Un articolo su Bloomberg scopre – e documenta autorevolmente – qualcosa di non nuovo, ma troppe volte dimenticato: che i sindacati effettivamente hanno avuto un ruolo fondamentale nel rendere migliori i salari della classe lavoratrice e che rafforzarli potrebbe essere l’unica via per contrastare la crescita fuori controllo delle disuguaglianze. Come suggerisce l’autore agli alfieri del libero mercato, è bene che questi ultimi ripensino alle proprie posizioni sul tema, anche solo per impedire che i lavoratori sfruttati e sottopagati organizzino un’altra rivoluzione d’ottobre.

 

 

Di Noah Smith, 13 giugno 2018

 

 

Rinforzare [i sindacati] potrebbe attenuare le disuguaglianze e la stagnazione dei salari.

 

Dal punto di vista politico ed economico, i sindacati sono una strana bestia. Non fanno parte dell’apparato dello Stato, ma dipendono in modo cruciale dal sostegno statale per esercitare il loro potere. Sono implicati nella conduzione delle aziende, ma spesso hanno rapporti conflittuali con la loro direzione. Storicamente, i sindacati sono stati una causa importante della conquista da parte della classe lavoratrice di molte delle protezioni e dei diritti di cui gode ora, ma spesso hanno lasciato la classe operaia frammentata e divisa tra aziende diverse, tra lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati, e perfino tra diversi gruppi etnici.

 

Anche gli economisti sono stati a lungo incerti nel formulare un giudizio sui sindacati. Non si adattano facilmente al paradigma standard della teoria economica moderna, in cui individui e società atomizzate rispettano regole supervisionate da un governo onnipotente. Alcuni economisti vedono i sindacati come un cartello, che protegge gli iscritti a spese degli altri. Secondo questa teoria, i sindacati fanno aumentare i salari, ma anche la disoccupazione. Questa è la visione dei sindacati insegnata in molti corsi introduttivi e libri di testo.

 

Se questo fosse davvero ciò che hanno fatto i sindacati, potrebbe essere semplicemente il caso di lasciarli scivolare nel dimenticatoio, come è successo per i sindacati del settore privato negli Stati Uniti:

 

È passato molto tempo da quando l’Unione ci ha resi forti

Quota di forza lavoro iscritta ai sindacati nel settore privato

Fonte: Barry T. Hirsch e David A. Macpherson tramite Unionstat.com

 

Ma ci sono molte ragioni per ritenere che questa teoria sui sindacati non sia giusta – o, almeno, sia lamentevolmente incompleta.

 

Innanzitutto, già negli anni ’70 alcuni economisti si sono resi conto che i sindacati fanno molto di più che spingere verso l’alto gli stipendi. In un articolo del 1979 intitolato “The Two Faces of Unionism” [Le due facce del sindacalismo, ndt], gli economisti Richard Freeman e James Medoff sostenevano che “offrendo ai lavoratori una voce sia sul posto di lavoro che nell’arena politica, i sindacati possono influenzare positivamente il funzionamento dei sistemi economici e sociali”.

 

Freeman e Medoff citano dati che dimostrano che i sindacati hanno ridotto il turnover, il che fa diminuire i costi associati al continuo trovare e formare nuovi lavoratori. Dimostrano anche che i sindacati impegnati nell’attività politica hanno procurato benefici alla classe lavoratrice tutta, piuttosto che ai soli membri del sindacato. E hanno mostrato che contrariamente alla convinzione diffusa, i sindacati hanno effettivamente ridotto le disparità retributive legate alla razza. Infine, Freeman e Medoff sostengono che, definendo standard di retribuzione all’interno delle industrie, i sindacati in realtà riducevano la disuguaglianza salariale complessiva, nonostante l’effetto cartello messo in evidenza nei libri di testo economici.

 

Ma il mondo non ha ascoltato Freeman e Medoff, e i sindacati del settore privato sono diminuiti, fino a diventare quasi insignificanti. Ora, dopo quarant’anni, gli economisti iniziano a sospettare che i sindacati siano un affare migliore di quello che i libri di testo raccontano.

 

Un recente articolo degli economisti Henry Farber, Daniel Herbst, Ilyana Kuziemko e Suresh Naidu conclude che i sindacati sono stati una forza importante nella riduzione della disuguaglianza negli Stati Uniti.

 

Poiché i dati sul passato tendono a essere frammentari, Farber e i suoi coautori hanno messo insieme un numero enorme di fonti diverse per ottenere un quadro dettagliato dei tassi di sindacalizzazione a partire dal 1936, l’anno dopo quello in cui il Congresso approvò la legge che consentiva ai dipendenti del settore privato di formare sindacati. Gli autori dimostrano che con l’aumentare della sindacalizzazione la disuguaglianza tende a diminuire e viceversa. E questo effetto non è legato alle maggiori competenze e istruzione dei lavoratori sindacalizzati; anzi, nel periodo tra il 1940 e il 1970, quando la sindacalizzazione salì e la disuguaglianza diminuì, i lavoratori iscritti ai sindacati tendevano a essere meno istruiti degli altri. In altre parole, i sindacati hanno rialzato gli operai che si trovavano al livello più basso della distribuzione. I lavoratori neri e altri lavoratori non bianchi sono quelli che tendenzialmente hanno tratto il massimo beneficio dall’impulso avuto dal sindacato.

 

In ogni caso oggi i sindacati del settore privato sono per lo più una memoria sbiadita e il loro potere di aumentare i salari si è ridotto – Farber e coautori hanno verificato che, sebbene ci sia ancora un vantaggio nei salari dei lavoratori sindacalizzati, ora è molto più dovuto al fatto che i lavoratori più qualificati sono quelli che tendono a restare sindacalizzati.

 

Un articolo del 2004 degli economisti John DiNardo e David Lee ha rilevato che tra il 1984 e il 1999 i sindacati avevano perso gran parte della loro capacità di far aumentare i salari.

 

Considerato il contrasto tra l’età d’oro del 1940-1970 e l’attuale epoca della crescente disuguaglianza, non avrebbe senso rianimare i sindacati? Forse. La domanda chiave è: perché i sindacati del settore privato si sono per lo più estinti? Cambiamenti politici: le leggi sul diritto al lavoro e la nomina di legislatori antisindacali hanno probabilmente svolto un ruolo chiave nel ridurre la sindacalizzazione. Ma anche la globalizzazione potrebbe aver giocato un ruolo importante. La concorrenza di aziende in paesi come la Germania – dove i sindacati spesso contrattano salari tenuti bassi  per aumentare la competitività delle loro imprese – potrebbe avere reso insostenibile il vecchio modello americano di sindacalizzazione. Ora, con una concorrenza ancora più dura da parte della Cina, la sfida di ri-sindacalizzare gli Stati Uniti potrebbe essere insormontabile.

 

Ma potrebbe valere la pena provarci. Oltre a una massiccia ridistribuzione di reddito e ricchezza da parte del governo, non c’è davvero nessun altro sistema in vista per affrontare l’aumento della disuguaglianza del Paese. Inoltre, c’è la possibilità che i sindacati possano essere un rimedio efficace per il problema dell’aumento del potere di mercato delle aziende – le evidenze suggeriscono che quando i tassi di sindacalizzazione sono alti, la concentrazione delle industrie è meno efficace nel tenere schiacciati i salari. Abrogare le leggi sul diritto al lavoro e nominare più legislatori pro-sindacati potrebbe essere proprio la medicina di cui l’economia ha bisogno.

 

In conclusione, i sostenitori del libero mercato dovrebbero rivedere la loro antipatia per i sindacati. Mentre il socialismo guadagna sostegno tra i giovani, sia gli economisti sia gli opinionisti che sostengono il libero mercato dovrebbero prendere in considerazione la possibilità che i sindacati – questo strano ibrido di contrattazione sul libero mercato e supporto governativo – fossero il vaccino che ha permesso agli Stati Uniti e alle altre nazioni ricche di sfuggire ai disastri del comunismo nel ventesimo secolo.

 

Sembra che sia arrivato il momento di rilanciarli.