Andrew Crane, professore di Economia sociale dell’impresa all’Università di Bath, propone una riflessione inedita ed inaspettata sul dramma della schiavitù moderna legata all’immigrazione clandestina. Contrariamente all’idea comune che si ha dello sfruttamento dei nuovi schiavi, nella quale ci si aspetterebbe di trovare orari massacranti, lavori estenuanti e sottopagati, la realtà spesso è che i nuovi schiavi lavorano molto meno di quanto potrebbero e, in molti casi, vorrebbero. Il modello di sfruttamento, in questo caso, non consiste nel trarre vantaggio il più possibile dalla produttività del lavoratore, ma nel considerarlo allo stesso tempo un fattore di produzione ed un consumatore. Proprio perché non lavorano abbastanza, i lavoratori immigrati sono così costretti ad indebitarsi e di conseguenza a precludersi la possibilità di ripagare il loro debito, rimanendo intrappolati in una spirale schiavistica di debito e dipendenza nella quale gli introiti, per il datore di lavoro, non provengono tanto e solo dallo sfruttamento della forza lavoro, ma anche dalla vendita di beni e servizi destinati ai loro dipendenti, oltre che dagli interessi sullo stesso debito. È pertanto indispensabile comprendere queste nuove dinamiche di sfruttamento, che aiutano a far luce su tanti aspetti (l’importazione di massa di lavoratori in paesi che già soffrono di disoccupazione, la veemenza e il potere di ONG ed associazioni legate all’accoglienza, tra gli altri) che contraddistinguono una crisi migratoria così complessa e dai tanti lati oscuri come quella attuale.

 

 

Di Andrew Crane, 18 luglio 2018

 

 

Le persone intrappolate nelle moderne situazioni di schiavitù subiscono condizioni terribili, minacce alla loro sicurezza e limiti alla loro libertà. Eppure molto spesso in realtà lavorano molto meno di quanto vorrebbero veramente. Può sembrare assurdo, ma come modello di business dello sfruttamento ha una sua astrusa logica.

 

 

Con il termine “schiavitù moderna” vengono di solito evocate le peggiori forme di sfruttamento umano. Che si tratti di ragazzine costrette alla prostituzione, operai edili intrappolati nel lavoro forzato, o migranti costretti a lavorare su navi da pesca per anni senza sosta e senza paga, sembra che non vi siano limiti alle modalità con cui lo sfruttamento viene utilizzato per generare profitti per pochi, a un costo altissimo per altri.

 

 

La logica economica dello sfruttamento estremo è abbastanza semplice. Usando la violenza, le minacce o l’inganno per costringere le persone a svolgere lavori che altrimenti non farebbero, lo sfruttatore risolve un problema di offerta di lavoro, riduce i costi e ottiene una produttività maggiore rispetto a quanto otterrebbe in un libero mercato.

 

 

La maggior parte delle descrizioni del lavoro forzato include immagini di lavori ardui e pericolosi, giornate lavorative lunghe, pochi (se va bene) giorni liberi e condizioni di vita squallide. Quindi sicuramente è ragionevole pensare che uno spietato “datore di lavoro” voglia spremere i suoi “schiavi” il più duramente possibile.

 

 

Ma non è proprio così – o almeno, non sempre. La nostra ricerca sui modelli di business della moderna schiavitù nel Regno Unito si proponeva di studiare varie situazioni in cui i lavoratori erano costretti a lavorare per lunghe ore con salari bassi. Ma ci siamo invece imbattuti in situazioni, specialmente nel settore agricolo, in cui apparentemente gli schiavi sembravano avere pochissimo lavoro da fare. A volte, per diverse settimane non c’era affatto lavoro, o solo poche ore per uno o due giorni alla settimana.

 

 

Il recupero crediti

 

All’inizio questo fatto ci ha lasciato perplessi. Perché costringere i lavoratori a uno status di lavori forzati se non si ha intenzione di farli lavorare il più possibile? E non c’erano dubbi che questi fossero lavoratori forzati. Erano costretti, con le minacce o con la forza, a sottostare ai loro datori di lavoro. In base alla definizione dell’agenzia ONU, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), erano sotto “minaccia di sanzione” se tentavano di andarsene. E allora perché li si fa lavorare così poco?

 

 

La risposta, a nostro avviso, si può dedurre se si cerca di comprendere i modelli aziendali sottostanti alla moderna schiavitù. Ci sono una varietà di modi per trarre profitti dalla schiavitù moderna, e talvolta occorre superare l’idea che semplicemente riduce i costi della manodopera. Nel caso degli schiavi agricoli sottoccupati, il modello di business delle aziende che li ingaggiano differisce da come potremmo normalmente intendere la schiavitù moderna.

 

 

Due caratteristiche in particolare saltano all’occhio. In primo luogo, il metodo principale con cui i “datori di lavoro” esercitano il controllo sui loro lavoratori è attraverso la schiavitù del debito – che solitamente si instaura nel momento in cui i lavoratori migranti sono reclutati all’estero. Come racconta uno dei nostri informatori:

 

 

Ai migranti viene detto: “Tu vieni nel Regno Unito, noi ti prestiamo i soldi, e quando arrivi lì ti offriamo alloggio e stipendi, lavoro.” All’arrivo però deliberatamente non gli danno alcun lavoro da fare. Continuano a ripetere: “Un po’ di pazienza, tra due, tre settimane, possiamo darti lavoro. Al momento non ce n’è, ma non preoccuparti, puoi alloggiare nella sistemazione che abbiamo fornito. [Ecco] un po’ di soldi per non morire di fame, mi ripagherai quando inizierai a ricevere i tuoi stipendi.”  Apparentemente sembrano molto gentili e ragionevoli, ma è solo una scusa per instaurare questa schiavitù, in modo che non possano più sfuggire.

 

 

 

 

In secondo luogo, un altro modo per ricavare denaro dal lavoro forzato in una situazione di questo tipo non è solo ridurre il costo del lavoro, ma generare entrate dalla vendita di una serie di beni e servizi aggiuntivi ai lavoratori sotto il loro controllo. Alloggio, cibo e trasporti sono forniti a prezzi di monopolio ai lavoratori, che non hanno altra scelta. Ciò comporta considerevoli vantaggi per i datori di lavoro e contribuisce a spingere sempre più profondamente i lavoratori nel debito.

 

 

Per pagare questo debito, i lavoratori a volte richiedono fondi dai familiari all’estero o da servizi di prestito istantaneo, il che consente ai loro sfruttatori di generare entrate aggiuntive. In altri casi, i lavoratori continueranno semplicemente ad accumulare grandi quantità di debito, di solito a tassi di interesse usurai, che non possono rimborsare. Di conseguenza, sono ulteriormente spinti verso la dipendenza finanziaria e diventano sempre più soggetti allo sfruttamento continuato. Il ciclo di debito e sfruttamento diventa così estremamente difficile da rompere.

 

 

Come modello di business si discosta dalla norma perché il datore di lavoro assume deliberatamente più lavoratori di quanti gliene occorrano. Ma questo eccesso di offerta può essere vantaggioso per il datore di lavoro senza scrupoli che vede i suoi lavoratori come consumatori (anche se consumatori non per loro scelta), oltre che dipendenti. Gli “schiavi” agricoli sottoccupati potrebbero sembrare inizialmente un fenomeno aberrante. Ma in realtà sono solo lo specchio della costante innovazione nei modelli di business dello sfruttamento.