La versione online di FAZ pubblica un approfondimento sull’attuale crisi bancaria, concentrandosi principalmente sulla situazione in Italia e Germania. Mentre i media tedeschi continuano a stigmatizzare la condizione di alcuni istituti di credito italiani, diversi importanti gruppi bancari tedeschi si trovano sull’orlo del collasso.

 

 

 

Di Isabel Schnabel, Università di Bonn, 25 gennaio 2019

 

 

Ancora una volta, l’Italia! Nelle scorse settimane molti titoli dei giornali erano dedicati alla pessima salute del sistema bancario italiano. Ancora una volta, si parla di una banca la cui situazione drammatica è nota da tempo. E ancora una volta si parla di salvataggio. Molti tedeschi in questo momento pensano a quanto siano fortunati a non essersi invischiati in un’eccessiva condivisione dei rischi con l’Italia. Il rischio era quello di dover sostenere i costi del salvataggio bancario italiano. Fortunatamente le banche tedesche stanno meglio – giusto?

 

In realtà anche alcune aree del settore bancario tedesco si trovano in una crisi prolungata, ma l’opinione pubblica tedesca non ne è altrettanto scandalizzata. In questo caso la posta in gioco è ben più alta di quella della genovese Banca Carige, che mette sul piatto della bilancia “solo” 24 miliardi di euro. La travagliata Norddeutsche Landesbank è l’ottava banca tedesca, con un bilancio totale di circa 155 miliardi di euro. Nel caso fosse necessaria un’operazione di salvataggio, si tratterebbe del denaro dei contribuenti tedeschi.

 

Inoltre, il governo ora parla apertamente di una fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank. Le due sono rispettivamente la più grande e la quarta più grande banca tedesca, con un bilancio totale di quasi duemila miliardi di euro, mentre sullo sfondo si delinea sempre più chiaramente la debolezza delle due banche. Il prezzo delle azioni di Deutsche Bank è vicino al suo minimo storico e si è ridotto di oltre il 90% dal picco del 2007. Per quanto riguarda Commerzbank, della quale lo stato tedesco detiene ancora oltre il 15%, la situazione non sembra migliore. Alla luce della difficile condizione delle due banche, ai più alti livelli si discute di una nuova politica industriale per il settore bancario. Una fusione sostenuta dallo Stato delle due principali banche private sembra essere una parte essenziale di questa strategia.

 

Tutto questo non è che un lontano ricordo delle nobili promesse gridate ai quattro venti da molti politici dopo la grave crisi finanziaria del 2008. Mai più una banca sarebbe stata salvata attraverso le entrate fiscali, si disse all’epoca. E mai più il settore bancario avrebbe potuto prendere in ostaggio lo Stato. A questo scopo è stato istituito il nuovo meccanismo di risoluzione europeo, istituzionalizzato a livello UE attraverso le nuove direttive sulla risoluzione e nell’area dell’euro con l’istituzione del meccanismo di risoluzione unico nell’ambito dell’unione bancaria.

 

E che dire della credibilità dell’impegno a non far pagare più i contribuenti per le colpe del settore bancario? Gli eventi recenti non lasciano ben sperare. Ma sarebbe sbagliato puntare il dito solo contro l’Italia. Il nuovo meccanismo di risoluzione può avere successo solo se tutti gli Stati membri, compresa la Germania, sono pronti a ripulire i rispettivi settori bancari.

 

Ancora un salvataggio in Italia?

Prima di tutto diamo un’occhiata all’Italia. Questa volta è Banca Carige una banca di medie dimensioni, attiva a livello regionale, a trovarsi al centro della scena. I “buchi” nel patrimonio capitale banca erano stati evidenziati da tempo. Già negli stress test del 2014, immediatamente prima dell’entrata in vigore dell’unione bancaria, la Banca Carige si era mostrata come una delle banche in maggiori difficoltà.

 

La crisi è diventata acuta quando Vittorio Malacalza, l’azionista di maggioranza, ha rifiutato di approvare un aumento di capitale, contrariamente agli accordi precedenti, e la maggioranza del consiglio di amministrazione della banca si è dimesso. Ciò ha spinto la vigilanza della BCE a sospendere temporaneamente la banca – un processo unico nella storia dell’unione bancaria. Per stabilizzare la banca, il governo italiano ha approvato un decreto che prevede una garanzia governativa per le obbligazioni emesse dalla banca in difficoltà. Allo stesso tempo, sono state introdotte disposizioni per una ricapitalizzazione preventiva della banca.

 

Già nel novembre 2018, il cosiddetto “schema volontario”, sotto l’egida della Cassa Depositi e Prestiti e finanziato attraverso il settore bancario italiano, aveva acquisito obbligazioni subordinate della banca per circa 320 milioni di euro, che ora hanno perso molto valore e probabilmente presto saranno convertite in azioni della banca. Ciò trasferisce le difficoltà della banca direttamente al resto del settore bancario italiano. In precedenza, un simile approccio, che aveva visto giungere aiuti a diverse banche italiane in crisi attraverso il Fondo Atlante, non aveva ottenuto il successo sperato, prolungando i problemi e indebolendo il sistema bancario italiano nel suo insieme.

 

Al momento le opzioni sul tavolo per risolvere i problemi di Banca Carige sono diverse. A questo proposito le banche italiane fungono da modello di riferimento, avendo in definitiva beneficiato del denaro dei contribuenti (non tedesco, ma italiano, intendiamoci) nonostante gli aiuti di stato e le regole di risoluzione. Il caso più clamoroso riguarda la banca del Monte dei Paschi di Siena, che con i suoi 130 miliardi di euro di bilancio è molto più grande di Banca Carige. Nel 2017 è stata ricapitalizzata da parte dello stato italiano con la partecipazione degli azionisti e dei creditori, operazione ritenuta inevitabile per via della sua rilevanza sistemica. Nonostante le enormi iniezioni di capitale, l’istituto ha ancora grandi difficoltà e la crisi sembra lontana dalla fine.

 

Un altro esempio è rappresentato da due banche veneziane più piccole, paragonabili per dimensioni a Banca Carige, liquidate a livello nazionale perché le loro piccole dimensioni non giustificavano una procedura europea. Le parti vitali della banca (good bank) sono state vendute al gruppo italiano Banca Intesa per un prezzo simbolico di un euro. Azionisti e creditori subordinati hanno subito una perdita totale. Tuttavia, come nel caso di Monte dei Paschi, i mutuatari senior e gli investitori al dettaglio sono stati ampiamente risparmiati.

 

Punti deboli delle nuove regole

L’approccio appena descritto non era in aperta contraddizione con le regole europee. Così, nel caso di Monte dei Paschi, fu usata solo una scappatoia, che fu deliberatamente incorporata nelle regole, anche su richiesta del governo tedesco. Per le banche veneziane, la legge europea non si applicava, a parte le norme sugli aiuti di stato. Lo spirito delle nuove regole, tuttavia, non corrispondeva alla procedura. Una più consistente condivisione delle perdite è stata ostacolata anche dal fatto che molte delle obbligazioni bancarie subordinate ad alto rischio erano state vendute agli investitori al dettaglio dopo che gli investitori istituzionali si erano ritirati, il che era apparentemente stato tollerato dalla vigilanza nazionale.

 

Questo rivela le debolezze del nuovo meccanismo di risoluzione. La nuova serie di regole contiene troppe eccezioni e poteri discrezionali per eludere la responsabilità di un creditore. Gli eventi degli ultimi anni mostrano quanto sia difficile, perfino in periodi relativamente tranquilli, prevalere politicamente davanti a un’unione globale di creditori. Se ci troveremo davanti a una vera crisi sistemica, la pressione politica per risparmiare i creditori sarà ancora più forte. Certo, in questa eventualità alcune eccezioni potrebbero essere funzionali alla risoluzione del problema. Tuttavia, gli strumenti per prevenire una situazione così eccezionale dovrebbero essere notevolmente rafforzati, definendo criteri rigorosi per affrontare un’eventuale crisi sistemica. Inoltre, andrebbe ricercata una maggiore armonizzazione dei regolamenti bancari a livello nazionale.

 

Una delle rivendicazioni più comuni in Italia, è che gli oneri ereditati dal sistema bancario dalla crisi precedente non siano stati rimossi in modo efficace prima del lancio dell’unione bancaria. La riduzione delle sofferenze negli ultimi anni era stata favorita dalla situazione economica eccezionalmente buona. Un nuovo rallentamento economico potrebbe aumentare rapidamente i prestiti in sofferenza e complicare ulteriormente il rapporto con le banche in difficoltà.

 

Si arriva ad oggi, con il sistema bancario europeo di nuovo instabile, dieci anni dopo la crisi della Lehman. L’aumento del patrimonio netto potrebbe rapidamente svanire, in particolare i coefficienti patrimoniali basati sul rischio potrebbero deteriorarsi rapidamente nel caso sopraggiungesse una nuova crisi. Un peggioramento della recessione diventerebbe probabile per via di prestiti bancari deboli. Ancora una volta ci si ritrova sprovvisti di un mercato europeo dei capitali integrato e funzionante che possa attenuare le debolezze del sistema bancario.

 

Per un sistema bancario stabile sarebbe necessaria un patrimonio netto molto più elevato, soprattutto nel caso delle banche più importanti e di rilevanza sistemica. Le perdite potrebbero essere assorbite in modo più sicuro, riducendo la pressione politica sul nuovo meccanismo di risoluzione. Ma non ci sarà un ulteriore inasprimento dei requisiti patrimoniali per il prossimo futuro, in quanto le associazioni bancarie sono riuscite a convincere la politica che un patrimonio netto più elevato restringerebbe eccessivamente la propensione al credito. Prove convincenti a sostegno di questa tesi al momento non sono pervenute.

 

Difficoltà delle banche tedesche

Finora, la Germania non ha dovuto fare i conti con le nuove regole di risoluzione perché, a differenza dell’Italia, ha usato il tempo a disposizione prima che le nuove norme entrassero in vigore per sostenere il settore bancario con fondi statali. Casi problematici come HSH Nordbank non sono quindi ancora caduti nella rete delle norme europee più severe. A detta del governo federale, i costi diretti del salvataggio delle banche durante la crisi finanziaria ammontano ad almeno 68 miliardi di euro – una somma che non include ancora gli ulteriori costi economici della crisi bancaria. Ciò pone la Germania tra i paesi europei che hanno investito più denaro nei salvataggi bancari.

 

Tuttavia, ampie parti del settore bancario tedesco non versano in buone condizioni. Ciò vale in particolare per le istituzioni che sono state maggiormente colpite dalla crisi delle spedizioni navali. E vale anche per Deutsche Bank, la cui redditività già bassa è stata ulteriormente gravata da notevoli rischi legali. Le difficoltà nel settore bancario tedesco sono per la maggior parte di natura strutturale e sono solo parzialmente dovute alla politica dei tassi di interesse bassi della Banca centrale europea. Tuttavia, la politica al ribasso dei tassi d’interesse le sta esacerbando, poiché la pressione sui margini di interesse aumenta l’incentivo ad agire in modo più spregiudicato, non spesso nella forma di maggiori rischi. In ogni caso, visti i problemi del settore bancario tedesco, non ci sono molti motivi per guardare dall’alto in basso all’Italia.

 

Particolare preoccupazione è destata al momento dalla Norddeutsche Landesbank. In caso di crisi questa banca ricadrebbe sotto le nuove regole di risoluzione. Nel recente stress test si è rivelata una delle banche peggiori, mentre non c’era stato nulla da segnalare nei test precedenti. La debolezza della banca è spiegata dalla combinazione di una capitalizzazione relativamente debole e un’alta concentrazione di finanziamenti verso il settore navale, molti dei quali considerati in sofferenza. L’acquisizione completa della disastrata Bremer Landesbank ha peggiorato ulteriormente le difficoltà.

 

La fusione con Hessische Landesbank, che inizialmente era stata notevolmente spinta, non si è poi conclusa positivamente. Un aumento di capitale da parte del principale azionista, lo stato della Bassa Sassonia, presuppone la partecipazione di investitori privati, nell’eventualità non sia prevista l’attivazione di una procedura di aiuto di stato. Similmente alla situazione in cui si trova Banca Carige, tuttavia, la ricerca di un investitore è estremamente complessa. Uno dei motivi potrebbe essere dato dall’incentivo degli investitori ad aspettare fino all’imminente transazione per comprare le banche claudicanti a condizioni più favorevoli. Allo stesso tempo, la BCE sta aumentando la pressione sulla Norddeutsche Landesbank perché presenti un piano per migliorare la sua capitalizzazione.

 

Esiste un forte rischio che notevoli oneri finanziari posssano essere sostenuti non solo dalla proprietà ma anche dal gruppo di responsabilità pubblica. Gran parte dei costi causati dai problemi della Nord LB cadranno quindi direttamente o indirettamente sulle spalle del contribuente.  Sebbene il governo tedesco non si stanchi di denunciare la stretta condivisione del rischio tra banche e stati di altri paesi, non sembra essere altrettanto infastidito da un’attività statale a sostegno del settore bancario nazionale che non è paragonabile a quella di nessun altro paese nell’Eurozona.

 

Nuove politiche industriali discutibili

Ora il governo federale chiede una nuova politica industriale per il settore bancario. Le aziende tedesche globali avevano bisogno di un istituto che potesse accompagnarle all’estero. Per quale motivo ciò vada fatto da una banca tedesca, resta un segreto ben custodito. In ogni caso, l’affermazione non è nuova. Già nel 2004, Gerhard Schröder aveva richiesto un “campione nazionale” nel settore bancario e quindi, tra le altre cose, aizzato la commissione di monopolio contro sé stesso.

 

Quest’ultima sosteneva a quel tempo che il governo federale avrebbe probabilmente dimenticato la lezione della grande crisi bancaria del 1931, in cui anche le principali banche tedesche avevano svolto un ruolo centrale. Nella situazione attuale è tutto ancora più sorprendente. Dopotutto, l’ultima grande crisi finanziaria è avvenuta solo dieci anni fa. Ci si è già dimenticati quali enormi costi sono stati associati a questa crisi – proprio perché non è stata possibile la risoluzione delle banche in crisi – e che Commerzbank si è trovata in tali difficoltà principalmente a causa della fusione con Dresdner Bank, dovendo ricorrere ad aiuti di stato?

 

Fa riflettere, inoltre, che si pensi che le difficoltà delle più grandi banche tedesche dovrebbero essere eliminate creando un’istituzione ancora più grande. I reali vantaggi economici di una fusione tra Deutscher Bank e Commerzbank, a dire il vero, non sono così immediatamente riconoscibili. Invece di preoccuparsi dei salvataggi bancari italiani a spese dei contribuenti italiani, i media tedeschi, l’opinione pubblica e, soprattutto, i politici dovrebbero volgere lo sguardo ai loro problemi. È difficile capire come mai i giochi politici del governo federale trovino obiezioni esclusivamente negli ambienti specializzati.

 

Finché i responsabili politici non sono disposti, anche in periodi relativamente tranquilli, a chiudere le banche in difficoltà, a coinvolgere pienamente i creditori nelle perdite, mentre promuovono invece “campioni nazionali”, di risoluzione ancora più difficile in caso di crisi, è improbabile che in futuro si riuscirà ad evitare ulteriori salvataggi. Siamo molto lontani da una vera disciplina di mercato nel settore bancario.

 

Progressi attraverso l’Unione bancaria

Ciononostante, la creazione di una vigilanza bancaria europea comune e le nuove norme sulla risoluzione sono stati un passo significativo nella giusta direzione. Sebbene nel nuovo meccanismo non sia stata raggiunta la piena condivisione delle perdite con i creditori, alcune delle autorità di vigilanza della BCE non hanno reagito abbastanza rapidamente alle difficoltà nel settore bancario. Senza l’unione bancaria, tuttavia, i casi problematici più recenti avrebbero probabilmente comportato una minore partecipazione dei creditori. Almeno gli azionisti e i creditori subordinati non sono stati risparmiati questa volta. Inoltre, le sole autorità di vigilanza bancarie nazionali avrebbero probabilmente agito in maniera tardiva, il che avrebbe ritardato ancora di più le misure necessarie. Dopotutto, gli stress test dei supervisori europei hanno contribuito a identificare tempestivamente molte delle banche più problematiche.

 

Il governo federale ha intrapreso ulteriori iniziative per approfondire l’unione bancaria mettendo in primo piano il settore bancario. Questo è fondamentalmente corretto. È ipocrita, tuttavia, riferirsi sempre agli altri paesi. Invece, si dovrebbe iniziare da casa propria. C’è molto da fare.