Al di là delle strategie economiche e politiche, gli Stati Uniti sono ormai da vari anni, già prima dell’amministrazione Trump, avviati su una traiettoria di strategia geopolitica che sembra mirata ad alzare l’asticella della corsa agli armamenti, accantonando gli obiettivi di disarmo che avevano fatto seguito alla caduta del bipolarismo USA-URSS, e quindi alla fine della Guerra Fredda. Questa lucida analisi fa chiarezza sulle recenti mosse della Casa Bianca e le reazioni degli altri paesi che nutrono ambizioni di egemonia globale o regionale, e sulle preoccupanti implicazioni di queste mosse sulla sicurezza globale.

 

Resta da chiedersi se a livello geopolitico, e quindi tralasciando per una volta l’analisi puramente economica e utilitaristica, tali sviluppi siano il frutto di una “stanchezza imperiale” da parte degli Stati Uniti nel rappresentare il polo unico di una potenza senza rivali, o se siano il tentativo di annichilire i potenziali rivali spingendoli verso una insostenibile corsa agli armamenti. Allo stato dei fatti, entrambe le ipotesi rivelerebbero un’analisi insufficiente, superficiale e di corto respiro delle dinamiche storiche che portano all’ascesa e al declino degli imperi, e che in quanto tale ci lascia insoddisfatti. Come si dice in linguaggio accademico, “sarabbero necessarie ulteriori ricerche”.

 

 

di Conn Hallinan, 6 novembre 2018

 

La decisione dell’amministrazione Trump di ritirarsi dall’accordo Intermediate Nuclear Force (INF) sembra essere parte di una più ampia strategia volta a liquidare oltre 50 anni di accordi per il controllo e la limitazione delle armi nucleari, e tornare a un’era caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di armi di distruzione di massa.

 

La risoluzione del trattato INF, che vieta i missili balistici e da crociera terrestri con un raggio compreso tra 300 e 3400 miglia, non costituiusce, in sé e per sé, un colpo fatale all’insieme di trattati e accordi risalenti al trattato del 1963 che vietò i test di armi nucleari nell’atmosfera. Ma congiuntamente ad altri eventi, come la decisione di George W. Bush di ritirarsi dal Trattato anti-balistico dei missili (ABM) nel 2002 e il programma dell’amministrazione Obama di potenziamento delle infrastrutture nucleari, contribuisce a indebolire ulteriormente l’architettura di accordi che finora ha, almeno in parte, limitato queste terrificanti opere.

 

L’abbandono dell’INF“, afferma Sergey Rogov dell’Istituto di Studi statunitensi e canadesi, “potrebbe far crollare l’intera struttura del controllo degli armamenti“.

 

Lynn Rusten, ex consigliere generale per il controllo degli armamenti nel National Security Agency Council, avverte che: “Ciò aprirà le porte a una corsa agli armamenti a tutto campo“.

 

La giustificazione di Washington per uscire dal Trattato INF è che i russi avrebbero implementato il missile da crociera 9M729, che secondo gli Stati Uniti violerebbe l’accordo, anche se Mosca lo nega e le prove non sono state rese pubbliche. La Russia controbatte che il sistema ABM degli Stati Uniti – Aegis Ashore – schierato in Romania e pianificato per la Polonia, potrebbe essere utilizzato per lanciare missili simili a medio raggio.

 

Se questo fosse un mero disaccordo sulla gittata delle armi, basterebbero delle ispezioni per risolvere la questione. Ma la Casa Bianca, in particolare il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, si preoccupa meno delle ispezioni che di tirare fuori gli Stati Uniti da accordi che limitino in qualche modo il dispiegamento del potere americano, sia esso militare o economico. Quindi, Trump ha abbandonato l’accordo nucleare con l’Iran, non perché l’Iran stia costruendo armi nucleari o abbia violato l’accordo, ma perché l’amministrazione vuole usare sanzioni economiche per perseguire il cambio di regime a Teheran.

 

In un certo senso, l’accordo INF è un colpo basso. Il trattato del 1987 vietava solo i missili a medio raggio terrestri, non quelli lanciati dal mare o dall’aria, dove gli americani detengono un forte vantaggio, e riguardava solo gli Stati Uniti e la Russia. Altri paesi dotati di armi nucleari, in particolare Cina, India, Corea del Nord, Israele e Pakistan hanno dispiegato numerosi missili a medio raggio con armi nucleari. Uno degli argomenti portati da Bolton per uscire dall’INF è che così facendo gli Stati Uniti potrebbero contrastare i missili a medio raggio della Cina.

 

Ma se la preoccupazione fosse il controllo dei missili a raggio intermedio, il percorso ovvio sarebbe quello di estendere il trattato ad altre nazioni e includere armi lanciate via aria e mare. Non che ciò sia facile. La Cina dispone di molti missili a raggio intermedio, perché la maggior parte dei suoi potenziali antagonisti, come il Giappone o le basi statunitensi in Asia, sono all’interno del raggio di tali missili. Lo stesso vale per Pakistan, India e Israele.

 

Le armi a raggio intermedio – a volte chiamate missili “tattici” – non minacciano il continente americano come gli analoghi missili statunitensi minacciano la Cina e la Russia. Pechino e Mosca possono essere distrutti dai missili intercontinentali a lungo raggio, ma anche da missili tattici lanciati da navi o aerei. Una delle ragioni per cui gli europei sono così contrari al ritiro dall’INF è che, in caso di guerra nucleare, la presenza di missili a medio raggio sul loro territorio ne farebbe un bersaglio.

 

Ma supposte violazioni del trattato non sono il motivo per cui Bolton e i suoi collaboratori si oppongono all’accordo. Bolton aveva già chiesto di ritirarsi dal trattato INF tre anni prima che l’amministrazione Obama accusasse i russi di barare. Infatti, Bolton si è opposto a tutti gli sforzi per limitare le armi nucleari e ha già annunciato che l’amministrazione Trump non rinnoverà il Trattato di riduzione delle armi strategiche (START) alla sua scadenza nel 2021.

 

START stabilisce il tetto per le testate nucleari di Stati Uniti e Russia a 1550, un numero esiguo.

 

Il ritiro dell’amministrazione Bush dal trattato ABM del 1972 nel 2002 è stato il primo grande colpo alla struttura del trattato. I missili anti-balistici sono intrinsecamente destabilizzanti, perché il modo più semplice per sconfiggere tali sistemi è di sopraffarli espandendo il numero di lanciatori e testate. Bolton, nemico di lunga data dell’accordo ABM, si è vantato di recente che la risoluzione del trattato non ha avuto alcun effetto sul controllo degli armamenti.

 

Ma la fine del trattato ha accantonato i colloqui di START, ed è stato lo schieramento di ABM nell’Europa orientale – insieme all’espansione della NATO fino ai confini russi – a spingere Mosca a dispiegare il missile da crociera ora in discussione.

 

Sebbene Bolton e Trump siano più aggressivi sulla risoluzione degli accordi, è stata la decisione dell’amministrazione Obama di spendere 1,6 triliardi di dollari per aggiornare e modernizzare le armi nucleari degli Stati Uniti a compromettere ora uno dei pilastri centrali del trattato sul trattato nucleare, il Comprehensive Test Ban Treaty del 1996 (CTBT).

 

Quell’accordo poneva fine ai test sulle armi nucleari, rallentando lo sviluppo di nuove armi, in particolare la miniaturizzazione e le testate di minima portata. La prima consente di porre più testate su ciascun missile, le seconde aumentano la possibilità di usare armi nucleari senza avviare uno scontro nucleare su vasta scala.

 

I razzi sono difficili da progettare, ragion per cui non possono essere implementati senza un test preventivo. Gli americani hanno aggirato alcuni degli ostacoli creati dal CTBT usando simulazioni computerizzate come quelle della National Ignition Facility. La testata Mod 11 B-61, che sarà prossimamente dispiegata in Europa [principalmente in Italia, N.d.T.], era stata originariamente pensata per combattimenti urbani, ma i laboratori di Livermore, in California, e di Los Alamos e Sandia, in New Mexico, la hanno trasformata in un bunker buster, capace di attaccare i centri di controllo e comando nascosti nel sottosuolo.

 

Tuttavia, l’esercito e l’establishment nucleare – che vanno da aziende come Lockheed Martin e Honeywell International a centri di ricerca universitari – da tempo si sentivano ostacolati dal CTBT. A ciò si aggiunge l’ostilità dell’amministrazione Trump a tutto ciò che limita la potenza degli Stati Uniti, e il CTBT potrebbe essere il prossimo sulla lista.

 

Il ripristino dei test nucleari porrà fine ai controlli sulle armi di distruzione di massa. E poiché l’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) prevede lo smantellamento di armi di distruzione di massa da parte delle potenze nucleari, anche questo accordo potrebbe fallire. In pochissimo tempo paesi come la Corea del Sud, il Giappone e l’Arabia Saudita si aggiungerebbero al club nucleare, seguite a ruota da Sud Africa e Brasile. Gli ultimi due paesi hanno studiato la produzione di armi nucleari negli anni ’80, e il Sud Africa ne ha già testata una.

 

La fine dell’accordo INF spingerà il mondo più vicino alla guerra nucleare. Poiché i missili a medio raggio riducono il tempo di preavviso per un attacco nucleare da 30 minuti a 10 minuti o meno, i paesi si terranno pronti a rispondere al fuoco. “Se non si usano non servono” è la filosofia che spinge le tattiche della guerra nucleare.

 

Nell’ultimo anno, la Russia e la NATO hanno svolto esercitazioni militari molto estese ai rispettivi confini. I caccia russi, statunitensi e cinesi di solito giocano a braccio di ferro. Ma cosa succederebbe se uno di quei “giochi” andasse storto?

 

Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono arrivati ​​ai limiti di una guerra accidentale in almeno due occasioni e, con così tanti attori e così tante armi, sarà solo una questione di tempo prima che un paese interpreti un’immagine radar in modo errato e si posizioni in DEFCON 1 – imminente guerra nucleare.

 

Il Trattato INF è nato a causa della forte opposizione e delle grandi manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti. Questo tipo di pressioni, unite all’impegno dei paesi a non dispiegare tali armi, saranno nuovamente necessari per evitare che l’intero sistema di accordi che ha tenuto a bada l’orrore della guerra nucleare vada in pezzi.