Venti anni dopo la creazione formale dell’euro (e sei anni dopo la pubblicazione de Il tramonto dell’euro di Alberto Bagnai, aggiungiamo noi), Hans-Werner Sinn afferma su Project Syndicate che pochi possono dire onestamente che la moneta unica sia stata un successo. E ripercorre lo schema che noi conosciamo da tempo: la bolla di credito nell’Europa meridionale, le politiche monetarie e gli schemi di trasferimento che hanno ulteriormente squilibrato i rapporti tra le economie degli Stati membri – per pronosticare ancora maggiori problemi per il terzo decennio. “Purtroppo il grande sociologo Ralf Dahrendorf aveva ragione, quando concluse che ‘l’unione monetaria è un grave errore, un obiettivo donchisciottesco, imprudente e fuorviante, che non unirà, ma spezzerà l’Europa’“, conclude Sinn. E prevede che sarà il prossimo decennio, il terzo della moneta unica, che ne deciderà in un senso o nell’altro il destino.   

 

 

 

Di Hans-Werner Sinn, 30 luglio 2018

 

 

Venti anni dopo la creazione formale dell’euro, pochi possono dire onestamente che la moneta unica è stata un successo. Dopo aver alimentato una massiccia bolla di credito nell’Europa meridionale nel suo primo decennio, ha dato luogo a una serie di complesse politiche monetarie e schemi di trasferimento nella sua seconda fase, e maggiori problemi si profilano quando entrerà nel terzo.

 

Nel maggio 1998 alle valute destinate a essere fuse nell’euro furono applicati i tassi di conversione irrevocabili. Per questo, in un certo senso si può dire che la moneta unica ha compiuto poco più di vent’anni. Nel corso del primo decennio di vita ha dato la sensazione di una sorta di festa, in particolare nell’Europa meridionale; ma nel secondo decennio sono arrivati gli inevitabili postumi della sbornia. Ora, all’inizio del terzo decennio, l’umore prevalente sembra essere quello della crescente radicalizzazione politica.

La festa iniziale era quella della manna del credito a basso costo, che i mercati dei capitali emettevano allegramente nei paesi dell’Europa meridionale sotto la protezione dell’euro. Per un certo periodo, questi Paesi hanno finalmente avuto abbastanza denaro per aumentare i salari e le pensioni del settore pubblico, oltre a stimolare i consumi e gli investimenti privati.

Ma l’inondazione di credito creò negli stessi paesi bolle inflazionistiche, che sono scoppiate quando la crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2008 si diffuse in Europa. Dopo che i mercati dei capitali si rifiutarono di concedere ulteriore credito, le economie già di per sé non abbastanza competitive dell’Europa meridionale, ma ora anche ipervalutate, si trovarono in breve in gravi difficoltà.

 

La risposta degli europei del Sud è stata mettersi a stampare ciò che non potevano più prendere in prestito. Aiutati dalla Banca centrale europea – che ha allentato la sua politica sui collaterali per rifinanziare i crediti e ha aumentato la tolleranza per l’assistenza con liquidità in caso di emergenza e per i crediti secondo l’Accordo sulle attività finanziarie nette – hanno drenato centinaia di miliardi di euro dal sistema monetario attraverso i cosiddetti scoperti Target. E dal 2010 in poi, sono stati i destinatari dei pacchetti di salvataggio fiscale dell’UE.

 

Tuttavia, poiché i mercati finanziari consideravano questi pacchetti di salvataggio insufficienti, nel 2012 la BCE ha promesso di coprire una quantità illimitata di obbligazioni di Stato dei Paesi membri nell’ambito del proprio programma di “outright monetary transactions”, trasformandole de facto in obbligazioni in euro. Infine, nel 2015, la BCE ha lanciato il suo programma di quantitative easing, in base al quale le banche centrali degli Stati membri hanno acquistato titoli per 2,4 miliardi di euro, inclusi 2 miliardi di obbligazioni governative. Di conseguenza, la base monetaria della zona euro è cresciuta drasticamente, da 1,2 trilioni a oltre 3 trilioni di euro.

Ma, anziché utilizzare i soldi extra per lubrificare le loro economie nazionali, i Paesi dell’Europa meridionale li hanno utilizzati per effettuare ordini di pagamento in Germania. Hanno costretto la Bundesbank ad accreditare l’acquisto di beni, servizi, immobili, azioni societarie e persino intere società – o almeno ad accreditare il riempimento di conti bancari in Germania, che sarebbero prontamente disponibili per l’acquisto di attività in caso di rischio di rottura del sistema dell’euro. Questi acquisti di beni e servizi sono una delle ragioni dell’enorme surplus commerciale della Germania.

A metà del 2018, l’importo netto degli ordini di pagamento in Germania attraverso il sistema Target era salito a 976 miliardi di euro. Trattandosi di uno scoperto perpetuo a carico della Bundesbank, questo denaro non è diverso dall’International Monetary Fund’s Special Drawing Rights, tranne per il fatto che è molto di più – una somma maggiore di tutti i fondi che i paesi FMI sono disposti a prestare l’uno all’altro. Solo la Spagna e l’Italia hanno un passivo rispettivamente di 400 e 500 miliardi di euro.

Nonostante – o a causa di – questo successo, i settori manifatturieri dei paesi dell’Europa meridionale sono ancora molto lontani dal riconquistare competitività. In Portogallo, ad esempio, la produzione del settore manifatturiero è ancora del 14% inferiore a quella del terzo trimestre del 2007, dopo la prima crisi del mercato interbancario europeo. E per l’Italia, la Grecia e la Spagna, questa cifra è rispettivamente del 17%, 19% e 21%. Nel frattempo, la disoccupazione giovanile supera il 20% in Portogallo, oltre il 30% in Spagna e in Italia e quasi il 45% in Grecia.

Ora che stiamo entrando nel terzo decennio dell’euro, vale la pena notare che Portogallo, Spagna e Grecia sono tutti governati da socialisti radicali che hanno abbandonato il concetto di responsabilità fiscale, che chiamano “politica di austerità”. Peggio ancora, i partiti italiani tradizionali sono stati tutti spazzati via. Il nuovo governo populista del Paese, sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega Nord, intende aumentare sostanzialmente il debito del paese per pagare i tagli fiscali proposti e il reddito garantito; e potrebbe minacciare di abbandonare del tutto l’euro se l’UE si rifiuta di stare al gioco.

Alla luce di questi fatti, anche gli entusiasti dell’euro più convinti non possono onestamente affermare che la moneta unica sia stata un successo. L’Europa ha abbastanza chiaramente fatto il passo più lungo della gamba. Sfortunatamente, il grande sociologo Ralf Dahrendorf aveva ragione nel concludere che “l’unione monetaria è un grave errore, un obiettivo donchisciottesco, imprudente e fuorviante, che non unirà, ma spezzerà l’Europa”.

È difficile vedere una strada chiara. Alcuni spingono per una ancora maggiore socializzazione del debito e per una condivisione del rischio a livello europeo. Altri ammoniscono che ciò spingerebbe l’Europa in un pantano ancora più profondo di irresponsabilità finanziaria. La conseguente distorsione del mercato dei capitali causerebbe gravi danni economici, che l’Europa difficilmente può permettersi, data la sua difficile posizione competitiva globale nei confronti di una Cina emergente e di una Russia e di un’America sempre più aggressive. In un modo o nell’altro, il terzo decennio dell’euro deciderà il suo destino.

 

Hans-Werner Sinn, professore di Economia e Finanza Pubblica all’Università di Monaco, è stato presidente dell’ Ifo e fa parte del Consiglio di esperti del ministero dell’Economia tedesco. Ha recentemente pubblicato The Euro Trap: On Bursting Bubbles, Budgets and Beliefs.