L’editor economico del giornale britannico progressista The Guardian sancisce il funerale politico di Macron: un uomo che credeva di emulare De Gaulle e di marciare verso il futuro dell’anti-populismo, e si è rivelato l’ultimo rappresentante di una stirpe fallimentare di tecnocrati centristi sulla scia di Clinton, Blair e Schröder. Elliott sottolinea opportunamente il ruolo dei vincoli di bilancio europei, della subalternità alla Germania e, soprattutto, dell’euro, nel fallimento annunciato della politica di Macron, definendo a chiare lettere un errore madornale l’entrata della Francia nella moneta unica.

 

di Larry Elliott, 06 dicembre 2018

 

La rivolta per le strade, le stazioni di rifornimento senza carburante, gli acquisti d’emergenza ai supermercati, un paese nel caos. Non è una visione distopica della Gran Bretagna post-Brexit, ma la Francia in questo preciso momento, governata dal sedicente campione dell’anti-populismo, Emmanuel Macron.

 

I politici francesi continuano immancabilmente a dirsi ispirati da Charles de Gaulle, e Macron non fa eccezione. La sua fotografia presidenziale ufficiale lo rappresenta di fronte a un tavolo su cui sta una copia aperta delle memorie di guerra di De Gaulle. Il messaggio subliminale di Macron al popolo francese era ovvio: come De Gaulle, anche io sarò un leader forte. Come De Gaulle, anche io mi ergerò al di sopra dei politici meschini per governare nell’interesse nazionale.

 

Di paragoni con De Gaulle ce ne sono sicuramente, in questi giorni. Ma non si tratta del De Gaulle che ha costituito il governo francese in esilio a Londra nel 1940 o del De Gaulle che guariva le ferite dell’Algeria nel 1958. Inevitabilmente, dal momento in cui sono esplose le proteste dei gilet gialli in tutta la Francia, il paragone da fare è quello con le occupazioni delle strade di Parigi, da parte di studenti e lavoratori, nel maggio ’68.

 

Come De Gaulle, anche Macron non ha saputo accorgersi delle proteste di strada che stavano per arrivare. Come De Gaulle, Macron sembra fuori dal mondo e incapace di una risposta adeguata. E come De Gaulle anche lui pagherà un prezzo politico salato, visto che la sua reazione è stata quella di dire che non si sarebbe mai piegato ai manifestanti se fossero scesi in piazza, ma poi, con la decisione di bloccare l’aumento della tassa sui carburanti per sei mesi, ha fatto precisamente questo.

 

C’è non poca ironia nel fatto che l’uomo che era considerato la risposta al populismo ha provocato la più clamorosa manifestazione di collera populista che si fosse vista finora. Quando giunse al Palazzo dell’Eliseo, Macron fu salutato come il rappresentante di una nuova stirpe di politici, ma la realtà è che lui rappresentava il passato, non il futuro: era l’ultimo tecnocrate centrista nella tradizione di Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder.

 

Il predecessore di Angela Merkel alla cancelleria tedesca è stato il vero modello per Macron. Fu infatti Schröder a spingere per un mercato del lavoro più duro e per le riforme del welfare all’inizio degli anni 2000, riforme progettate per rendere più competitiva la maggiore economia d’Europa. Le riforme funzionarono, ma solo in una certa misura. La Germania ha bassa disoccupazione e accumula grandi surplus commerciali, ma questo perché i lavoratori tedeschi hanno accettato i tagli ai salari e la riduzione del loro potere d’acquisto.

 

Macron ha creduto che la stessa ricetta potesse funzionare anche per la Francia, ma nonostante la sua facile vittoria contro Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali, il supporto della sua base è sempre stato debole. La Francia sceglie il proprio leader con un processo in due fasi: un primo turno con molti candidati e in un secondo turno in cui i due candidati col maggior numero di voti fanno un testa a testa. Si dice che la Francia scelga al primo turno ed elimini al secondo, e solo poco più di un quarto di quelli che hanno votato al primo turno volevano effettivamente Macron.

 

Ciononostante, il nuovo presidente ha creduto di avere un mandato forte per fare riforme strutturali. Ha tagliato le tasse ai ricchi e reso più facile, per le aziende, assumere e licenziare, poi ha dato battaglia ai sindacati ferroviari. Era solo questione di tempo prima che iniziasse il contraccolpo.

 

L’economia francese ha stentato a mantenere il passo con quella tedesca. La Francia ha ben poco spazio per stimolare la domanda, visto che i tassi di interesse sono stabiliti dalla Banca Centrale Europea e la politica fiscale – cioè le tasse e la spesa pubblica – sono vincolati dalle regole di bilancio dell’eurozona. La Francia ha sostenuto la fondazione dell’euro credendo che una moneta comune potesse contenere il potere tedesco. Ma la realtà è che è successo proprio l’opposto: la Germania è diventata la forza dominante nell’eurozona e nell’intera UE. L’euro funziona per la Germania – o, per essere più precisi, funziona per gli esportatori tedeschi – ma non funziona per nessun altro. Dopo aver commesso l’errore madornale e di proporzioni storiche di entrare nella moneta unica, la Francia ha provato a rettificare.

 

Mentre era ancora nel periodo della luna di miele come presidente, Macron ha annunciato un piano per rafforzare l’unione monetaria creando un bilancio dell’eurozona controllato dall’eurozona stessa. Sapeva che l’unico modo per far aderire Berlino alla sua proposta sarebbe stato che la Germania vedesse la relazione con la Francia come una relazione tra uguali, cosa che non è stata per molti anni. Il modo per generare il necessario rispetto era mettere l’economia francese sullo stesso sentiero di rigore che i tedeschi avevano accettato sotto Schröder. Ciò aveva il vantaggio di essere in linea con il suo stesso programma di politica interna, tutto orientato a creare un ambiente più favorevole al business e a spostare l’equilibrio di potere dal lavoro al capitale.

 

I tedeschi sono sempre stati un po’ duri da persuadere, sia riguardo la desiderabilità di avere una politica fiscale a livello di eurozona che loro stessi avrebbero dovuto finanziare, sia riguardo la capacità di Macron di mettere in atto le proprie politiche in Francia. Le peggiori violenze di piazza che si siano viste da mezzo secolo a questa parte hanno confermato tutte le paure dei tedeschi. Ma c’è un punto più ampio da capire: i politici devono rendersi conto che la crisi finanziaria e un decennio di appiattimento degli standard di vita hanno contribuito a determinare ciò che è politicamente fattibile e ciò che non lo è.

 

È fattibile – e in effetti desiderabile – adoperare il sistema fiscale per combattere i cambiamenti climatici, ma solo se il colpo inferto agli standard di vita è pienamente compensato da tagli su altre tasse. Altrimenti si tratta solo di ulteriore austerità, che gli elettorati stanno ormai rifiutando ovunque. Ed è politicamente suicida, per chi è già famoso come il presidente dei ricchi, dire agli elettori arrabbiati per l’aumento del costo dei carburanti di fare “car sharing” o di prendere il trasporto pubblico. Questo non è De Gaulle, è la Maria Antonietta del “mangino brioche”.