Un editoriale dell’Obs illustra la svolta della sinistra europea sul problema dell’immigrazione, a partire dal movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht. L’autrice lega la sopravvivenza stessa di un’Europa democratica alla capacità della sinistra – ormai in agonia – di risintonizzarsi con l’elettorato popolare. Benché sembri scordare che si può essere democratici senza essere necessariamente di sinistra, l’articolo discute un tema cruciale nel dibattito politico odierno, su cui la sinistra sconta l’avere aderito con miope rigidità – non scevra da ipocrisia – a uno schema ideologico in realtà modellato sugli interessi del grande capitale e delle classi privilegiate.

 

 

di Sara Daniel, 19 settembre 2018

 

Non si è ancora calmata l’onda provocata dall’annuncio da parte della musa della sinistra tedesca radicale, Sahra Wagenknecht, della nascita all’inizio di settembre del suo movimento Aufstehen (“Alzati”). Sfidando il dogma “frontiere aperte” del suo partito, Die Linke, la Wagenknecht ha effettivamente scoperchiato un tabù e dato uno scossone a una sinistra che finora ha eluso l’argomento, anche nelle istruzioni date ai suoi dirigenti. Ed ecco qua: la sinistra europea è ridotta all’agonia, e c’è chi nei suoi ranghi  ritiene di non potersi più risparmiare questo dibattito, lasciando all’estrema destra il suo cavallo di battaglia.

 

I cittadini europei hanno in gran parte sequestrato le loro più recenti elezioni nazionali per trasformarle in altrettanti referendum sull’immigrazione, e gli osservatori concordano nel prevedere che questo si ripeterà su scala continentale alle elezioni europee del maggio 2019.

 

Riconquistare i voti dell’elettorato popolare

 

Di fronte all’abbandono da parte dei loro elettori, dopo essere stati accusati di avere tradito il popolo in nome di un mondo senza frontiere al servizio di un devastante ultra-liberismo invece che dell’internazionale socialista, i partiti di sinistra e alcuni movimenti al loro interno, sono ormai divisi sulla strategia da adottare per riconquistare i voti dell’elettorato popolare. Alcuni hanno già rifatto il loro Bad Godesberg (o… “good” Godesberg, dipende dai punti di vista), vale a dire hanno ripetuto quello che avvenne in Germania al congresso del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) di Bad Godesberg, che nel 1959 ha sancito la rottura con il marxismo e l’adesione all’economia di mercato.

 

L’obiettivo è non rimanere eternamente all’opposizione e riconquistare gli elettori che, come spiega Sahra Wagenknecht “non sono tutti razzisti”. Un’idea condivisa da Jeremy Corbyn in Gran Bretagna e ancora in Francia da Jean-Luc Mélenchon, che dice di volersi rivolgere “agli arrabbiati e non ai fascisti” (gioco di parole tra i termini con suono simile ” fâchés”, arrabbiati, e “fachos”, fascisti, ndt), fustiga il grande capitale che fa a pezzi il proletariato dei migranti e abbraccia il concetto di sovranità nazionale. Da parte loro, i socialdemocratici svedesi e danesi hanno fatto la loro rivoluzione, propugnando dapprima il contenimento dell’immigrazione e poi l’assimilazione totale dei nuovi arrivati.

 

È una sconfitta della linea di pensiero “non bisogna mettere gli uni contro gli altri i lavoratori francesi e stranieri, invece di prendere di mira i padroni canaglia, che sono francesi”, come ha dichiarato Benoît Hamon in un’intervista a “L’Obs”  ? Gli elettori di sinistra, che conoscono la loro storia, potrebbero dire che una cosa non esclude l’altra. Così Marx aveva fatto notare che l’Irlanda, mandando la sua popolazione in eccedenza in Inghilterra, “provocò un calo dei salari e un peggioramento delle condizioni morali e materiali della classe lavoratrice inglese”. E, aggiunse, questo antagonismo tra gli operai inglesi e irlandesi “è il segreto attraverso il quale la classe capitalista mantiene il suo potere”.

Per la sopravvivenza dell’Europa democratica

 

Naturalmente, si comprendono le esitazioni della sinistra a intraprendere il pericoloso cammino della rinegoziazione verso il basso delle condizioni di quell’accoglienza, di cui ha fatto una bandiera. Eppure, a ogni grande crisi, in ogni periodo travagliato, la sinistra francese è stata attraversata dalle stesse divisioni che osserviamo oggi nella sinistra europea.

 

Ricordiamo qui solo quello che ancora oggi paralizza la discussione (in Francia, ndt): l’esclusione nel novembre 1933 da parte di Leon Blum dei neo-socialisti della SFIO, che finiranno con il collaborare con il regime di Vichy. Allo stesso modo furono banditi i partigiani di Marcel Deat. E chi pensava che la guerra avesse segnato i limiti dell’internazionale, come Adrien Marquet, che scrisse: “Il 2 agosto 1914 il concetto  di classe è crollato di fronte al concetto di Nazione. Che cosa significa questo concetto di classe che scompare al momento della tragedia?” O chi, come Henri de Man nel suo libro “Oltre il marxismo”, riteneva che il capitalismo guidasse la classe padrona verso l’internazionalismo, mentre spingeva la classe lavoratrice verso il nazionalismo.

 

Possiamo davvero criticare oggi la sinistra, nel contesto degradato che conosciamo, perché prende in considerazione le paure e l’esasperazione delle classi lavoratrici, cercando di prendere le necessarie precauzioni per tornare all’umanesimo fondante dei valori europei ? Perché è il fallimento stesso del liberalismo, incapace di gestire politicamente il movimento migratorio che promuove economicamente, a spiegare perché l’opinione pubblica si sia opposta, sicuramente più della crisi economica o persino dell’aggravamento delle disuguaglianze sociali.

 

Nel “Destino d’Europa”, il politologo bulgaro Ivan Krastev scrive: “Il rifiuto dei liberali ad ammettere che le ondate migratorie possano avere il minimo effetto negativo è all’origine di questa reazione di ostilità verso l’establishment che scuote la vita politica di tante democrazie oggi”.

 

Se si vuole una sopravvivenza dell’Europa democratica, la sinistra deve indubbiamente misurare anche il fallimento della strategia di disprezzo di classe nei confronti degli elettori che cedono alle sirene del populismo.