Emmanuel Macron. I leader tedeschi e francesi hanno trovato un terreno comune su questioni quali la politica di asilo, il controllo delle frontiere esterne, gli interventi militari, il terrorismo, l’economia digitale, la ricerca, l’istruzione e l’Africa. Ma non sono d’accordo su questioni di redistribuzione e competizione.

 

 

Nel suo discorso alla Sorbona tenutosi a settembre, il presidente Macron ha messo in guardia dall’esporre i cittadini europei alle forze della concorrenza sfrenata e ha chiesto una modifica del trattato per istituire un’unione fiscale con “trasferimenti finanziari” internazionali, un ministro delle finanze dell’eurozona e un bilancio comune. La Merkel, d’altra parte, ha recentemente sottolineato i vantaggi degli accordi commerciali ed è riluttante ad approvare un’unione fiscale.

 

 

Ma il cancelliere tedesco è sotto attacco interno della CSU, il suo partner di coalizione, sull’immigrazione e ha bisogno di un successo politico. Sotto pressione, la Merkel ha accettato di convertire il meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo sotto controllo intergovernativo. Sarebbe favorevole ad un fondo di investimento europeo per aiutare gli Stati membri meno competitivi e sarebbe persino d’accordo con la proposta di Macron di un bilancio dell’eurozona.

 

 

Le ultime concessioni della Merkel hanno infastidito la CSU. La Germania si è infatti impegnata a fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in difficoltà e a mitigare l’austerità imposta dal mercato. Ha avuto pressioni dalla Francia per cofinanziare ingenti fondi di salvataggio fiscale nel 2010 e 2015, è il maggior garante dell’assicurazione creditizia di default della Banca centrale europea, noto come OMT, e fornisce di gran lunga il più grande stock di credito scoperto “di scopo” ad altri paesi europei, attualmente 956 miliardi di euro.

 

 

L’opposizione alle proposte dell’onorevole Macron non è solo forte nella CSU, ma anche nel resto dell’Europa. Si teme che nuovi fondi per le economie in difficoltà minaccino gli incentivi alle riforme e che l’approccio a due velocità del presidente francese dividerà l’Europa.

 

 

I sostenitori di Macron sostengono che l’eurozona abbia bisogno di un sistema assicurativo internazionale per assorbire gli shock temporanei esogeni. Ma l’assicurazione è impossibile quando gli shock derivano dallo scoppio di bolle interne e da politiche sbagliate. Inoltre, i trasferimenti temporanei rischiano di diventare permanenti, come quelli diretti all’Italia meridionale, al sud della Spagna e alla Germania orientale. Impediscono lo sviluppo attraverso quello che gli economisti chiamano “malattia olandese”, un riferimento alle difficoltà incontrate dai Paesi Bassi negli anni ’60 e ’70 dopo un boom spinto dalle vendite di gas naturale.

 

 

Fortunatamente, la  Merkel non è favorevole ad un regime comune di assicurazione dei depositi, che consentirebbe alle banche in difficoltà dell’UE di raccogliere fondi da tutta Europa e di investirli in progetti dubbi. Questa proposta suona un campanello d’allarme in Germania, dove per permettere agli stati tedeschi di proteggere correntisti e creditori le Landesbank sono diventati istituti di finanza speculativa. Gli Stati Uniti hanno avuto un’esperienza altrettanto negativa con le casse di risparmio negli anni ’80. L’assicurazione comune sui depositi ha mutuato i rischi delle banche e consentito loro di attirare fondi quasi illimitati per le attività speculative. Un’assicurazione sui depositi sarebbe più adatta a limitare l’azzardo morale solo se fosse nazionale e privata.

 

 

L’Europa è a un bivio: o continuerà a conciliare rischi e responsabilità e si baserà sull’intervento del governo o si accontenterà dell’equilibrio concorrenziale di un’economia di mercato prospera.

 

 

Se sceglie il primo percorso, rischia di ripetere gli errori degli Stati Uniti nei suoi primi decenni. Due ondate di mutualizzazione del debito negli anni 1780 e 1813 causarono un eccessivo indebitamento statale perché riducevano artificialmente gli spread di interesse e rendevano poco chiare le responsabilità di rimborso. Il nuovo debito innescò boom keynesiani, poi trasformatisi in bolle. Il tentativo di calmare i mercati attraverso la mutualizzazione del debito e la condivisione dei rischi si rivelò problematica. Fu solo dopo questa amara esperienza che gli Stati Uniti tornarono a un sistema di auto-responsabilità, vietando i salvataggi degli stati sovra-indebitati.

 

 

Piuttosto che reinventare la ruota, l’Europa farebbe meglio ad imparare dall’esperienza degli Stati Uniti e tornare a una politica di rigidi vincoli di bilancio, concentrando i suoi sforzi su sicurezza, controllo delle frontiere, difesa e altri tipi di politiche pubbliche.

L’autore è ex-presidente dell’Istituto Ifo per la ricerca economica